Sushi dall’Europa
Le mode gastronomiche cambiano così spesso negli Stati Uniti che non mi sorprenderebbe se si facessero delle sfilate di cucina. Lo chef, con maquillage da manichino, spingerà un carrello di pietanze lungo il palco e, con un ventaglio di penne di piccione, arieggerà l’anteprima dei profumi del menù primavera-estate 2002 verso gli spettatori. È la cucina spagnola ad influenzare i menù di quasi tutti i locali. Tutti i cuochi, che fino a ieri raccontavano del loro ultimo soggiorno in Toscana, parlano spagnolo. John è diventato Juan, Peter vuole essere chiamato Pedro e non s’incontra più una sardina nella baia di San Francisco (ingrediente molto usato, mi dicono, nella cucina catalana). L’ascensione della cucina spagnola è dovuta in gran parte alle Tapas, cioè antipastini o piccoli piatti. È molto dilettevole poter andare al ristorante e ordinare diversi piccoli piatti da pizzicare invece di una sostanziosa portata. L’unico problema è la traduzione; come nella lingua, anche nella cucina la libertà d’espressione dell’autore può drammaticamente cambiarne il contenuto. Mi sono state offerte delle cozze con salsiccia affumicata e patate fritte. Lo chef mi ha detto che ha tratto l’ispirazione del suo capolavoro dalla paella, un piatto classico spagnolo a base di molluschi, pesce, pollo e luganega. Ecco perché sono nati i puristi, per soffocare gente come lui. Di moda è avere un piccolo reparto sushi in qualsiasi tipo di ristorante, perché si dice stia prendendo piede in Europa e qui non si vuole certo essere secondi a nessuno. La situazione più annoiante di questi trend è che se non ti ci butti dentro pure tu, i clienti ti accusano di essere ostile ai cambiamenti, di non voler innovare, di essere monotono. Ma sì, il mio carpaccio di tonno può essere benissimo sushi e gli antipasti, in effetti, sono tapas. Gracias a Dios por la libertad d’espression.
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