Il video-terrore
Il ruolo assunto dall’emittente araba Al Jazeera dimostra che anche la prima guerra del terzo millennio si combatterà con la mediazione della Tv. Ma, questa volta, ad usare l’arma delle immagini non sarà l’Occidente, ma il suo nemico. Gli americani hanno cambiato strategia rispetto ai precedenti conflitti, oscurando del tutto la loro azione militare e moltiplicando i proclami, i discorsi alla nazione, i brief addomesticati. Dall’altra parte, invece, l’uso del media Tv è senza precedenti. L’attacco alle torri gemelle è stato un attacco televisivo, progettato in due tempi successivi per esser filmato nel migliore dei modi. Si è trattato di terrorismo spettacolare, pianificato per i telespettatori di tutto il mondo. Anche il secondo atto di Bin Laden è stato televisivo. Il suo video-messaggio è stato programmato come una bomba ad orologeria. Con grande tempismo ha approfittato della forza mediatica suscitata dall’attacco avversario per crearsi un pulpito straordinario. Mentre nella guerra vera chi combatte è solo l’esercito anglo-americano, perché l’avversario si nasconde tra i civili, nell’altra guerra, quella mediatica, il nemico invisibile si palesa con tutta tranquillità (bevendo il tè davanti alle telecamere) e rafforza la sua propaganda nel mondo arabo. Sui teleschermi lotta alla pari con l’Occidente usando i suoi stessi strumenti. I terroristi hanno utilizzato i suoi aerei di linea come missili, approfittato delle sue armi, accumulato i soldi della sua droga. Oggi hanno imparato ad usare la Tv, il più raffinato strumento che l’Occidente abbia prodotto per creare consenso, ma anche per mistificare la verità. Non sappiamo quali immagini di questa guerra filtreranno attraverso le contrapposte censure. In ogni caso, oggi il mondo occidentale ha in mente una sola scena, con una enorme forza, quella della apocalisse delle Twin Towers. Essa è diventata simbolo complesso e carico di significati, come le sequenze del giovane cinese che ferma il carro armato, o la corsa delle massaie sotto il tiro dei cecchini serbi, o le mille altre ancora conservate nelle videoteche, ma soprattutto stratificate nelle coscienze. Le immagini del terrore di New York sono paradigma anche di tutto ciò che non vedremo: sia delle conseguenze della guerra, che gli americani tenderanno a nascondere alle Tv del mondo, sia di quelle che secondo i terroristi sono le cause della guerra, cioè le tragedie dei popoli palestinese ed iracheno, anch’esse non documentate da alcuna televisione. Dopo quelle immagini tutto è plausibile, persino la contaminazione chimica o batteriologica, che paradossalmente sconvolge l’immaginario proprio perché è invisibile. È come se si fosse stabilito il nuovo confine del male possibile, di ciò che può arrivare a fare l’uomo privo di ragione, cioè di vera religione. Ha scritto Enzensberger (1993) che «chi dal terrore delle immagini non viene trasformato in terrorista, diventa voyeur». La terza possibilità, continuare a vivere e costruire, non può certo derivare da bontà d’animo individuale o da quello che una volta si chiamava “l’ottimismo della volontà”. L’alternativa all’essere terroristi, cioè distruttori, o voyeur, cioè spettatori, consegue un giudizio circa l’esistenza reale di fatti, storie e persone positive, da riconoscere ed imitare.
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