Usa pure la Russia

Di Martynov Ivan
20 Settembre 2001
Nella reazione dei russi alla tragedia di New York e Washington si può leggere in modo drammatico l’epopea di un intero ventennio.

Nella reazione dei russi alla tragedia di New York e Washington si può leggere in modo drammatico l’epopea di un intero ventennio. L’invasione dell’Afghanistan del 1979 fu l’inizio della fine dell’Unione Sovietica: lo sforzo militare sostenuto allora, di fronte al rilancio reaganiano, piegò definitivamente la stagnante economia brezneviana, che dalla fine degli anni Sessanta aveva garantito stabilità e certezza nel domani a diverse generazioni di “homines sovietici”. La resistenza afghana era allora sostenuta dai soldi americani, che in parte contribuirono anche a creare il mito del cosiddetto “terrorista miliardario” Bin Laden, allora uomo della Cia. Non c’è da stupirsi quindi se molti russi, soprattutto quelli di una certa età, non hanno saputo trattenere un moto di perversa soddisfazione di fronte a una nemesi storica così clamorosa; senza contare che proprio negli ultimi anni altri motivi avevano rinfocolato la vecchia ostilità con l’America, dalla protervia nell’intervento anti-serbo alla saccenza nel criticare la guerra dei russi contro i ceceni. Anzi, proprio la ferita cecena, culminata nelle stragi di due anni fa, faceva sentire i russi ancora più in credito con il mondo occidentale, visto che sul conflitto caucasico era miseramente crollato il regime filo-americano di Eltsin, e l’opinione pubblica internazionale non aveva manifestato nel 1999 alla Russia tutta la solidarietà che oggi viene giustamente concessa agli Stati Uniti. Concessa, del resto, dagli stessi russi, in un impeto di emozioni che sono ben testimoniate dallo straordinario tappeto di fiori davanti all’ambasciata americana a Mosca, ai piedi di quel muro che a lungo era rimasto imbrattato dagli insulti e dalle minacce dei tempi del Kossovo. E questo è proprio tipicamente russo: unire in uno stesso gesto un risentimento quasi brutale e una misericordia senza confini. La tragedia ha squarciato i veli delle ipocrisie dell’ultimo decennio: il mondo è oggi non meno lacerato e instabile di quanto non fosse ai tempi della guerra fredda e dei missili nucleari pronti a partire, anche se le fratture si sono spostate e addirittura capovolte. Forse il dramma di oggi potrà guarire almeno in parte il complesso di inferiorità dei russi, facendoli finalmente rientrare nel grande gioco della politica mondiale con un ruolo adeguato all’estensione dei suoi confini e alla grandezza della sua storia, al di là della vuota retorica di questi ultimi anni o degli astrusi dibattiti sulla globalizzazione (quanto lontani, eppur così vicini, appaiano oggi i dibattiti del G8 genovese!). Saranno finalmente i russi a salvare il mondo? Certo è che a livello geopolitico il bastione del “mondo civilizzato” nei confronti dell’“islam politico” affonda largamente nei confini della Federazione russa, e non è un caso che la lotta al terrorismo islamico sia al primo posto delle invocazioni di Putin e della dirigenza russa alla comunità internazionale da due anni a questa parte. L’Occidente è assai meno preparato dei russi a convivere con il mondo musulmano (e il terzo mondo in generale), tanto meno a combatterlo, mentre nel prossimo futuro bisognerà dedicarsi con molta più energia sia alla convivenza, che alla guerra.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.