Fratelli Musulmani contro
Chi sono i più feroci castigamatti del terrorismo di matrice islamica e dei suoi fiancheggiatori? Israele e i suoi servizi segreti? Gli Stati Uniti feriti dagli attentati dell’11 settembre? Neanche per sogno. Trattasi dei governi e dei capi di Stato arabi, che da almeno quarant’anni conducono una spietata lotta senza quartiere contro avi e sodali odierni di Bin Laden. George W. Bush sta per entrare in un business dove sono da tempo attivi gente come Saddam Hussein, Gheddafi, i generali algerini, l’Egitto, la Siria degli Assad, ecc. Tutto è cominciato settant’anni fa, con la nascita dei Fratelli Musulmani in Egitto. Contro di essi e contro le loro gemmazioni (Jamaat Islamiya e altri) si sono battuti in successione Nasser, Sadat (che fu da loro ucciso) e Mubarak. In Libia Gheddafi mise fuorilegge il Partito di liberazione islamico già nel ’73, e da allora conduce una lotta mortale coi loro epigoni. In Algeria e Tunisia il contagio estremista è arrivato a metà degli anni Ottanta, ma mentre il paese di Ben Alì, già capo dei servizi segreti, ha stoppato l’epidemia, l’Algeria ne è stata investita in pieno. In Irak sono stati gli sciiti del sud a insorgere contro Saddam dopo la Guerra del Golfo, e il rais ha affrontato la ribellione coi metodi che gli sono abituali. Ma il punto di riferimento storico della spietata risolutezza dei governanti arabi contro gli estremisti islamici resta la terribile punizione inflitta dal siriano Hafez el Assad alla cittadina di Hama nel febbraio 1982: nel giro di tre settimane l’esercito rase al suolo la cittadina quasi per intero e causò la morte di circa 20 mila persone, comprese intere famiglie. Chi oggi invoca misura e autocontrollo da parte degli Usa nella reazione all’aggressione subìta, probabilmente era distratto ai tempi della strage di Hama. Assad non aveva da vendicare 5.600 morti, ma un attentato alla sua vita, un’autobomba che aveva causato 64 morti e una successiva congiura contro il regime. Dopo l’attentato fece massacrare in carcere dai suoi pretoriani fra i 600 e i 1.000 militanti dei Fratelli Musulmani, poi sepolti in una fossa comune. Dopo la congiura sventata, decise di occuparsi di Hama, roccaforte della Fratellanza. I 500 soldati della Compagnia di difesa incaricati dell’operazione avevano liste delle persone da arrestare, ma furono accolti a mitragliate e dovettero ritirarsi. Allora Rifaat Assad, fratello del presidente, decise la soluzione finale: carri, elicotteri e artiglierie dell’esercito rasero al suolo i quattro quartieri della città dove erano stati individuati i centri di resistenza. Ha scritto Thomas Friedman nel suo illuminante Da Beirut a Gerusalemme (Mondadori 1991): «I genieri dell’esercito si dedicarono alla distruzione sistematica con gli esplosivi degli edifici ancora in piedi nei quartieri della Fratellanza, uccidendo chiunque si trovasse all’interno… i prigionieri che non avevano la lingua abbastanza sciolta venivano fatti accomodare su di un aggeggio, chiamato “seggiola di Salomone”, munita di punte di ferro… gruppi di prigionieri furono prelevati dai campi di concentramento e sterminati in massa, per essere poi seppelliti in fosse precedentemente scavate… in città vennero portati anche contenitori di gas al cianuro muniti di tubi di gomma che, introdotti negli edifici in cui si supponeva fossero asserragliati i ribelli, asfissiarono quanti si trovavano dentro». Nessun capo di Stato arabo ha mai non diciamo condannato, ma nemmeno criticato quanto venne fatto ad Hama. Ci siamo capiti.
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