Idoli, dittatori, trapianti forzati, vite da cani
Tokyo. Campagna elettorale sempre più accesa in vista delle elezioni generali giapponesi del 29 luglio. Quest’anno il clima apatico che solitamente fa da cornice a una competizione tra partiti quasi indistinguibili è stato scosso dal “fenomeno Koizumi”, attuale primo ministro e presidente del partito di maggioranza Ldp, che gode di un seguito incredibile tra la popolazione (con uno share del 70% a detta di alcuni sondaggi pre-elettorali) tanto da meritarsi l’appellativo di aidoru-sri, ovvero “primo ministro idolo”. Koizumi impersona egregiamente le aspirazioni del giapponese medio: desiderio di riforma, ma senza fratture; forte presenza, ma senza presunzione; confidenza, determinazione e capacità di dire quello che pensa. Dopo il probabile trionfo del 29 luglio prossimo i veri ostacoli di Idolo-Koizumi non saranno i partiti di opposizione o le reazioni popolari alle draconiane riforme promesse dal primo ministro, ma le fazioni dello suo stesso partito, le burocrazie ministeriali, le lobby industriali e quelle finanziarie, che restano i veri arbitri delle sorti giapponesi.
Pechino 1. Tra le varie attività che l’esercito popolare cinese svolge a fine di lucro risulta anche quella del trapianto di organi. La parte interessante è che gli organi provengono da condannati a morte, ai quali ovviamente non serviranno più dopo che la sentenza verrà eseguita con un proiettile nella nuca, come prescrive il codice cinese. Per esempio nell’ospedale militare della città di Chongqing sono specializzati nel trapianto di reni. I reni vengono asportati al condannato prima dell’esecuzione. In questo modo viene concesso al morituro di presentarsi sotto anestesia all’ufficiale che eseguirà la sentenza. La maggior parte dei clienti provengono da Malesia, Singapore e Indonesia, paesi con forti e facoltose minoranze etniche cinesi e una cultura poco propensa alla donazione degli organi. I pazienti pagano fino a 10.000 dollari in contanti per il rene e vengono accolti all’aereoporto da ufficiali in divisa che si prendono cura di sbrigare in tutta discrezione le pratiche doganali. Trattandosi perlopiù di pazienti gravi e disperati, è naturale che le questioni etiche sulla procedura dell’operazione vengano messe da parte di fronte all’opportunità di salvarsi la vita con un buon organo sano. Ma non si tratta solo di reni: l’offerta varia a seconda della specializzazione dell’ospedale militare locale.
Considerando la crescita esponenziale di attività criminali e che la Cina è attualmente il paese con il maggior numero di condanne a morte per ogni genere di crimine dalla corruzione all’omicidio, c’è da supporre che i medici degli ospedali militari avranno occasione di farsi una solida esperienza nel campo dei trapianti.
Pechino 2. Per sostenere meglio la riuscita candidatura a sede delle Olimpiadi del 2008, Pechino non ha esitato alla cura dei minimi dettagli. Tra questi il controllo della popolazione canina della capitale, applicando severe misure di sequestro di ogni cane non in regola con le norme di registrazione. Si tratta di un ulteriore irrigidimento di una politica particolarmente ostile a Fido e consimili. A Pechino il passeggio dei cani è consentito solo tra le ore 20:00 e il mattino presto. Per possedere un cane occorre una licenza che costa 5000 yuan (circa $600) e che va rinnovata ogni anno versando 2000 yuan ($240).
Se si considera che il reddito medio locale si aggira sui 10.000 yuan all’anno, non stupisce che gran parte dei cinefili allevi cani in clandestinità. L’ostilità anticanina di Pechino è tutta di marca autoritaria: già Mao e i suoi fedeli “scoraggiarono” il possesso di cani bollandolo come attività borghese e controrivoluzionaria, ma fu soprattutto negli anni ’90 che il sindaco Chen Xitong impose pesanti restrizioni, pare per il mai superato shock di una morsicata ricevuta da piccolo.
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