Urla nel silenzio
Sono oltre 410 milioni i cattolici che soffrono limitazioni alla libertà religiosa nel mondo. Non tutti rischiano il martirio, come in Indonesia o in alcuni Stati africani, dove sono all’ordine del giorno massacri e pulizie etniche da parte di milizie islamiche che hanno come obiettivo la scomparsa fisica di quasi 60 milioni di fedeli. Spesso, le alternative variano tra il carcere e la persecuzione violenta che colpisce le comunità che vivono nei Paesi comunisti, da Cuba alla Cina fino al Vietnam e alla Birmania, e contano più di 13 milioni di appartenenti. Senza dimenticare i circa 17 milioni di battezzati che sopportano la discriminazione anche violenta di matrice induista o buddista, in India come in Nepal. O i 21 milioni di cittadini cattolici di serie B in un contesto musulmano, dove la legge coranica è l’unica fonte del diritto.
La Francia non è il Sudan, ma…
Quel che forse colpisce maggiormente, in realtà, sono i 300 milioni di membri della Chiesa di Roma che assistono all’erosione lenta ma graduale dei loro diritti, a causa di legislazioni intolleranti e di un controllo amministrativo sempre più invadente da parte delle autorità politiche, giudiziarie e di polizia. Accade, a sorpresa, in Francia, dove il 30 maggio scorso è stata approvata definitivamente una legge che prevede pesanti restrizioni nei confronti delle organizzazioni religiose. Con il pretesto di colpire le “sette”, infatti, si introducono pene severe per chi sfrutti «uno stato di dipendenza psicologica», causato dall’«utilizzo di pressioni gravi e ripetute, o di tecniche volte ad alterare la capacità di giudizio». Una formulazione simile a quella della «manipolazione mentale» che poco più di un anno fa, il 10 giugno 2000, dopo il primo via libera da parte dell’Assemblea nazionale di Parigi, aveva provocato persino la reazione di Papa Giovanni Paolo II nei confronti dell’ambasciatore francese presso la Santa Sede. E non soltanto perché nel mirino dei magistrati potrebbero entrare per primi i monasteri di clausura o le tradizionali pratiche di penitenza, ma perché lo Stato non può farsi arbitro né delle convinzioni né dei comportamenti religiosi di un gruppo o di un individuo. Certamente, non bisogna confondere la situazione francese con altre, come in Sudan o in Cina, dove la violenza fisica contro la libertà religiosa è all’ordine del giorno, oppure dove la legge impedisce la pratica pubblica di religioni diverse da quella islamica, come in Arabia Saudita. Purtroppo, la stampa francese ha equivocato il senso del Rapporto 2001 sulla Libertà Religiosa nel Mondo, curato dal segretariato italiano dell’Aiuto alla Chiesa che Soffre, e ha messo sullo stesso piano i rilievi avanzati nel Rapporto alla Francia con quelli di altri paesi. Tuttavia, questo tipo di legislazione e di persecuzione amministrativa rimane un pericolo reale, che va estendendosi proprio perché meno evidente. Il fenomeno delle legislazioni anti-sette ha già contagiato il Belgio, la Svizzera, l’Austria, la Bulgaria, l’Ungheria, la Repubblica Ceca e la Polonia, dove è stato addirittura costituito un nucleo di polizia con l’incarico di controllare le attività dei nuovi movimenti religiosi. Intanto, in Germania, gli aderenti a Scientology non trovano lavoro se non nascondono la propria appartenenza. E la legislazione russa e delle ex repubbliche sovietiche non è da meno, visto che non riconosce il diritto all’esistenza di svariate comunità religiose sgradite allo Stato o al Patriarcato ortodosso di Mosca.
I cattolici non solo per i cattolici
Il tema libertà religiosa non ha avuto l’onore della cronaca come altri argomenti più fortunati, a cominciare dalla globalizzazione, della quale più se ne discute e meno si capisce di cosa si stia trattando. Eppure, meriterebbe rubriche fisse nei principali mezzi d’informazione, affinché partendo dai fatti, dalle numerosissime violazioni, si arrivasse a capire che l’insistenza di Papa Giovanni Paolo II nel considerarlo il primo fondamentale diritto umano non è senza fondamento. Così, fra l’altro, si scoprirebbe che la Chiesa non difende la “sua libertà”, la libertà soltanto per i cattolici, ma si fa carico della libertà religiosa di tutti, trattandosi del diritto di ogni persona di poter scegliere liberamente la religione senza alcuna coazione esterna. E questo senza venir meno alla “pretesa” cristiana che vede in Gesù Cristo l’unico Salvatore degli uomini, come bene si evince da un passo del “Messaggio per la Giornata mondiale della pace” del 1988, reso pubblico dal pontefice l’8 dicembre 1987 con il titolo La libertà religiosa condizione per la pacifica convivenza: «È ben chiaro che la libertà di coscienza e di religione non significa una relativizzazione della verità oggettiva che ogni essere umano è tenuto, per dovere morale, a ricercare. Nella società organizzata, essa è soltanto la traduzione istituzionale di quell’ordine, nel quale Dio ha disposto che le sue creature possano conoscere, accogliere e corrispondere, come persone libere e responsabili, alla sua proposta eterna di alleanza».
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