Omar, l’impostore senza volto
Dopo aver smentito la morte del figlio (notizia diffusa dalla Bbc) sotto i bombardamenti anglo-americani, il misterioso braccio detsro di bin Laden è tornato a offrire i suoi buoni viatici per l’al di là, promettendo a chiunque si schieri con la causa del terrore l’eden dei musulmani. «Se morirete andrete in paradiso», è stato il suo ultimo messaggio affidato alla propaganda delle Tv islamiste. La vicenda del mullah Omar si è rivelata particolarmente gustosa per i media di tutto il mondo. Gli spettatori del Tg5 hanno potuto apprezzare qualche settimana fa un buon pezzo di giornalismo sul mullah, un servizio di Toni Capuozzo, che ci ha raccontato la storia di un umile insegnante di madrassa, la guerra contro l’invasore sovietico, nel corso della quale avrebbe perso un occhio, le rarissime comparse in pubblico che hanno fatto di lui l’“oggetto misterioso” della guerra mediatica che si combatte accanto a quella vera. Esattamente il contrario di Osama bin Laden, il principe del terrore del quale si conosce tutto, o quasi. Per il mullah, la cosa che impressiona di più l’osservatore occidentale è la mancanza di immagini e fotografie. Le poche a disposizione delle redazioni peraltro ritraggono di volta in volta uomini dalla fisionomia diversa.
Il gigante s’è svegliato
Chi conosce bene il mondo islamico sa che anche l’uso di una sacra reliquia come il (presunto) mantello del Profeta Mohammed è di forte impatto soprattutto nelle popolazioni dell’Asia Centrale. La storia di queste regioni è fitta di predicatori–guerrieri che comparivano e scomparivano, agitando reliquie ed oggetti sacri, ed infuocando l’Asia Centrale che, come spiegò il ghazi Kemal Atatürk (buon conoscitore della regione), è un gigante che dorme da secoli ma che potrebbe svegliarsi di colpo. Scavando nella letteratura ci vengono in aiuto le pagine di due grandi scrittori: l’argentino Jorge Luis Borges e l’inglese Rudyard Kipling. Il primo scrisse nel 1935 un piacevole libro che potrebbe ora includere anche le biografie di bin Laden e del mullah Omar, la Storia universale dell’infamia (I Meridiani, Mondadori). In essa compaiono le vicende di al-Moqanna, il Profeta Velato, vissuto nell’VIII secolo dell’era cristiana nel Turkestan e nello Jorasan, regione orientale dell’Iran al confine con l’Afghanistan. Il predicatore non mostrava mai il suo volto, celandolo prima con una maschera taurina poi con un quadruplo velo di seta bianca. Al-Moqanna fu teorico dell’eresia della “Rosa nascosta”, con il suo libro Annientamento della rosa. In esso si professava l’iconoclastia più pura, la dottrina del volto splendente di Dio (che nessuno avrebbe dovuto vedere), un dio spettrale ed un inferno e un paradiso altrettanto disperati. Il corollario di questi dogmi era l’incitamento al jihad e al martirio. Al-Moqanna, dotato anch’egli di una prodigiosa reliquia (la “veste scarlatta”), mise a ferro e fuoco le province dell’impero abbaside, accumulando oro e gemme, e questo fece infuriare il Califfo Mohammed al-Mahdi, che gli inviò contro i suoi migliori eserciti. Potremmo paragonare ai governi arabi moderati di oggi proprio gli abbasidi, che considerarono al-Moqanna un abominevole eresiarca. Il Profeta Velato era giunto a coniare monete senza effige da un lato, scelta che si potrebbe consigliare ora anche alla Banca Centrale talebana. Al-Moqanna si faceva accompagnare da servitori non vedenti, ed aveva sei adepti che sovrintendevano alla guerra e all’economia, mentre le 114 donne cieche del suo harem placavano «i bisogni del suo corpo divino». Fu però una di queste a tradirlo, scoprendo con le carezze il volto di un lebbroso, ed i suoi adepti, anticipando la collera del Califfo, lo trapassarono con le lance. Il Profeta Velato era in realtà un tintore, mestiere che Borges definisce «arte di empi, di falsari e di incostanti».
Come ti smaschero il mullah
Kipling scrisse invece nel 1888 L’uomo che volle farsi re (Sellerio), ambientandolo nell’immaginaria provincia del Kafiristan, fra Pakistan ed Afghanistan. È la storia di due sergenti dell’esercito coloniale dell’Impero Britannico, Daniel Dravot e Peachy Carnehan, simpatici e truffaldini avventurieri che, disertando, decidono di avventurarsi nelle inospitali gole afghane. Senza cimentarsi con la religione e i suoi dogmi, ma attratti dall’oro, i due riescono a costruire un regno. Pur essendo frutto della sua immaginazione, Kipling scrive di aver raccolto questa storia negli ambienti della Loggia massonica di Lahore «Speranza e Perseveranza», essendo i due militari anch’essi massoni. Ed è paradossalmente l’appartenenza massonica a salvare la vita ai due avventurieri ed a fare in modo che Dravot, divinizzato, divenga re dei Kafiri. Le popolazioni locali, infuriate nei confronti dei due inglesi stavano infatti per linciarli se non fosse stato per un monile che Dravot aveva, raffigurante il simbolo massonico di un occhio nel triangolo. Kipling ci spiega che tali simboli erano diffusi e divinizzati dalle popolazioni dell’Asia Centrale. Qui ricompare ancora una volta l’iconoclastia e l’impercettibilità di Dio. Ma il monile non salverà due volte Dravot: nel momento in cui, raccogliendo gli ori accumulati, tenta la fuga per tornare in India, anche il sergente che volle farsi Re viene trafitto da lance e decapitato. Più fortunato sarà il suo collega Carnehan, “solamente” accecato. Carnehan confida all’inizio della storia delle interessanti parole: «La legge, come si dice di solito, prescrive una condotta di vita irreprensibile che non è facile da seguire. Sono stato a più riprese compagno di un mendicante, ma in circostanze che impedivano a ciascuno di noi di scoprire se l’altro ne fosse degno. Fratello di un principe ancora non lo sono stato, sebbene una volta sia giunto molto vicino ad imparentarmi con quello che avrebbe potuto essere un vero re, tanto che mi venne promessa la concessione di un regno: esercito, corti di giustizia, tributi e politica al completo. Purtroppo oggi, temo grandemente che il mio re sia morto e che se voglio una corona dovrò andarmela a cercare da solo». Dal racconto di Kipling John Houston trasse nel 1975 l’omonimo film con gli ottimi Sean Connery e Michael Caine. Altre storie interessanti e dello stesso tenore sono quelle della lotta inglese al Mahdi sudanese della fine dell’800 e quelle delle lotte italiane al “mullaismo” in Somalia degli anni Venti. Tutte queste vicende possono dare luogo a molteplici chiavi di lettura ancora oggi. Una certo è quella più interessante, alla quale, probabilmente senza aver letto Kipling e Borges, devono essere giunti anche nell’intelligence community di Washington: il fatto che per far crollare il mullah, bisogna colpire dall’interno del suo entourage. Ed i segnali secondo cui alcuni ministri talebani avrebbero defezionato, con gli auspici della Cia, confermerebbero questa linea. Ma per giungere a questo occorrerà smitizzare la portata “profetica” del personaggio.
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