Quelli che “il problema è un altro”

Di Esposito Francesco
20 Settembre 2001
Migliaia di vite spezzate a New York e a Washington. Aerei civili dirottati e passeggeri usati come bombe umane. Non era mai successo prima nella storia del mondo. Eppure, davanti a tanto orrore, «le lacrime dei commentatori televisivi sono vergognose perché seguono al silenzio decennale sui crimini dell’Occidente cristiano». La sinistra antiglobal dichiara al Paese le proprie riflessioni fuori di testa. Se (quasi) solo Bertinotti e D’Alema non perdono la trebisonda di Francesco Esposito

«Al di là di chi siano gli esecutori materiali del massacro in Usa questa violenza è figlia legittima della cultura della violenza… Le lacrime d’oggi dei commentatori televisivi sono vergognose perché seguono al silenzio decennale sui crimini dell’Occidente cristiano». Parole che valgono un Nobel, come di consueto, quelle di Dario Fo. A cui fanno eco gli appelli del “Tavolo Intercampagne” (composto tra gli altri da Nigrizia, Pax Christi, WWF, Beati costruttori di pace, Campagna sdebitarsi) e di Rete Lilliput per un’economia di giustizia, che da anni denunciano «un mondo che viene rapinato nella ricerca esasperata di profitti a breve termine e in cui il divario tra i più poveri e i più ricchi aumenta di anno in anno». Perciò adesso che si sente in pericolo, il grasso mondo occidentale non venisse a lamentarsi «dei tragici effetti di questa situazione»: come si dice, uomo avvisato… Piuttosto, come avvertono anche alcuni avveduti cattolici, gli occidentali dovrebbero finalmente riconoscere «l’esigenza più volte emersa in questi anni di un nuovo ordine mondiale» (Azione Cattolica Italiana). Un nuovo ordine politico-economico capace di sanare quelle ingiustizie del mondo che rappresentano la radice d’ogni male dell’umanità, terrorismo anti-americano incluso. Osama Bin Laden non è forse un povero musulmano progressista, sinceramente animato da intenti democratici che combatte contro l’ineguale distribuzione della ricchezza sul pianeta generata dalle politiche Usa? Così sembra credere Riccardo Barenghi, direttore de Il Manifesto: «Siamo dinanzi a un fatto che non solo non fa dormire tranquilli, ma che non può non far riflettere su quanto odio l’America abbia seminato nel mondo in questo secondo dopoguerra. Ed è da questo punto che si dovrebbe ricominciare invece che dalla rappresaglia (contro chi?) che gli Stati uniti metteranno in atto oggi o domani. Bisognerebbe insomma fermarsi un momento e dirsi che il mondo, così com’è, non va bene non solo per quelli che lo subiscono ma anche per gli altri, quelli che lo dirigono». Un giudizio spietato contro l’America condiviso da Gianni Minà, primo intervistatore italiano e fan d’eccezione di Fidel Castro: «è inevitabile il paragone con le famose “bombe intelligenti” che, nel 1991, indirizzate su Baghdad avrebbero risolto “chirurgicamente” il problema di liquidare il regime di Saddam Hussein. L’operazione decisa da George Bush senior non eliminò però il dittatore Saddam, fece solo migliaia di vittime (donne e bambini) innocenti come quelle rimaste sepolte sotto le macerie delle Torri gemelle di New York e sotto i calcinacci del Pentagono a Washington».

Ma se gli americani sono i cattivi, il vero Satana è George W. Bush, infine l’unico responsabile dei 20mila morti di New York: «Se dunque il costo dell’impero di Bush junior è questo, non ci sono dubbi che i cittadini americani, prima ancora che siano sepolte le migliaia di vittime, reagiranno con furia contro il governo che non li ha saputi proteggere. Il presidente di mezza America, ieri vergognosamente fuggito sul suo aereo come i Savoia l’8 settembre, esce politicamente morto dai fatti di ieri… resterà nella storia come il Presidente responsabile della più grande tragedia degli ultimi 50 anni», così scrive sulle colonne del Manifesto Fabrizio Tonello. Superando perfino quel campione dell’antagonismo Usa di Fausto Bertinotti, il quale al contrario s’è distinto in manifestazioni di simpatia verso l’America, certo perché preoccupato delle ricadute della situazione internazionale sul movimento no-global, di cui è corteggiatore impenitente, ma con parole che gli fanno onore: «il pericolo è che si chiudi la società a quel conflitto che è il sale della democrazia». Così, ancora poche ore prima della strage del World Trade Center, l’Unità pubblicava una celebrazione di Harold Pinter, il drammaturgo inglese noto per aver chiesto la liberazione di Milosevic «colpito dalle bombe Nato a frammentazione che hanno dilaniato bambini», (quelle, per intenderci, lanciate anche dai jet italiani ai tempi del governo ulivista), molto amato dai terzomondisti italiani (l’hanno incluso nella lista degli “uomini di pace”, vedi www.peacelink.it) il quale ha definito gli Usa «un autentico stato farabutto… il potere più pericoloso che il mondo abbia mai conosciuto». Tuttavia, dopo l’11 settembre, Walter Weltroni ha riconosciuto che «non possiamo non dirci americani» e Massimo D’Alema ha mostrato di aver formalmente rotto con la doppiezza togliattiana. Tanto che, davanti alla platea del festival de l’Unità di Reggio Emilia, il presidente Ds ha condannato pubblicamente «l’antiamericanismo che ha albergato, io penso anche in modo sbagliato, nel cuore della sinistra».

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