Big Mac degli Stati (transnazionali)
«Quando gli dei vorranno punirci ci daranno quello che vogliamo». Sembra essere questo il nostro dilemma con la globalizzazione. Quella società civile che, a livello globale, ancora non esiste realmente, almeno dalla fine degli imperi europei, cerca di non permettere che ci comportiamo come i bambini del Dr. Spock ottenendo «alimentazione a richiesta».
Non siamo più cacciatori e raccoglitori, oggi nemmeno più prepariamo e cuociamo il nostro cibo. Ma che ce ne facciamo dell’agio ritrovato nell’attesa di digerire i nostri Big Mac? Guardiamo la versione Disney della storia di Pearl Harbour che non offende nessuno, se non proprio gli inglesi, di cui del resto Mickey Mouse ha sostituito il linguaggio e la cultura globale. Così adesso questa è diventata la storia vera. Giusto? Quando Maria Antonietta venne a sapere che i poveri di Parigi non avevano più pane, non si rese conto che per loro non c’era la possibilità di mangiare brioche. «Lasciate che mangino le brioche!». Se hanno la possibilità di scegliere, i nuovi poveri d’oggi preferiscono mangiare un Big Mac e pagare l’entrata di Disneyland Paris piuttosto che visitare Versailles.
Fordismo d’animazione e fast food
L’alta borghesia liberal all’inizio del XX secolo non ha capito l’emergere della cultura dei partiti di massa, dei mass media, della pubblicità e della produzione seriale. I “caporali” della bassa classe media, Mussolini, Hitler e Stalin, sì. Così pure Walt Disney e Ray Kroc, come rileva Eric Schlosser nel suo Fast Food Nation (Allen Lane, 2001, £.9,99, pagg. 356). Nel 1917 questa coppia di teenager mentirono sull’età – Kroc aveva 15 anni – per unirsi alle Unità di Ambulanza quando gli Usa decisero di intervenire nella I guerra mondiale. Erano affascinati dalla guerra in trincea, quasi un processo industriale per ottenere cadaveri, come quello inventato dal loro (oltre che di Lenin) eroe, Henry Ford. Ognuno – l’operaio addetto alle munizioni, il soldato alla mitragliatrice, il fante – recitava la sua parte, piccola, ripetitiva e non specializzata. Le truppe disumanizzate non solo fornivano gli uomini per le trincee ma ne costituivano la materia grezza e insieme il prodotto finale, col proprio logoramento endemico.
Era il sistema sviluppato da Henry Ford per produrre i beni richiesti dai consumatori a prezzi inferiori – «Di qualsiasi colore tu lo voglia, purché sia nero». La principale voce in passivo era il rifornimento umano. Le persone erano la sola parte inefficiente, disordinata e incongruente della catena di montaggio. Oltretutto dovevano essere pagate, si ammalavano, bisognava insegnargli cosa fare, e potevano perfino entrare in sciopero. Auschwitz come è stato descritto da Primo Levi e il Gulag di Solgenitzen sono stati il logico responso dei commissari del popolo e dei ragionieri.
Negli anni ’30 Disney ha prodotto Snow White e Fantasia grazie al lavoro rigido e ripetitivo di catene di montaggio di disegnatori. Dopo la guerra Kroc doveva portare lo stesso principio nella produzione di fast food, quando sorvolò l’America con un Cessna per cercare scuole secondarie che avrebbe offerto sia ai suoi clienti che ai suoi operai. Il grande capitalismo e il comunismo sovietico hanno molto in comune, particolare che non è sfuggito a Giovanni Paolo II.
Big Mac? Un fatturato maggiore del Pil della Norvegia
«L’organizzazione non può aver fiducia nell’individuo. L’individuo deve fidarsi dell’organizzazione», dice Kroc e, in effetti, si fa di tutto per forzare i dipendenti piuttosto che addestrarli e per proteggere la tecnologia e la catena di montaggio dagli operai. «Possiamo sviluppare impianti che funzionano solo in un modo. Ci sono invece diversi modi in cui i nostri dipendenti possono operare non correttamente sul nostro prodotto e mandare all’aria la produzione. Se gli impianti consentono solo un procedimento, non c’è bisogno di molta formazione» dice Burger King e questa de-specializzazione è tipica anche di Mac Donald come di Pizza Hut e Kentucky Fried Chicken, queste ultime due proprietà della Tricon Global Restaurants. I gusti di questi pasti ricostituiti vengono dalla International Flavours&Fragrances del New Jersey che produce anche mangimi per animali, dentrifici e Eternity, il profumo di Calvin Klein. Tre società, Lamb Weston (parte della ConAgra), Simplot e McCain producono tutti i surgelati fritti francesi, mentre 8 società che trattano pollame coprono il 66% del mercato americano e 13 società di macellazione quasi il 100% del mercato Usa delle carni, al ritmo di un animale ogni 10 secondi per 8 turni complessivi in cui «abbiamo cercato di ottenere il massimo delle abilità professionali ad ogni livello della produzione». L’igiene poi non è un problema, da quando la tecnologia delle “Guerre Stellari” dell’era Reagan ha creato un’apparecchiatura che sottopone a radiazioni batteri ed escrementi. Un operaio della carne su tre che generalmente non parla inglese e non ha assicurazione sanitaria, rimane ferito ogni anno, mentre gli stipendi sono inferiori del 40% rispetto a quelli di 40 anni fa. In Brasile Mac Donald’s è la prima società privata per numero di impiegati, mentre un milione di persone ogni anno lavorano qui negli Usa. Un operaio americano su otto ha lavorato almeno una volta per Big Mac, il cui fatturato è superiore al Pil della Norvegia o della Nuova Zelanda. Ma a parte l’obesità diffusa, cosa importa? Lasciate che la gente mangi Big Mac e beva più bevande zuccherine frizzanti che latte.
Il libro di Eric Schlosser
Un altro modo in cui l’industria del fast food offre uno specchio della nostra civiltà è la sua campagna di marketing pedofilo rivolta ai bambini, di cui è stata pioniere sponsorizzando le scuole e attraverso iniziative e associazioni. Come ha fatto per la prima volta la Saatchi&Saatchi con le sigarette, oggi nemmeno il prodotto viene più menzionato nei 3 miliardi di dollari spesi nelle pubblicità rivolte ai bambini.
La Kentucky Fried Chicken realizza una fortuna durante il Ramadan alla Mecca, nell’ex Germania dell’Est è controllata dai vecchi gerarchi del partito, mentre Mc Donald’s al Campo di concentramento di Dachau può dire senza ironia: “Benvenuti a Dachau”. Il fast food potrebbe essere una moda transitoria, ma il libro di Schlosser’s è veramente un ritratto del grande capitalismo del XXI secolo, della sua capacità di sfruttare gli operai, reclamizzare i suoi prodotti ai bambini, standardizzare, automatizzare, agglomerarsi e internazionalizzarsi diventando un’entità politica transnazionale “non responsabile”, col potere di cambiare le leggi, le abitudini di vita della gente e il paesaggio. Un’entità che può esigere tasse, attraverso il rincaro dei prezzi, per finanziare la sua espansione o avviare campagne di propaganda per affrontare i suoi avversari di sinistra, o i conservatori di destra così come i verdi. Comunque proprio come per le leggi Trust Busting contro i plutocrati del XIX secolo, il futuro è nelle nostre mani, le mani dei consumatori, ci ricorda Schlosser. «I dirigenti che gestiscono l’industria del fast food non sono cattive persone. Venderanno hamburger organici di animali nutriti a erba alla portata di tutti se glielo chiederete. L’utilità del mercato, la sua efficacia come un’arma a doppio taglio».
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