Genova per Luca, Giovanni, Francesco. Andata (per dire la loro) e ritorno (dall’inferno)
Mi ritrovo casualmente sul treno con Luca e Fritz. E subito ci rendiamo conto che la portata con la quale si presenta la giornata di Genova non riesce a lasciarci indifferenti. Non riusciamo ad accontentarci delle tante versioni giornalistiche sull’evento, vogliamo poter dare un nostro giudizio, verificare un’idea che ci siamo fatti sul G8 e soprattutto sul movimento di contestazione.Giovedì 19: «Pà, domani vado a Genova», «Fa minga il pirla se no t’arestenn!». Perfetto, si può partire.
Arriviamo a Genova a mezzogiorno e il lungo corso Sardegna ci dà l’impressione di essere in una città fantasma; non una finestra aperta, non una saracinesca alzata, solo qualche volantino che svolazza tra i nostri piedi. Siamo gli unici tre a camminare in questa zona, gli unici probabilmente ignari di quello che avremmo trovato dietro l’angolo. In fondo alla strada si intravede finalmente il tanto discusso popolo di Seattle: in testa decine di guerrieri neri desiderosi di far scatenare il casino; proprio uno di loro non ci pensa due volte a colpire alla schiena un cameramen con un forte calcio. La scena, che per diversi minuti ci lascia ammutoliti, diventerà una delle tante a cui non si farà più nemmeno caso. I Black Bloc, anarchici tedeschi pronti a tutto, non guardano in faccia a nessuno, tanto che anche gli altri manifestanti hanno paura di loro. Il loro passaggio coincide con incendi, cassonetti rovesciati, vetrine infrante. Gli obbiettivi principali sono ovviamente le banche, simbolo del capitalismo, che riportano i danni più gravi. Ci rendiamo subito conto che volantinare il nostro giudizio sulla giornata coinciderebbe con il nostro linciaggio. Riusciamo a farlo nello stand dei Cobas, dove tra l’altro siamo costretti a pagare una birra di nota marca ad un prezzo identico a quello di un qualsiasi bar (che strano, ero convinto che il popolo di Seattle non amasse i soldi…) Nel pomeriggio la situazione degenera completamente: Genova diventa davvero sede di una guerriglia civile; scordatevi completamente l’immagine del corteo anti-global, delle tute bianche e della famosa zona rossa. A Genova oggi non c’è niente di tutto questo. Ormai non facciamo neanche più caso alle vetrine infrante, ai cassonetti rovesciati, alle macchine incendiate. Non esiste un concentramento di persone, ma gruppi di cento-duecento individui che giocano alla guerra con la polizia, unico vero obbiettivo dei manifestanti. Tra le vie gente che scappa, in un’altra c’è il lancio di sassi e molotov, in piazza la carica della polizia. Verso le quattro ci si trova in tantissimi in piazza per sferrare un grosso attacco ai poliziotti: per tre quarti d’ora si lanciano pietre, bastoni, bottiglie e molotov. La celere, in netta minoranza, può solo rispondere con una fitta pioggia di lacrimogeni: è il panico più totale, tremila persone accecate che scappano in un parchetto calpestandosi a vicenda. Mi accascio al suolo non riuscendo più a respirare perdendo di vista Fritz presumibilmente nelle mie stesse condizioni. Qualcuno mi dà un limone e un fazzoletto per coprirmi la bocca, e tossendo come un matto ritrovo i miei due compagni d’avventura. Luca, intellettuale bergamasco del trio, è esausto di continuare a scappare e preferisce tornare all’auto, ma qualunque strada è bloccata dalla polizia che inizia a caricare non appena ci si avvicina. Fuggi fuggi continuo per i carrugi di Genova per un paio d’ore finché ritroviamo la macchina. Ci rendiamo conto, nel lasciare Genova impegnata a spegnere gli incendi nelle banche, di quanta violenza gratuita e fine a se stessa sia stata applicata. L’istinto e l’ideologia erano i due reali artefici, i due “capi” che guidavano i manifestanti. La polizia il reale obbiettivo, da eliminare fisicamente. Tutti i dibattiti che dovevano esserci, le famose piazze tematiche che avrebbero dovuto informare i manifestanti sulle problematiche per cui protestavano. Niente. Non c’era nulla di tutto questo. Solo gente istintiva, e di fatto violenta, senza ragioni. Ah, dimenticavo. Pare che a Genova ci fosse il vertice del G8.
Il testo del volantino portato dai tre amici
Non per compassione
Nessuno riesce a restare indifferente di fronte alla povertà nel mondo. Chiunque si sente mosso a compassione, sente il desiderio di costruire qualcosa, di muoversi e di colmare con le proprie forze tali ingiustizie.Di protestare contro i presunti colpevoli. Ma una reazione compassionevole, o irruente ed istintiva, non genera nulla di durevole e valido perché legata ad un vago sentimento passeggero o ad una ideologia omologante.Ma cosa è più forte di un sentimento o di una ideologia?La testimonianza di questa donna: Madre Teresa di Calcutta. Domanda:Ma perché voi vi interessate di tutta questa povera gente, di questi esseri disgraziati, ripugnanti? Madre Teresa: per Gesù! E siamo grate che l’amore a Gesù si possa tradurre in azione di bene per gli uomini. Domanda: Ma come? Non lo fate per compassione o pietà?Madre Teresa:No, è per il Signore! Allora questa compassione diviene grande come l’ha avuta Lui. Di fronte al dramma in cui si presenta il mondo oggi l’uomo non è un benefattore ma mendicante di una risposta totalizzante per la propria vita e quella altrui, evidente e chiara come quella di Madre Teresa.
Francesco, Luca, Giovanni, Stefano
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