Il vaso di Pandora
Nel bel mezzo della canicola moscovita (temperature record, oltre 35 gradi), con gli occhi puntati sui missili nucleari del “Kursk” a rischio di deflagrazione, ci ha pensato Aleksandr Solzhenicyn a sganciare una bomba ad alto potenziale, pubblicando la sua ultima fatica 200 anni insieme, dedicata la rapporto tra russi ed ebrei. Violando uno dei grandi tabù della pubblicistica russo-sovietica degli ultimi cento anni, lo scrittore premio Nobel ha dichiarato di essersi deciso all’ingrato compito dopo lunghe esitazioni, visto che nessuno aveva il coraggio di farlo e «il mio tempo è ormai agli sgoccioli» (Solzhenicyn ha 82 anni). La sua opera, di cui è uscito per ora il primo volume di quasi 500 pagine, è di carattere storico-divulgativo più che letterario, come del resto lo era anche il famoso Arcipelago Gulag, e scandaglia le vicende che hanno portato al formarsi in Russia di una diffusa mentalità antisemita.
La storia di un rapporto difficile
L’autore esamina l’influsso dell’ebraismo fin dagli albori della storia russa, in cui si fusero popolazioni nordiche e gruppi di etnia turco-asiatica (i Chazari) convertiti all’ebraismo, per passare poi al periodo delle eresie “giudaizzanti” del XIV secolo, che con il diffondersi della mistica cabbalistica iniettarono un elemento destabilizzante nella stessa ortodossia cristiana, e giungere infine agli ultimi due secoli, dopo la prima annessione della Polonia del 1772, che portò nell’impero russo più di un milione di ebrei. I tentativi di soluzione del “problema ebraico”, succedutisi uno dopo l’altro lungo tutto il XIX secolo, sono per Solzhenicyn una delle chiavi di lettura della politica russa in generale, tra chiusure e riforme, passando dall’incapacità degli ebrei ad adattarsi alle attività produttive, alle deportazioni dalla Bielorussia alla “Nuova Russia” del sud fino alla diffusione in tutto l’impero, aggirando le varie leggi per mantenere i propri privilegi. Gli ebrei avrebbero così avuto un’importanza decisiva nel contrastare prima le riforme liberali e nell’accumulo dei capitali della borghesia russa a spese dei contadini, che nonostante l’abolizione della schiavitù della gleba del 1861 non riuscirono mai a disporre veramente delle terre (è questo uno dei temi più cari a Solzhenicyn). Infine, l’apertura degli ebrei alla cultura dopo lunghi rifiuti avrebbe contribuito al formarsi di una mentalità rivoluzionaria in Russia, fino all’avvento dei bolscevichi. Il secondo tomo tratterà presumibilmente dell’intreccio tra comunisti ed ebrei nel XX secolo.
La polemica (che piace a Putin)
La tesi di fondo dell’opera è che gli ebrei europei, dopo lungo pellegrinare dalla Spagna alla Polonia, abbiano infine trovato nelle distese della Russia l’ambiente più congenito alla loro mentalità escatologica, vivendo in una terra “provvisoria” e “indefinita”, diprezzandone le leggi e cercando di trarre i massimi vantaggi senza mettere vere e proprie radici. La Russia sarebbe così diventata, agli inizi del XX secolo, la terra di massima presenza giudaica, e proprio in Russia sarebbe nata, come una delle soluzioni al problema, l’idea sionista. Il problema ebraico sarebbe così il vero “vaso di Pandora” di tutte le contraddizioni della storia russa, e di buona parte della storia mondiale. La discussione intorno al libro di Solzhenicyn ha già preso forme assai radicali, facendo gridare allo scandalo i liberali e gli eredi del dissenso anticomunista, ed esultare i nazionalisti filogovernativi. In qualche modo l’opera giunge infatti quanto mai opportuna per il nuovo corso putiniano, che lo scrittore ex-dissidente sta appoggiando con entusiasmo crescente, dando una base ideologica assai ampia e storicamente fondata (il libro, di affascinante lettura, è impressionante per la meticolosità della documentazione) alle prospettive di rifondazione della potenza russa “contro” gli influssi esterni, qui sintetizzati nell’epica giudaica, in modo assai più convincente della vuota retorica sul “complotto giudaico-massonico” mondiale, ripresa a sua volta in un pamphlet del nazionalista Zhirinovskij, anch’esso appena uscito. Colpisce il tempismo dell’operazione editoriale, immediatamente successiva al tanto criticato viaggio del Papa in Ucraina e subito a ridosso della riunione del G8, in cui la Russia intende giocare un ruolo di primo piano.
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