Vi presento il Pakistan
Sarebbe facile – ma non corrispondente alla realtà – dire che il massacro di cristiani del 28 ottobre scorso è il frutto avvelenato dell’intervento americano in Afghanistan. Tanto più che già dalle preghiere di venerdì 7 ottobre nei pulpiti di molte moschee del Paese era stata letta una fatwa, decreto di interpretazione autentica della legga religiosa, in base al quale si sarebbero dovuti «uccidere due cristiani per ogni musulmano perito nei bombardamenti». Ma se si ha un po’ presente quello che accade normalmente in Pakistan, a proposito di trattamento delle minoranze religiose, allora il discorso è addirittura contrario. Non è la guerra che si ritorce contro i cristiani, ma è l’attenzione del mondo sull’area che ha indotto finalmente il governo di Islamabad a intervenire per perseguire i responsabili di quella che non è che l’ennesima, di una serie interminabile di atti di grave intolleranza verso tutti i non islamici, e anche verso quegli islamici la cui ortodossia non è considerata a prova di bomba.
I Puri. Che non pagano le tasse
“Terra dei puri” è il significato esatto del termine “Pakistan”, con cui venne chiamato il Paese dove lo Stato non è mai riuscito a far pagare le tasse ai suoi cittadini (su poco meno di 150 milioni di abitanti le dichiarazioni dei redditi sono appena 1,6 milioni, e prima del regime di Musharraf, fino al 1999, erano addirittura 1,1 milioni), inventato dai musulmani dell’India nelle zone in cui erano in maggioranza, per evitare di trovarsi sotto il dominio degli “infedeli” al momento dell’indipendenza dall’Inghilterra, nel 1947. Sottinteso, dunque, è che gli “impuri” erano gli altri: i non islamici. A differenza di induisti, sikh, buddhisti e parsi, che apertamente presero le parti dell’India, la minoranza cristiana accettò di appoggiare le richieste separatiste della Lega Musulmana di Ali Jinnah, contro le idee panindiane del Congresso di Gandhi e Nehru. Per questo, i cristiani furono risparmiati dall’ondata di stragi e di fughe di massa che accompagnarono la partizione, e divennero la principale minoranza nel nuovo Paese. Le statistiche del referendum del 1981, le ultime disponibili, ci parlano infatti di un 1,56% di cristiani contro un 1,51% di induisti e uno 0,26% di “altri”, contro un 95% di musulmani. E sono queste le cifre di cui i giornali hanno parlato in questi giorni. Il Dipartimento di Stato Usa, però, sostiene che queste stime sono totalmente inattendibili per sistematica sottovalutazione, e ne dà altre. E senza arrivare alla cifra di 15 milioni fornita da alcuni ambienti di cristiani pakistani stessi, i cristiani, dunque, non sarebbero 2 milioni scarsi, ma almeno 3 milioni; gli induisti almeno 2,8 milioni; e bisognerebbe poi includere 30.000 baha’i, 20.000 buddhisti, 20.000 sikh, 20.000 parsi zoroastriani, e alcune migliaia di seguaci di antichi culti animisti. D’altra parte, dalla maggioranza di musulmani sunniti andrebbe distinto un 10-15% di musulmani sciiti; al cui interno, accanto ai “duodecimali” di tipo iraniano, va considerata una minoranza nella minoranza di 60.000 ismailiti; e al cui ulteriore interno, accanto ai fedeli dell’Aga Khan, va considerato il gruppo dei 60.000 bohris, che rappresentano la minoranza della minoranza della minoranza. Ma la storia spinosa è soprattutto quella dei 3-4 milioni di ahmadi, che hanno proprio in Pakistan il centro della loro fede, e che sono poi quel gruppo che ha diffuso la leggenda, penetrata in Occidente attraverso ambienti New Age, secondo cui Cristo non sarebbe morto sul Calvario, ma sarebbe sopravvissuto alle tremende ferite della crocifissione, per andare poi a morire di vecchiaia, a 120 anni, in Kashmir. Il loro fondatore, che fu nel 1880 Mirza Ghulam Ahmad, sosteneva di essere a un tempo il Mahdi dei musulmani, Gesù redivivo e un avatar del dio induista Visnù. Oggi, gran parte dei suoi seguaci si limita a considerarlo un profeta. Ma ciò è considerato altamente eretico dall’islam ortodosso, secondo cui “sigillo dei profeti” è stato Maometto. Per di più gli ahmadi rifiutano il concetto di jihad, in nome della non violenza, e permettono di tradurre il Corano e di pregare nelle lingue nazionali, e non solo in arabo. Risultato: loro si considerano musulmani, ma gli altri musulmani negano loro questa qualifica. E questa sottigliezza teologica è recepita dal sistema giuridico pakistano come legge civile, con conseguenze pesantissime.
La Repubblica islamica
Ali Jinnah, il padre della patria, aveva infatti promesso formalmente a tutte le minoranze che il Pakistan sarebbe stato uno Stato laico, che avrebbe mantenuto la Common Law inglese alla base della propria legislazione, e che il concetto di “musulmani” andava inteso in senso più etnico che religioso: il Pakistan come patria di quei musulmani che si riconoscevano nella sintesi tra cultura indù e cultura arabo-persiana che era stata alla base dell’impero del Gran Moghul. Ma il collante non riuscì a tenere insieme il Pakistan Occidentale a quello Orientale, collocato all’altra estremità del Subcontinente, e che dopo la rivolta del 1971 e l’intervento indiano al fianco dei ribelli si trasformò nel nuovo Bangla Desh indipendente. I vari governi militari e civili che si sono da allora succeduti al potere hanno quindi cercato di fomentare il sentimento di appartenza religiosa, come nuovo simbolo di identificazione nazionale. Ma così, ad andarci di mezzo sono andate sempre di più le minoranze religiose: nel 1973 con la trasformazione formale dello Stato da “repubblica” a “repubblica islamica”; negli anni ’80 con l’introduzione formale della legge coranica, valida anche per i cittadini non musulmani; e nel 1992 con l’inserimento dell’appartenenza religiosa nei documenti di identità. È vero: formalmente la costituzione assicura libertà di religione, le minoranze sono espressamente esentate dal pagare tasse per mantenere una religione che non è la propria, esistono nelle istanze elettive seggi riservati per le minoranze, e addirittura il Pakistan è uno dei rari Pesi islamici in cui è permesso fare proselitismo per altre religioni e convertirsi dall’islam ad altre fedi senza affrontare conseguenze penali. Ma il Ministero degli Affari Religiosi reca nel proprio simbolo ufficiale il versetto coranico secondo cui «l’islam è la sola religione accettabile per Dio», e la conferenza pakistana dei vescovi gli ha fatto dei conti in tasca dai quali risulta che per affari religiosi il governo spende 17 dollari pro-capite per ogni cittadino musumano, e soli 3,20 per ogni cittadino non musulmano. La rappresentanza a parte è di fatto utilizzata come ghetto per emarginare i non musulmani ed escluderli dalla gestione degli affari di governo, anche perché le minoranze sono drasticamente sottorappresentate rispetto alla loro effettiva consistenza: i seggi dei cristiani, ad esempio, sono calati da 4 su 48 deputati nel 1948, a 6 su 235 nel 1970, a 4 su 235 nel 1985. E, soprattutto, sulle minoranze pesa la mannaia delle cosidette “leggi anti-blasfemia”, che comminano fino alla pena di morte a chi “offende” il Profeta Maometto. E, nell’indeterminatezza della nozione, tutto può rappresentare “offesa”. Gli ahmadi, ad esempio, non sono formalmente fuori legge, ma è considerata “offesa” se si definiscono musulmani. A parte il fatto che sono di fatto esclusi dal voto, visto che rifiutano di recarsi alle urne come “non musulmani”. E anche tentare di convertire qualcuno al cristianesimo può essere “offesa a Maometto”. In concreto, la maggior parte delle denunce arrivano per litigi privati, in cui una delle due parti cerca di prevalere accusando l’altra di “blasfemia”. Secondo una Ong cristiana, i casi di processi per blasfemia è cresciuto dai 53 del 1999-2000 ai 58 del 2000-2001. Lo stesso governo riconosce che, sebbene i non musulmani rappresentano solo il 5% degli abitanti del Paese, rappresentano il 25% degli imputati in questi processi. Per fare qualche esempio, l’11 gennaio 2001 7 cristiani protestanti e il loro pastore furono arrestati per distribuzione di opuscoli di propaganda religiosa. Il primo aprile 2001 un cristiano fu arrestato per aver gestito una scuola privata. Nel maggio 2000, due fratelli cristiani furono condannati a 35 anni di carcere e a 1500 dollari di multa per aver «dissacrato il Corano e bestemmiato il Profeta Maometto». Come è noto, un vescovo cattolico si suicidò addirittura per protestare contro questa situazione. C’è comunque chi sta peggio dei cristiani. Gli ahmadi oltre che per blasfemia sono colpiti anche dallo specifico articolo del codice penale che vieta loro di definirsi musulmani, e in tutto ne sono finiti in carcere 80 nel 1999, 166 nel 2000. Quanto ai musulmani, che sono comunque i tre quarti degli inquisiti, è significativo che molti di loro siano sciiti o sufi.
Musharraf: un “nuovo corso”?
In passato il governo nazionalizzò anche le scuole cristiane, pur permettendo invece agli islamici di gestire le loro famose madrasse. E accade spesso che nelle scuole pubbliche gli insegnanti costringano anche i membri di minoranze ad assistere alle ore di religione islamica, da cui sarebbero in teoria esentati. Va detto però che in seguito molte scuole sono state restituite agli originali proprietari, e il generale Musharraf ha compiuto alcuni importanti passi verso una maggior tolleranza: ha ad esempio offerto a non islamici incarichi di governo, ancorchè simbolici, e nell’aprile del 2000 ha persino parlato di modificare le leggi anti-blasfemia, in modo da offrire maggiori garanzie. Ma le moschee minacciarono una sommossa quasi simile a quella che si è scatenata in questi giorni, e Musharraf fece marcia indietro. D’altra parte, è anche e soprattutto per paura della piazza se la polizia ha finora fatto poco per impedire le continue manifestazioni di intolleranza contro le minoranze. E qui, davvero i pretesti c’entrano poco. Come osservano i leader della comunità cristiana del Pakistan, «oggi se la prendono con noi perché dicono che siamo cristiani come gli americani che bombardano l’Afghanistan. Ma se la prendono con noi anche quando Israele maltratta i palestinesi, dimenticando che molti palestinesi sono cristiani. E si misero a distruggere chiese assieme ai templi induisti anche quando in India era stata distrutta la moschea di Adhoya, senza considerare che i fondamentalisti indù ce l’hanno coi cristiani allo stesso modo che coi musulmani». Va detto che però la rabbia con cui i musulmani aggrediscono i cristiani è stata finora inferiore a quella che hanno messo per sterminarsi tra di loro, sunniti contro sciiti. La cronaca del 2001, ad esempio, ci ricorda l’assassinio di un teologo sciita, il 21 gennaio; l’assassinio di 3 teologi sunniti, con altre due persone, il 28 gennaio; l’assassinio di due miliziani sciiti il 5 febbraio; il tentato omicidio di un teologo sunnita, sempre il 5 febbraio; l’assassinio di 4 sciiti, tra 18 e 23 febbraio; 10 morti in una vera e propria battaglia tra sunniti e sciiti, il primo marzo; l’incursione di un commando in una moschea sciita con l’uccisione di 16 fedeli, il 4 marzo; l’incursione di un commando in una moschea sunnita con l’uccisione di 12 fedeli il 13 marzo; l’agguato al leader di una milizia sunnita e alla sua scorta, col saldo di 5 morti, il 18 maggio. E bisogna poi ricordare un pogrom contro indù l’11 ottobre 2000, scatenato dalla disavventura di una donna induista che in un villaggio aveva strappato una pagina da un libro per incartarci qualcosa e, essendo analfabeta, non si era accorta che in quel pezzo di carta c’erano citazioni dal Corano. Ben 3 assalti a moschee ahmadi, tra ottobre e novembre 2000, in cui la polizia arrestò gli aggrediti e non gli aggressori. L’uccisione della 78enne Suor Cristina, accusata di proselitismo, nel marzo 2000. Lo stupro di 8 ragazze cristiane accuratamente selezionate in un bus nel maggio 2000… Accusati di essere “stranieri”, in realtà i cristiani del Pakistan appartengono in grande maggioranza ai gruppi più poveri della società.
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