L’ osservatore degli antiglobal

Di Tempi
27 Settembre 2001
Caro direttore, il 21 settembre scorso, a due mesi dalla tragica kermesse antiglobalista, L’Osservatore Romano, organo ufficiale della Santa Sede, ha pubblicato un’interessante riflessione sui fatti di Genova sotto il titolo: “Il nocciolo irrazionale che genera la rinuncia all'autocoscienza”.

Caro direttore, il 21 settembre scorso, a due mesi dalla tragica kermesse antiglobalista, L’Osservatore Romano, organo ufficiale della Santa Sede, ha pubblicato un’interessante riflessione sui fatti di Genova sotto il titolo: “Il nocciolo irrazionale che genera la rinuncia all’autocoscienza”. Mi permetto di sottoporlo alla c.a. sua e di tutte quelle associazioni e riviste cattoliche no-global, che non hanno aderito al nostro invito – ricorda il nostro manifesto di inizio luglio?- a non conformarsi col pensiero unico:

«Lo screziato fronte della gioventù no global trova il suo più caratteristico denominatore comune in quella comprensione alterata e infantile della realtà che, nutrendosi di complottismo e dietrologia, dal Sessantotto in poi ha determinato un diffuso e irrimediabile appannamento del senso critico. Una distorsione adulta, quindi, e di adulti, tutti intenti a mostrare che gli eventi non sono né riconducibili a cause ben definite né, al limite, inconoscibili nella loro ultima essenza – e almeno si tratterebbe di una posizione onestamente scettica – risultando invece, sempre e comunque, il prodotto di volontà misteriose e, più spesso, di un Potere tanto invisibile quanto pervasivo. Questa miserabile pedagogia è merce quotidiana: lo pseudostorico che riduce la vicenda di un paese a contorta sequenza di misteri e oscure violenze; il giornalista che rimesta in questo o in quel caso non per ansia di verità, ma per ribadire una volta di più che ai cittadini qualcuno, sistematicamente, tiene nascosta la verità delle cose; il politico che mostra di intravedere, alle spalle dell’avversario, la proiezione di interessi inattingibili, ne sono i banditori più frequenti. Per incultura e per incoscienza. Che poi un simile approccio richiami un’inequivocabile impronta ideologica – per cui l’evento o gli eventi non si esaurirebbero mai in una limitata e ordinata catena causale ma rimanderebbero a inafferrabili astrazioni tra le quali, nella vulgata, il Potere occupa il primo posto – è tra l’altro il segno, il più evidente e il più presente, di quanto certi pregiudizi abbiano profondamente allignato nella mentalità comune, talvolta estendendosi con sventurata facilità anche in ambiti del tutto insospettabili. Ma, rimossa pure ogni controversia su matrici e ascendenze, resta vero che individuare nella controparte non un semplice avversario ma il Nemico tout court, significa legittimare ogni forma di opposizione. Anche la violenza. E i ragazzi, sorpresi nel loro idealismo, nella loro ansia istintiva di renovatio, sono i più disponibili a percorrere fino alla fine una strada del genere. Per farlo, hanno bisogno di trovare e talvolta di costruirsi ex novo, una realtà parallela, del tutto alternativa a quella in cui gli impegni e gli affetti pure li chiamerebbero a vivere. I centri sociali – e altre consimili realtà associative di nicchia – sono appunto gli spazi in cui, elettivamente, una fetta non marginale della gioventù non si abitua – come ama scrivere qualche rozzo commentatore – a nient’altro che a delinquere, ma piuttosto a edificare, qui e ora, un artificiale frammento di utopia realizzata e autoreferenziale. Il mondo propone regole, modelli, ideali? Bene: il giovane esiliatosi in questi enclosures, non prova nemmeno a selezionarli criticamente, a contestarli sulla base di un progetto effettivamente e credibilmente realizzabile. No: con avvilente cecità semplificatoria, si limita a rovesciarli quali che siano. A “mettere il mondo a testa in giù”. E dunque il problema non sta nel fatto che in questi spazi ci si abitui alla promiscuità, all’uso di stupefacenti, a considerare la violenza come una possibilità e talvolta come una pratica, ma la motivazione che sta alla radice di simili atteggiamenti: una volontà sistematica, a mezzo tra il ludico e il nichilistico, di sottrarsi a ogni reale responsabilità verso se stessi e la comunità, appena camuffata da sogni di palingenesi planetarie; mentre si sta solo rimandando l’appuntamento con la vita in un garage dismesso, in una scuola o in un’università occupata. Dello scarsissimo interesse che i ragazzi coinvolti in queste esperienze mostrano verso i problemi reali e le soluzioni davvero praticabili, feci personale esperienza (…) Durante un’assemblea più agitata delle altre, decisi di intervenire e, quanto più il mio discorso consapevolmente abbandonava ogni misura e ogni senso della realtà – feci delle proposte semplicemente pazzesche – tanto più il consenso aumentava. Fu un’esperienza indimenticabile e terribile. Per qualche istante, avevo cavalcato la tigre, avevo toccato con mano il nocciolo irrazionale che generava non una protesta ma la rinuncia al pensiero, all’autocoscienza. Naturalmente, di lì a qualche settimana, tutto era finito. Lasceranno qualche traccia in più gli antiglobalizzatori? Credo di no: non cambieranno il mondo. Certo: c’è il rischio che ne mettano ancora a soqquadro qualche città e che alcuni tra loro rischino, sventuratamente, di imbrattarlo di nuovo con il sangue proprio e altrui. Ma lo lasceranno immutato. Per rinnovare la realtà, bisogna conoscerla, amarla per quello che è – ed è l’umanesimo cristiano – senza figurarsela come il feudo di un Potere senza volto. Diversamente, se ne viene fagocitati».

Antonio Gaspari, Roma

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