Quando interviene il cuore
Alberto Folin, Leopardi e l’imperfetto nulla, 148 pp. Marsilio, lire 29.000.
Quando don Giussani spiegava ai suoi studenti che «tutta la negatività sensistica in cui tutta la sua opera parrebbe risolversi risulta posticcia e cerebrale» era una voce nel deserto. L’intellighentsia era schierata in difesa del Leopardi-distruttore-dell’illusione-religiosa. La cultura militante liquidava le domande radicali della sua poesia come «residuo adolescenziale», e indicava nei versi de “La ginestra” il loro superamento verso un’ideologia della fratellanza umana che facilmente sconfinava nel sostegno alla rivoluzione proletaria. Oggi la critica più accorta punta lo sguardo sul punto infiammato indicato allora da don Giussani, la contraddizione tra l’“arido vero” di una filosofia presuntuosa e riduttiva, e l’infinità del desiderio suscitato dallo splendore del reale. «Nel cuore del tragico, l’ala della leggerezza» ha scritto recentemente Antonio Prete. «L’ombra di un sorriso sulla bocca della disperazione. Portare questa leggerezza e questo sorriso nelle parole di un verso curve sull’abisso: è questo l’azzardo del pensiero leopardiano. Un pensiero che nel sapere della finitudine avverte, irredimibile, la spina del desiderio». Nella stessa direzione il nuovo libro di Alberto Folin. Saggio qua e là ostico per l’uso del lessico della filosofia contemporanea, di Heidegger in particolare; ma illuminante perché ricorda che per Leopardi «il sentimentale è fondato e sgorga dalla filosofia, dall’esperienza, in somma dal vero». Il che «ci costringe a mettere in questione l’idea, affermatasi con l’illuminismo e poi divenuta opinione corrente, che non si dà discorso sulla verità se il “cuore” interviene. L’idea leopardiana di filosofia presuppone invece un “colpo d’occhio” gettato sulla totalità dell’essere», e la sua poesia rivela che «nonostante la ragione abbia svelato il mondo mostrandone la costitutiva finitezza, permane pur sempre l’attesa di eterno nell’uomo». «Qualche cosa: brevissimo segmento di senso tra il silenzio del nulla e il frastuono del tutto, spazio infinitesimale non misurabile con il metro del concetto, ma irriducibile». Con uno scavo appassionato nei frammenti dello “Zibaldone”, Folin suggerisce un rapporto tra filosofia e poesia meno schematico di quanto si pensi: «il sentimentale (la nota è di Leopardi) è fondato e sgorga dalla filosofia, dall’esperienza, in somma dal vero». Non contrapposizione, dunque, ma complementarietà.
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