Infedeli, pagani e ribelli
Oggi il termine “jihad” è comunemente tradotto come “guerra santa”, in realtà in arabo il significato letterale della parola “jihad” è quello di sforzarsi, impegnarsi, applicarsi a qualcosa. Come ricorda Giuseppina Ligios, ne “Il pensiero militare nel mondo musulmano” (ediz. Franco Angeli) la tradizione islamica prevede che i musulmani possano assolvere al “jihad” in quattro modi: tramite l’animo, tramite la parola, tramite le mani e tramite la spada. Le prime tre forme di “jihad” vengono definite come grande “jihad” perché riguardano la lotta contro se stessi, ossia contro «la perenne tentazione dell’uomo di lasciarsi travolgere dalle passioni». Il musulmano può assolvere al “jihad” nella lotta spirituale contro le proprie cattive inclinazioni e usare la parola e le mani, ossia ammaestrando i credenti e amministrando misure disciplinari. La quarta forma di “jihad” è quella con la spada detta piccola “jihad”. Un conflitto armato che può essere indetto dall’imam (la guida spirituale della comunità musulmana) per due motivi: l’islamizzazione con le armi dei territori ancora infedeli oppure la difesa del territorio islamico da un’aggressione. Secondo la giurisprudenza musulmana il conflitto armato può essere scatenato contro diverse categorie di nemici: i pagani e gli idolatri; i musulmani ribelli all’autorità dell’imam; gli apostati; i ribelli politici. Uno statuto a sé è invece previsto per la “Gente del Libro”, ossia ebrei e cristiani. Anche contro questi ultimi può essere scatenata la guerra sia per espandere la dominazione islamica, sia per difendersi. Ci sono anche delle possibilità di convivenza: secondo il Corano ebrei e cristiani sono coloro che hanno ricevuto la rivelazione divina attraverso un “Libro Sacro”. Questo fatto, agli occhi del mondo islamico, li distingue dai pagani, anche se poi lo stesso islam continua sempre a ritenerli «depositari infedeli di questa rivelazione che hanno adulterata e corrotta». Secondo il Corano, se ebrei e cristiani non si oppongono all’islam, se ne accettano la superiorità e pagano un congruo tributo possono anche godere di un protezione e di un “trattamento equo” in uno Stato musulmano. Questo “trattamento equo” può avere forti limitazioni, la cui severità dipende molto da come viene applicata la Shari’ah (legge islamica) nei diversi Stati musulmani del mondo. Si passa da un semplice tributo, alla proibizione di costruire nuove chiese e sinagoghe, all’impossibilità di manifestare pubblicamente la propria fede, all’obbligo di risiedere in determinate zone ben identificate, fino al divieto di insegnare il catechismo ai bambini cristiani o di convertire un musulmano alla propria fede. Queste limitazioni possono estendersi anche ad altri diritti civili e politici come la proprietà di terreni o il diritto di voto. Secondo le prescrizioni coraniche, questo speciale regime destinato ad ebrei e cristiani può essere sospeso in qualsiasi momento quando uno di costoro vìola le limitazioni prescritte oppure «quando lo esige la sicurezza dello Stato e l’ordine pubblico». «Nei casi più gravi l’infedele viene punito con la morte; altrimenti spetta all’imam stabilire se metterlo a morte, oppure ridurlo in schiavitù a meno che egli non si converta all’Islam».
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