Zone franche contro tutto e tutti. Il neocomunismo delle municipalità
I Centri Sociali raccolgono giovani borghesi che vivono in luoghi dismessi dalla società civile e occupati per sperimentare la libertà selvaggia, un tipo di vita senza regole e una società in cui non vi sia più ordine, gerarchia e autorità. Il loro scopo è di plasmare una mini-società che vive coscientemente al di fuori e al di là della legge e risoluta a restarci a tutti i costi, anche se soltanto per una fugace ma felice esistenza. I Centri Sociali Occupati Autogestiti (Csoa) sono le fucine della “cultura alternativa” di sinistra, in cui si sperimenta il tribalismo post-moderno, si vive una dimensione libertaria in cui l’unico fattore coagulante è il rifiuto di ogni ordine e di ogni verità, e l’odio verso coloro che richiamano a questa visione del mondo. Questi centri si stanno rivelando una riserva di violenza da scatenare contro obbiettivi simbolici (Wto, G8), che rappresentano gli emblemi di un nuovo ordine internazionale nascente. Scopo è fermare ogni tentativo di costruire una sovranità sovrannazionale e di creare “zone franche”, libertarie, sottratte a qualsiasi autorità politica. Sono uno dei grimaldelli per far saltare la costruzione dello Stato nazionale moderno e sostituirlo con le “municipalità”: «Col comunismo abbiamo chiuso. Adesso siamo federalisti. Anzi municipalisti. Non siamo più quelli degli anni Settanta – spiega Wilma, che conduce un dibattito in diretta con gli ascoltatori dai microfoni di Radio Sherwood, ventennale punto di riferimento dell’autonomia padovana –. Lo ha scritto anche Franco Piperno nel suo ultimo libro sul Sud: la strada da seguire è quella del municipalismo». Dice Daniele Archibugi nel saggio Dalle Nazioni Unite alla Democrazia Cosmopolita: «La crisi degli stati multietnici a cui stiamo assistendo costituisce probabilmente la migliore indicazione della difficoltà di amministrare grandi comunità. L’osservazione empirica di Rousseau secondo cui la democrazia è in grado di funzionare nelle piccole comunità deve essere costantemente tenuta presente». La “democrazia rappresentativa” è incapace di gestire la complessità post-moderna, da qui la crisi di legittimità che investe il sistema parlamentare. A questa crisi i Csoa prospettano la soluzione della “democrazia diretta”, la quale non può funzionare che nelle piccole comunità. «È allora necessario elaborare una nuova alternativa che non sia parlamentare, né esclusivamente marginale o contro-culturale. L’azione diretta dovrebbe fondersi con una nuova politica, in una sorta di autogestione municipale fondata su una democrazia pienamente partecipativa». Il teorico anarcoecologista Murray Bookchin, autore di questa affermazione, chiama tale alternativa “municipalismo libertario”, a cui dedica un libro, Democrazia diretta. Idee per un municipalismo libertario. Il movimento «[…] vuole liberarsi dalla gerarchia sociale, dal dominio classista e sessista e dall’omogeneizzazione culturale». Il soggetto politico principale non deve essere né l’individuo, né la famiglia, né lo Stato: «La Cellula vivente che costituisce l’unità primaria della vita politica è la municipalità ed è da quella che deve discendere ogni altra cosa». In questo nuovo soggetto sovrano si potranno «[…] sperimentare quelle istituzioni pubbliche tese alla partecipazione ed alla associazione». La proprietà privata sarà messa in discussione: «Il municipalismo libertario propone una forma di economia radicalmente differente in cui territorio ed imprese vengono affidate alla gestione dei cittadini riuniti in libere assemblee». Questa nuova riedizione dei “soviet” sarà guidata ancora da idee marxiste, come dice il testo in questione: «La massima “da ciascuno secondo le proprie capacità ed a ciascuno secondo i propri bisogni” può essere una guida sicura per una società economicamente razionale». Le municipalità devono essere come isole collegate tra loro in una rete globale. Ciò pone, secondo Archibugi «il problema del superamento dell’istituzione statuale», che però «[…] non significa necessariamente che ci debba essere un trasferimento del potere da parte degli Stati alle nuove istituzioni. La sfida del modello cosmopolitico non è quella di sostituire un potere con un altro potere, ma al contrario quella di ridurre la funzione del potere nel processo politico». Vogliono demolire l’istituzione statale in tutte le sue forme, per sostituirlo con una rete orizzontale di comunicazione tra soggetti micro politici indipendenti. Ecco perché l’azione politica del cosiddetto “Popolo di Seattle” ha come orizzonte insurrezionale le riunioni internazionali dei cosiddetti “Grandi della terra”, perché in esso c’è il rifiuto di qualsiasi ordine gerarchico esistente visto come “male” da abbattere.
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