La guerra? Né santa, né empia

Di Vento Andrea
08 Novembre 2001
Quelle inutili (e ingenue) trattative con l’estremismo musulmano per difendere gli interessi (politici ed economici) comuni alle democrazie occidentali e al mondo arabo. Dai tentativi di disinnescare la “bomba afghana”, al selvaggio attacco a tradimento dell’11 settembre. Gli Stati Uniti e il radicalismo islamico. Precedenti e storia delle “relazioni pericolose” e “zone grigie” tra Occidente e islam militante. Ecco perché la sottovalutazione del pericolo fondamentalista nella politica estera americana, non giustifica il pacifismo delle anime belle. E, anzi, conferma la necessità della difesa militare contro un movimento islamico totalitario di Andrea Vento

Affiorano in questi giorni le testimonianze di come sia stato complesso negli ultimi dieci anni il rapporto fra l’intelligence community americana e il variegato mondo dell’estremismo islamico che si era “fatto le ossa” nel liberare l’Afghanistan dalle truppe sovietiche.

Le reni di bin Laden

Rapporti che spesso hanno portato a conflitti con altre agenzie governative come Dipartimento di Stato, Pentagono, Fbi, Dea. Una relazione quindi non facile, culminata, ancora pochi mesi fa prima degli attentati dell’11 settembre, in un’estrema mediazione da parte di tradizionali canali, i servizi segreti pachistani e sauditi, con gli “afghani”, intesi come quei volontari che avevano combattuto negli anni Ottanta e Novanta per il controllo del Paese asiatico. Sauditi e pachistani da una parte tentavano di farsi consegnare dai taliban Osama bin Laden, e dall’altra cercavano di invitare alla moderazione lo stesso leader di al-Qaida. Bin Laden non è esente da queste contraddizioni se si pensa che colui il quale scagliò pochi anni fa la fatwa contro gli statunitensi per il solo fatto di “calpestare” il suolo della Penisola Arabica, si sia fatto operare in primavera, secondo un’informativa francese, a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, per una grave forma di insufficienza renale proprio in un ospedale americano. I suoi movimenti erano quindi noti, così come quelli dei suoi più stretti collaboratori, lo spiega diffusamente nell’ultimo quaderno speciale di Limes «Nel mondo di bin Laden» il giornalista pachistano Ahmed Rashid. Si rafforza inoltre l’ipotesi che bin Laden sia vieppiù malato e progressivamente soggiogato da Ayman al-Zawahiri, il medico egiziano già capo di al-Jihad, e reale guida spirituale di al-Qaida. Come a dire che il miliardario saudita, oltre a servire la causa per le conoscenze nella corte di Ryad e le sue risorse economiche, sia stato utile solo quale testimonial mediatico. Le difficoltà e i quesiti ai quali è sottoposta ora l’intelligence occidentale sono numerosi, ma se può venire in aiuto la storia, si assiste solo al ripetersi di vicende già avvenute.

Precedenti storici di machiavellismi con salsa islamica

Nel corso dei secoli si è infatti registrata una ricca sequenza di occasioni in cui gli stati sovrani dell’occidente cristiano fecero accordi, di varia natura politica, diplomatica, di propaganda, di intelligence e finanche militare con rappresentanti delle frange più estreme del radicalismo islamico. Le ragioni non sempre sono state delle più nobili, spesso motivate dalla necessità di trovare un alleato risoluto nella lotta contro i propri nemici in Europa e in Medio Oriente. Che poi questo “alleato” potesse far ricorso alla jihad nella dar al-harb, la «terra degli infedeli» è veramente poca cosa per chi si ispirava a machiavellismi. La “carrellata” dei rapporti un po’ contro natura potrebbe iniziare ben lontano, con i signori dell’Italia centrale nel IX secolo che ricorsero a bande di arabi nelle proprie guerre feudali. Si narra ad esempio di Atanasio, Vescovo Conte di Napoli, che si rivolse a Sawdan, Emiro di Bari, per mettere a ferro e fuoco il Ducato longobardo di Benevento. Amir Sawdan ne approfittò per lanciare una personale jihad, nel corso della quale rase al suolo il ricchissimo monastero benedettino di San Vincenzo nell’alta valle del Volturno. Questo in base a quanto ci narra il monaco Giovanni, nel suo Chronicon Vulturnense. Sempre nello stesso periodo, secondo il Chronicon Salernitanum, anche i signorotti siciliani invitarono gruppi di arabi a stabilirsi nell’isola per combattere i funzionari graeculi (bizantini) dai quali erano tartassati con un regime fiscale particolarmente rigoroso. Fra il XII e il XIII secolo affiorano invece due interessanti episodi: innanzitutto la complessa e velenosissima vicenda secondo cui i cristiani re di Gerusalemme e i Gran Maestri dell’Ordine del Tempio, per controllare gli effimeri regni crociati, si scambiavano “cortesie” assoldando quali sicari i famigerati appartenenti alla setta ismailita degli Assassini. Un secolo dopo, nell’amata Puglia, l’illuminato Federico II si circondava di una guardia speciale composta da terribili saraceni. Questo per quanto riguarda longobardi, franchi e svevi e lo stesso si potrebbe dire dei normanni in Sicilia.

Facendo un salto in avanti di qualche secolo, un’altra operazione di intelligence fu quella del sovrano di Parigi Francesco I, che al tempo del «Franza o Spagna, basta che se magna», non disdegnò l’alleanza segreta con i terribili pirati barbareschi, guidati da Khair ed-Din, noto in occidente come Barbarossa o Ariodeno, e legati al Sultano Solimano, accordando loro approdi nei porti francesi, contro le flotte spagnole. Jack Lang, già ministro di François Mitterrand, commenta forse un po’ troppo entusiasticamente le scelte del sovrano, definendole l’embrione di una «politica estera laica francese». Più recentemente, durante la Grande Guerra, l’intelligence service britannico, non riuscendo a fare grandi passi avanti in Palestina contro l’esercito Ottomano, guidato dal generale tedesco Otto Liman von Sanders, decise di risvegliare l’islam, “gran dormiente” da diversi secoli. Regista dell’operazione fu dal 1916 al 1918 il colonnello britannico Thomas Edward Lawrence, amico innanzitutto dello sharif della Mecca, l’hascemita Husayn, ma anche del principe wahabita Ibn Sa‘ud. Qualcuno ricorderà il bel film con Peter O’Toole, Alec Guinnes e Omar Sharif. Che poi i britannici (e francesi) abbiano ritardato a riconoscere l’indipendenza ai vari Paesi arabi, giocando sulla rivalità fra hascemiti e sauditi, è un’altra storia, che determinerà la sostanziale diffidenza dei rigorosissimi wahabiti nei confronti dell’Inghilterra.

Islam in chiave nazifascista…

Ecco infatti che negli anni Trenta e Quaranta furono l’Italia fascista e la Germania nazista ad investire sulla carta islamica. La storia diplomatica italiana è costellata di aiuti in armi, munizioni e denaro, ma anche di una diffusissima attività di propaganda con Radio Bari, da parte italiana ai combattenti dell’Islam. “Amici” di Mussolini furono in quegli anni il gran Muftì di Gerusalemme Hajj Amin al-Husayni, tra l’altro zio di Yasser Arafat, e il già citato re arabo Ibn Sa‘ud. Gli strumenti di lotta furono quelli del terrorismo e della sollevazione in Palestina contro i britannici e gli ebrei. Come è avvenuto recentemente in Afghanistan, ma anche nei Balcani, è di allora la pratica saudita di inviare volontari islamici, mujaheddin, per liberare la terra dell’Islam dagli infedeli. Mussolini, solo pochi anni dopo il Concordato, si lanciava in ardite disquisizioni sulla protezione dei luoghi sacri, riceveva in dono la “Spada dell’islam”, donava le colonne di marmo di Carrara per la ricostruzione della Moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme, e veniva incluso nelle preghiere dei pellegrini alla Kaaba. Ma chi armò in maniera ancor più sistematica i combattenti dell’islam fu Adolf Hitler, costituendo numerose divisioni SS, ed inquadrandovi i musulmani di Bosnia, Ucraina, Caucaso e Turkestan nella lotta a serbi e russi.

… in chiave comunista…

La gran sorpresa riguarda gli anni Cinquanta, quando l’Arabia Saudita, spalleggiata dagli Stati Uniti, decise di appoggiare le organizzazioni islamiche radicali nella lotta contro i nazionalismi arabi di stampo socialista e nasseriano. Questi governi “laici” rappresentavano un pericolo nel periodo in cui l’Unione Sovietica ambiva a sempre crescenti spazi in Medio Oriente. Ecco quindi che le organizzazioni come l’egiziana Fratellanza Musulmana, creata negli anni Trenta dall’insegnante Hasan al-Banna, si diffusero, in clandestinità, anche in Siria ed Iraq. I vari raìs succedutisi al Cairo, da Giamal Abdal Nasser a Hosni Mubarak, hanno fronteggiato duramente il fenomeno terrorista, ma uno dei presidenti, Anwar al Sadat, cadde proprio sotto i colpi dei Fratelli Musulmani. Un giornalista americano, John K. Cooley, spiega nel suo Una guerra empia. La Cia e l’estremismo islamico (Eléuthera, 2000), come l’anno della svolta strategica statunitense è comunque il 1979, quando Mosca decise di invadere l’Afghanistan. Grande enfasi, denaro ed armi, giunsero al movimento di volontari musulmani da occidente. La vicenda è nota, anche per quanto concerne il ruolo in prima fila dei servizi segreti saudita e pachistano, così come di una fitta rete di organizzazioni del solidarismo islamico. Compare per la prima volta in quegli anni l’allora giovane bin Laden che, come ricorda Cooley, oltre a battersi contro i sovietici, ebbe un ruolo fondamentale nella costruzione delle più importanti opere difensive dei mujaheddin, grazie anche all’appoggio statunitense.

… in chiave post-comunista…

Con la caduta del Muro di Berlino gli appetiti del radicalismo islamico non vengono confinati al Medio Oriente, ma continuano a travalicare i confini fissati a Yalta. Questo con grave danno per due traballanti soggetti della politica internazionale, i regimi arabi moderati ed i Paesi dell’Europa orientale con forti minoranze islamiche. Con una strategia in parte tollerata o sottovalutata da Washington, si produsse la rapida sequenza di guerre note degli ultimi anni: Bosnia, Algeria, Cecenia, Kosovo. Ed il cliché fu spesso il medesimo, grazie all’azione combinata (cosciente o meno) delle organizzazioni umanitarie, del dipartimento di Stato e della Cnn. Sul ruolo dell’emittente di Atlanta e sull’attività dell’arcinota giornalista Christiane Amanpour e del suo consorte James Rubin, allora portavoce del ministro Madeleine Allbright, si consiglia la lettura di un articolo di Maurizio Crippa comparso su Il Foglio il 14 ottobre scorso («Christiane Amanpour, la regina della Cnn che inventò la guerra»). La disinformazione ed un’azione diplomatica volontarista hanno forse permesso ad un’allegra brigata di “afghani” di riproporsi ciclicamente in tutti questi nuovi scenari di guerra.

…E Ground Zero, fine della pista

Qualcosa però, a metà del cammino, si è rotto nel rapporto fra islam radicale e Stati Uniti. I continui appetiti del primo e le minacce ossessive nei confronti del modello statunitense di globalizzazione (è del 1993 il primo attentato alle Torri del Wtc) spinsero Bill Clinton e il suo staff a cambiare strategia. Il Presidente decise nel 1996 di interrompere progressivamente i rapporti con gli ambienti radicali, iniziando al contempo una precisa strategia di ricerca ed eliminazione degli elementi più facinorosi e dei regimi alle loro spalle, Sudan prima e Afghanistan dopo. Inoltre gli epigoni del radicalismo islamico in Palestina, i militanti di Hamas, si opponevano al processo di pace, e questo non era assolutamente accettabile. Analogamente, gli uomini dell’egiziana al-Jihad, già all’origine dell’assassinio di Sadat e strettamente collegati a bin Laden, continuavano ad organizzare complotti per mettere fine ai giorni di Mubarak. Ad innervosire Washington ulteriormente fu l’offensiva del terrorismo algerino e ceceno portata fin dentro le fermate di metropolitana di Parigi e Mosca. Un sinistro presagio rispetto ai recenti fatti di New York. La reazione al mutato atteggiamento statunitense non tardò a farsi sentire con gli attentati di al-Qaida a Darhan, Nairobi, Dar el-Salaam, Aden. Nell’agosto 1998, curiosamente mentre Amanpour e Rubin celebravano in Italia il proprio matrimonio, Clinton decideva di bombardare Sudan e Afghanistan, con l’operazione Infinite Reach, senza però riuscire a colpire Bin Laden.

George W. Bush intendeva mantenere ed aumentare la linea della fermezza, e quanto è avvenuto dall’11 settembre in poi è abbastanza noto. Qualche testa è caduta, innanzitutto quelle dei capi dei servizi segreti saudita e pachistano, rispettivamente il principe Turki al-Faysal e il generale Ahmed Mahmoud, “super-alleati” dell’Occidente ma purtroppo anche tradizionali contatti delle reti islamiche. C’è ora chi lamenta nei media e nella politica americani che il lavoro di pulizia della intelligence community è tardivo e non è ancora finito: nella direzione di un gap nel controllo di alcune reti di “dormienti” in casa, alcuni dei quali già veterani dell’Afghanistan, così come della necessità di una svolta nei confronti degli elementi radicali di influenti famiglie saudite, ma anche dei servizi segreti: il Dipartimento Generale per l’Intelligence saudita e l’Inter-Services Intelligence (Isi) pachistano. Da Washington giunge in queste ore un altro monito: esplorare ogni coinvolgimento di altri Paesi radicali. Il più volte citato Iraq, ma anche il tanto corteggiato (dagli europei) Iran, dal momento che lo storico leader della resistenza anti-sovietica Gulbuddin Hekmatyar, che vive protetto a Teheran, ha lanciato un messaggio di solidarietà al regime taliban e a bin Laden. Singolare, e al contempo emblematica, la vicenda di Hekmatyar, che da studente a Kabul divise un appartamento con Ahmed Shah Massud, che al fianco di questi combatté per la liberazione della sua terra dall’invasore sovietico, che intrattenne rapporti con il mondo arabo moderato e con gli Stati Uniti, per infine “derapare”, analogamente a Bin Laden, verso la strategia del terrore. I profeti di sventura negli ultimi mesi non erano mancati: numerose erano state le informative provenienti in particolare dal Fsb di Vladimir Putin e dal Mossad israeliano, su una possibile recrudescenza di atti terroristici spettacolari. Ma è destino di ogni Cassandra non essere ascoltati.

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