Viva il global. Parola di povero

Di Respinti Marco
19 Luglio 2001
Non resta che accelerare la globalizzazione economica mondiale così che il numero assoluto dei poveri diminuisca sempre più. E farlo in fretta, in modo che la povertà relativa, che pure nel frattempo si approfondisce, venga assorbita dal meccanismo di decremento della povertà assoluta, indotto appunto. Conversazione con Stefano Zamagni a cura di Marco Respinti

Qualcuno dice che le facoltà di Economia e Commercio sfornano solo dei ragioneri (specializzati, ma pur sempre dei ragionieri) e che invece chi ha studiato Economia politica entra, una volta lasciata l’alma mater studiorum, in un clan di superaddetti ai lavori assai consultato in ragione della propria capacità di osservare con intelligenza i fatti. Capita così, dunque, che, specialmente in Italia, sulla geopolitica dell’economia mondiale i membri di questa ristretta schiera di specialisti stilino valutazioni se non proprio uguali, senz’altro simili o analoghe. E in tempi di globalizzazione, il peso specifico delle loro analisi ovviamente lievita. Benché piuttosto esclusivo per ragioni di fatto (si tratta di una disciplina più citata — magari anche a sproposito — che frequentata), sempre per ragioni di fatto (pochi ma colleghi, versione del detto My country, right or wrong) il “circolo” degli economisti politici può dunque ammettere nel proprio novero anche un esponente diciamo cattolico (di area, ispirazione, ambiente, estrazione: scegliete voi la più confacente fra queste espressioni à la page).

Cosa non fare

È il caso di Stefano Zamagni, della Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Bologna, fra l’altro autorevole e noto studioso del “settore no profit” e dell’attualizzazione del finora disatteso principio di sussidiarietà. Zamagni è, diciamo, di area “prodiana”: appiccicare etichette è sempre antipatico, ma a volte (pur con il rischio della semplificazione eccessiva) è utile per intendersi. Cioè è per certi versi al di sopra di ogni sospetto quando afferma che la contestazione alla globalizzazione è una cosa da non fare. A dire il vero, negli ultimi giorni i voltafaccia tardivi di diversi esponenti della Sinistra internazionale su questo punto quasi si sprecano. Eppure un giudizio lucido e analitico sull’intera vicenda e sulla posta in gioco non si cestina mai. A Tempi, Zamagni dice: «Non è vero che nel mondo mancano i soldi. È che sono distribuiti male». Vetero-marxismo di ritorno? No, e meno male. «La questione — aggiunge subito il cattedratico bolognese — è che certi Paesi molto corrotti non devolvono gli aiuti finanziari elargiti loro dal “mondo ricco” alla povera gente. L’esempio tipico è la Nigeria. Dobbiamo ricordare che gli aiuti ottenuti da questo Stato africano nell’ambito del progetto di riduzione del debito contratto dai Paesi poveri verso quelli ricchi sono stati utilizzati dal governo di Lagos per costruire uno stadio di dimensioni faraoniche, del costo di 350 milioni di dollari pari a circa 900 miliardi di lire italiane. Uno stadio così l’Italia non ce l’ha ancora, ma Lagos sì…».

La cancellazione dei debiti del Terzo Mondo potrebbe insomma creare più danni che vantaggi ai diretti interessati. Per Zamagni ci vorrebbe un’organizzazione mondiale, parallela a quella che si occupa delle transazioni commerciali (tipo Wto, insomma), in grado di organizzare planetariamente il prelievo fiscale.

Un’altra organizzazione, l’ennesima. Si può non condividere questa richiesta di aggiungere struttura a struttura senza peraltro scalfire di uno iota la diamantinità del ragionamento di Zamagni (e fra l’altro commentare che, finché non cambia il cuore dell’uomo, nulla si può sperare; e se ciò ad alcune orecchie suonasse un po’ troppo “religioso”, lo si potrebbe correggere ricordando che sul punto una versione ad hoc della “teoria del rasoio” di Guglielmo di Occam un po’ di verità forse l’avrebbe). «La questione — aggiunge Zamagni — è che gli aiuti andrebbero semmai dati a soggetti sociali portatori di cultura». Cioè a dire che gl’interventi a pioggia non funzionano. Mai.

Realismo vs. ideologia. Come sempre

«La globalizzazione ha ridotto il numero dei poveri». L’economista politico lo dice, lo ribadisce e lo scrive. Anche se è controcorrente. «Il povero assoluto è colui che non riesce ad avere risorse sufficienti a sfamarsi — spiega Zamagni —, mentre quello relativo è un soggetto povero rispetto a un altro gruppo di riferimento. Ora, il secondo non necessariamente è una persona che sta morendo di fame. Negli ultimi 25 anni, la globalizzazione ha ridotto il numero dei poveri assoluti di circa 700 milioni di unità perché il processo che essa sottende ha consentito ai Paesi sostanzialmente del Sud-Est asiatico e ad alcuni dell’America Meridionale, oltre che al Sudafrica, di emergere dalla condizione di povertà assoluta. Quanto occorre sottolineare oggi, dunque, non è che la globalizzazione affama la gente — giacché questo non affatto vero —, ma che semmai esclude i poveri. Da cui consegue che dire “no alla globalizzazione” è una sciocchezza grande come il sole. Il problema dei Paesi ancora drammaticamente poveri è che questi non sono di fatto ancora potuti entrare nel processo di globalizzazione dell’economia mondiale. Non il contrario. Ripeto: l’atteggiamento no global è una sciocchezza. Chi condanna la globalizzazione non è il povero assoluto (che non aspetta altro) e i mali della globalizzazione si vincono con più globalizzazione. Chi si oppone a questo processo non è l’affamato, ma chi difende solo interessi piccolo-borghesi». Nel sostenere che la politica deve governare l’economia globalizzata, evitando che questa da (buona) ancella si trasformi in (cattiva) padrona, Zamagni sembra del resto avvicinarsi a certe tesi espresse dagli economisti Carlo Pelanda e Paolo Savona nel volume Sovranità e ricchezza (Sperling & Kupfer, Milano 2001, presentato in Tempi, n. 11, del 15 marzo). E, nello stigmatizzare i pericoli di una globalizzazione solo economicistica (non la “globalizzazione dell’economia”, che è un dato di fatto, ma il “globalismo”, che è un’ideologia riduttivista di per sé non automaticamente legata alla prima), auspica l’avvento di “poliarchie”. Ossia il decentramento sussidiario del potere nello scenario globale della democrazia contemporanea. Che è la vera alternativa non alla globalizzazione economica che aiuta i poveri del mondo, ma allo strapotere dell’ideologia globalista che eventualmente sfrutta la stessa globalizzazione per fini impropri. La prova del nove è il più recente libro di Robert Dahl, Politica e virtù. La teoria democratica del nuovo secolo (trad. it. a cura di Sergio Fabbrini, Laterza, Roma-Bari 2001). Secondo il politologo della Yale University, la trasformazione poliarchica della democrazia attuale cova dietro l’angolo, ma è solo una degenerazione in spirito di fazione. Il che costituisce una curiosa denuncia del pluralismo sociale e della sua salubrità da parte di un liberale evidentemente poco libero.

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