Da una liceale al Presidente Bush

Di Tempi
25 Ottobre 2001
Egregio Presidente Bush, chi le scrive è una ragazza italiana che frequenta il penultimo anno della scuola superiore. Le sembrerà strano che io mi rivolga a Lei, ma vorrei esprimerle con questa lettera tutta la mia solidarietà per il popolo americano, che mai come in questo periodo sta dimostrando, messo a dura prova, la sua tenacia e determinazione, e per Lei, presidente, che si trova a dover reggere le fila di una situazione molto complessa .

Egregio Presidente Bush, chi le scrive è una ragazza italiana che frequenta il penultimo anno della scuola superiore. Le sembrerà strano che io mi rivolga a Lei, ma vorrei esprimerle con questa lettera tutta la mia solidarietà per il popolo americano, che mai come in questo periodo sta dimostrando, messo a dura prova, la sua tenacia e determinazione, e per Lei, presidente, che si trova a dover reggere le fila di una situazione molto complessa . L’anno scorso, nel periodo delle elezioni americane per la presidenza, ho seguito intensamente la vicenda, fino a quando non le è stata attribuita la carica. Devo dirle che inizialmente non ero molto convinta delle sue capacità, ipotizzando che Lei fosse il solito politico di mestiere che usa il nome di papà per arrivare in alto, ma, dopo gli ultimi avvenimenti, mi sono dovuta ricredere. A partire dall’11 settembre, giorno dopo giorno, sono rimasta davvero meravigliata da come sta gestendo la grave crisi americana all’interno degli Usa, dove è riuscito a non far prevalere la rabbia contro i cittadini americani di origine musulmana (cosa che avrebbe potuto facilmente creare grosse tensioni), specificando che quella da intraprendere non è assolutamente una guerra di religione ma una lotta contro il terrorismo, da qualunque parte esso provenga. In politica estera lei giustamente ha deciso di attuare una guerra chirurgica mirata a sgominare la rete del terrorismo mondiale, colpendo se necessario i governi di quegli stati che, come l’Afghanistan, appoggiano gli autori del terribile massacro delle Torri Gemelle. Soprattutto ho capito che gli americani, al contrario di quanto ho sentito spesso ripetere da molti nel mio Paese, sono un grande popolo. Questo ci è stato confermato dalla storia dell’ultimo secolo e più che mai dai recenti avvenimenti. Ce lo ripetono l’orgoglio con cui i cittadini americani hanno saputo reagire alla tragedia che ha colpito New York e Washington, la gara di solidarietà che è iniziata negli Usa dal giorno stesso della tragedia, e le migliaia di persone che instancabilmente continuano a scavare tra le macerie di quello che ora viene chiamato il Ground Zero. Ho seguito alla Cnn il discorso che Lei ha tenuto a questi volontari e devo confessarle che ho provato meraviglia e, al tempo stesso, invidia e amarezza: infatti ho dovuto constatare che mai nessun politico italiano, a qualsiasi corrente esso appartenga, avrebbe affrontato la grave “onta” di scendere tra la gente con un semplice giubbotto, spogliandosi del caro completo giacca e cravatta firmato; inoltre, vedendo quei volontari un po’ burberi che, alle sue parole, scandivano nell’aria con sguardo fiero il grido «Usa, Usa!», assiepati sotto la bandiera a stelle e strisce issata come un baluardo tra le macerie, ho dovuto purtroppo ammettere di non aver mai sentito miei connazionali pronunciare «Italia, Italia!» né tantomeno sventolare tricolori, se non in occasione di qualche partita di calcio. L’ America sta regalando a tutti noi un esempio di civiltà e di senso dello Stato che possiamo solo ammirare e tentare di seguire. Perciò, a tutti quegli italiani che hanno sempre mostrato insofferenza per il suo popolo, ai quali augurerei che si fossero trovati dopo la seconda guerra mondiale nel blocco sovietico per poter rendersi conto di cosa, grazie a voi, abbiamo evitato, dico di smetterla con questo ridicolo antiamericanismo. Ai vari Dario Fo e Franca Rame, che si sono permessi di dire che «in fondo l’America se l’è cercata», per colpa della sua politica da “sporco imperialista”, io rispondo con una famosa frase: siamo tutti americani. Tutti, come i passeggeri dei voli dirottati che un sofisticato piano terroristico ha trasformato in proiettili umani, come quelle persone che un martedì mattina come gli altri si apprestavano ad andare al lavoro e affollavano gli ascensori e gli uffici del Wtc, come quegli uomini che si sporgevano disperati dalle torri in fiamme, implorando un soccorso purtroppo impossibile. Presidente Bush, nonostante la nostra piccolezza e l’ipocrisia di molti, noi Italiani siamo con voi: nella lotta contro un nemico che si nasconde, che manda minacciosi messaggi televisivi, che ora forse ci sta già colpendo con armi chimiche, con la scienza che ha appreso nelle nostre stesse università. In questo senso è chiara la posizione espressa dal nostro leader di governo Silvio Berlusconi: «L’Italia è al fianco del presidente Gorge W. Bush nella caccia ai colpevoli di questo immane disastro e nella identificazione delle responsabilità, a qualunque livello esse siano». Sarà una battaglia, come lei stesso ha affermato, lunga, di cui l’Afghanistan è solo l’inizio; una battaglia, ci auguriamo, che non produca morte e distruzione tra coloro che hanno la sola “colpa” di vivere sotto regimi che ospitano e aiutano i terroristi. Ma, d’altra parte, una battaglia necessaria in cui, come ha affermato il sindaco di New York, Rudolph Giuliani, «non c’è spazio per la neutralità». Presidente, lei e il primo ministro britannico Blair, siete investiti di questa grande responsabilità: liberare il mondo civile dallo spettro di un terrorismo che, oltre a spogliarci di libertà e sicurezza, disonora milioni di uomini musulmani pacifici, esasperando la loro religione come giustificazione di tali massacri. La pace è un grande risultato, non c’è bisogno di una marcia per ricordarcelo; ma non si può giungere ad essa se non attraverso la garanzia della libertà e della sicurezza per tutti. Senza queste indispensabili premesse, essa si reggerà sul nulla o, peggio, sulla resa incondizionata a chi pace ha proprio dimostrato di non volerne. Le auguro buon lavoro, distinti saluti,

Elena Pelli, Pescara

Mi dispiace, non mi unisco al generale coro di sdegno che si alza forte contro la guerra. Un coro che canta una canzone condita di slogan antiamericani cari alla sinistra più retriva e oscurantista. Quella sinistra così contraria alla guerra che solo pochi mesi fa non ha esitato a trasformare Genova in un campo di battaglia. Ciò che intristisce è che a questo coro si sia unita tanta parte del cattolicesimo italiano, così acuto sul piano teologico da vedere Satana sotto le fattezze dello Zio Sam. Proprio come i fondamentalisti islamici! Perché il vulnus è proprio questo: in questo momento storico, nei fatti, se non nelle intenzioni, tutto ciò che si dice contro gli americani è a favore dei terroristi islamici; è a favore di una visione dell’uomo nemica della libertà e della tolleranza. Le Twin Towers abbattute sono un fatto da cui non si può prescindere e non si è moralmente “a posto” solo perché abbiamo presentato le debite e a volte pelose condoglianze. Negli Usa ciascuno può credere in ciò che vuole, lo Stato americano è uno Stato laico che garantisce – e ciò è incontrovertibilmente dimostrato dai fatti – la libertà individuale e religiosa, Negli Stati islamici la libertà è una chimera. Laddove l’Islam si identifica con lo Stato, la libertà di essere ciò che si vuole, di fatto, scompare sotto la burqa. Attenti, eterei propugnatori di una pace senza identità, piccole, inconsapevoli ruote di scorta di un islam totalitario, potrebbe venire un giorno in cui i vostri sbiaditi slogan, figli dei vetusti “yankee, go home” e “vietato vietare”, potrebbero rivoltarsi contro di voi (e consegnarvi alla scimitarra che tagliò la testa ai martiri di Otranto). Per quel che mi riguarda, sono disposto a combattere, non simbolicamente, per difendere la civiltà in cui vivo; contraddittoria finché si vuole, ma capace ancora di permettermi di essere ciò che voglio e di educare i miei figli come meglio credo. Arrivederci a Roma, città aperta, il 10 novembre prossimo, con la bella bandiera della libertà.

Amedeo Zottola, insegnante, Barzago (Lc)

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