Istantanea da un paese GuLag

Di Respinti Marco
01 Novembre 2001
In Pakistan, l’odio religioso islamico miete vittime fra i cristiani. Certo, i bombardamenti occidentali nel vicino Afghanistan dei talebani hanno aggravato i rapporti fra le religioni, ma la gravità della situazione in cui versa il Paese centroasiatico governato dalla sharia è (purtroppo) antica.

In Pakistan, l’odio religioso islamico miete vittime fra i cristiani. Certo, i bombardamenti occidentali nel vicino Afghanistan dei talebani hanno aggravato i rapporti fra le religioni, ma la gravità della situazione in cui versa il Paese centroasiatico governato dalla sharia è (purtroppo) antica. Il Rapporto 2001 sulla Libertà Religiosa nel Mondo, pubblicato dal Segretariato italiano dell’Aiuto alla Chiesa che Soffre, offre un quadro sconcertante. Dal 1986, il codice penale pakistano prevede il reato di blasfemia: «chiunque sia accusato da un testimone di aver insultato l’islam o Maometto può essere immediatamente arrestato e accusato di bestemmia, rischiando così la pena capitale». In totale, secondo Compass del 17 gennaio 2001, sono 39 le accuse di blasfemia verificatesi nel corso del 2000 contro esponenti di confessioni religiose diverse da quella sunnita imperante nel Paese, ivi compresi gli sciiti. Il 10 gennaio, a Karachi, durante una manifestazione di protesta promossa da “All Faith Spiritual Movement”, sono stati arrestati tre cristiani e uno sciita. Rilasciati dietro cauzione dopo 6 giorni, erano accusati di manifestazione non autorizzata, resistenza a pubblico ufficiale e di tentato omicidio. Shafik Masih, in carcere dal 1988 e condannato nell’ottobre 1999, sta scontando otto anni di lavori forzati per avere «leggermente offeso l’islam»: in realtà, pare che un suo vicino musulmano abbia “buttato in religione” una banale lite per l’energia elettrica. Rasheed e Saleem Masih, due fratelli cristiani della regione del Punjab, sono stati condannati l’11 maggio a 35 anni di carcere per bestemmia, accusati da un gelataio che non intendeva servirli nelle stesse coppe da lui usate per i clienti musulmani. Ma il caso più drammatico è quello di Ayub Masih, accusato nel 1996 e condannato a morte nell’aprile del 1998: ripetutamente torturato, è in isolamento anche perché più volte oggetto di tentativi di omicidio. Poi, Fides del 15 maggio 1998 ha laconicamente, tristemente battuto così da Islamabad: «Il vescovo di Faisalabad, mons. John Joseph, si è suicidato con un colpo di pistola nei locali del tribunale di Sahiwal, alle ore 21,30 del 6 maggio. Si trovava in questa città per protestare contro la condanna a morte di un cristiano, Ayub Masih, condannato a morte il mese scorso per blasfemia. […] Il giorno dopo solo un giornale, “The Dawn”, ha riportato la notizia con una piccola nota di cronaca; altri quotidiani, radio e televisione hanno taciuto l’argomento».

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