Guardar dentro
Nel gennaio del 1912 Rilke si trova come in un punto di sospensione. Con i Quaderni di Malte Laurids Brigge ha chiuso il periodo giovanile della sua attività poetica, l’epoca della felicità creativa, dell’esuberanza. Si sta guardando intorno, sta frugando dentro di sé alla ricerca di una nuova modalità espressiva. È in cerca di un linguaggio, di uno sguardo che sappia guardar dentro le cose («guardar dentro un cane, per esempio, calarsi in quel luogo in cui Dio, per così dire, si sedette un momento, quando ebbe finito il cane, perché era cosa buona, perché non mancava nulla e perché non lo si sarebbe potuto far meglio»), che sappia scovare i segreti riposti nella realtà. Il linguaggio da cui sarebbero nate, subito dopo, le Elegie duinesi, il capolavoro della maturità. Ed è nel castello di Duino, un attimo prima del fiorire delle Elegie, che Rilke compone di getto le tredici liriche ispirate alla vita della Madonna. «In questa piccola Vita di Maria» si legge nell’introduzione «il mondo delle cose è pienamente conquistato. Maria ora è carne e sangue, ma anche mistero, attesa, accoglienza; non solo gravidanza, ma anche parto; non solo vicinanza all’indicibile, ma anche dolore della separazione e dell’incomprensione». Sintetici, fulminei, i componimenti colgono istanti decisivi della storia della salvezza: il gioco di sguardi fra la Vergine e l’angelo («lo sguardo di lui e il suo/che in su rispose s’incrociarono/come se tutto fosse vuoto intorno a loro,/e ciò che milioni di altri sguardi hanno cercato/(…)/ in loro fosse penetrato»), il rapporto dolcissimo e drammatico col Figlio («Lo seguiva, e ne/provava stupore»), il dolore impietrito della Passione («Sto rigida/come lo è nell’intimo una pietra»), la gioia ineffabile della risurrezione («Sì, andavano rimarginandosi: questo accadeva./(…)/E cominciarono/questa stagione/della loro familiarità più intensa»). E intorno l’abbraccio del canto degli uomini e degli angeli.
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