La battaglia delle lapidi

Di De Turris Gianfranco
08 Novembre 2001
Perché la mano che uccide è sempre e solo quella del fascista? E con le vittime del comunismo come la mettiamo? di Gianfranco De Turris

La settimana scorsa storici russi ufficiali hanno calcolato in oltre 30 milioni di morti le vittime del comunismo nel loro paese. Cifra che rientrerebbe nei circa cento milioni di morti calcolati in tutto il mondo dall’ormai famoso Libro nero del comunismo. Tra queste vittime non vi sono quelle italiane che nessuno ammette siano esistite. A giudicare da recenti polemiche, soltanto il “terrorismo fascista” ha lasciato cadaveri dietro a sé, certificati da sentenze della Cassazione che, secondo esponenti del centrosinistra, sono ormai “verità storiche”. Ergo, incise sul marmo. Di conseguenza intoccabili. La polemica nata dall’ordine del giorno votato dal consiglio comunale di Bologna la notte fra il 22 e il 23 ottobre, su proposta del consigliere Rocco di Torrepadula della Lista civica “La tua Bologna”, è una tipica occasione giornalistico-ideologica del tutto artificiosa, che stravolge per mera polemica politica precisi dati di fatto. I quali indicano che il consiglio comunale non ha affatto deciso di far rimuovere l’aggettivo “fascista” («Vittime del terrorismo fascista») dalla targa che alla stazione ricorda la bomba di 21 anni fa, ma ha solo «auspicato che in un clima di ritrovata pacificazione nazionale l’Associazione familiari vittime della strage 2 agosto 1980 voglia prendere in considerazione l’eventualità di abolire il termine “fascista” che compare sulla lapide che ricorda le vittime della strage». Un invito a «prendere in considerazione l’eventualità di abolire» è, in tutta evidenza, cosa ben diversa da una “decisione di abolire”. Ma la cieca violenza strumentalizzatrice, con avallo dei grandi giornali “moderati”, non conosce vergogna.

Domande (in attesa di risposte)

Nella polemica, però, si è dimenticato il punto essenziale. Quella di Bologna (sino a prova contraria) è l’unica lapide che ricorda i morti degli “anni di piombo” con una sua chiara connotazione politico-ideologica. Tutte le altre, sono generiche. Ne ricordo tre: a Milano: «Al maresciallo Rosario Berardi caduto per la democrazia nata dalla resistenza. 10 marzo 1978». Lo hanno dunque ucciso le Brigate Nere? A Roma per il magistrato Girolamo Minervini: «I nemici della democrazia lo hanno barbaramente assassinato il 18 marzo 1980». Ancora i fascisti? Sempre a Roma sulla grande targa in ricordo di Massimo D’Antona c’è scritto che è stato «ucciso da mano terrorista» il 10 maggio 1999. Mani peraltro ideologicamente neutre o ignote, tanto è vero che per due volte, a febbraio e ad aprile, è stato aggiunto sul marmo col pennarello nero Br! Provocazione o rivendicazione? E quando Berlusconi prima delle elezioni affermò che quella morte fu il risultato di «un regolamento di conti all’interno della sinistra», si scatenò l’ira di Dio. Eppure era ed è la verità. Il problema da sollevare era dunque questo: perchè tanta genericità nel ricordo marmoreo dei morti ammazzati dalle formazioni armate di sinistra? Perché si consegna alla memoria degli italiani la morte delle circa trecento vittime degli “anni di piombo” in maniera così anonima? Perché non c’è mai scritto “vittime del terrorimo comunista”? Perché le “mani assassine” sono sempre ideologicamente anonime? Perché i “nemici della democrazia” non hanno mai un nome preciso? Perché non si citano mai, o quasi mai, le Brigate Rosse, Prima Linea, i Nap, i Comunisti Combattenti? E perché questo avviene di fronte a “verità storiche”, visto che sono certificate da sentenze di tribunali passate in giudicato? Perché questo criterio deve valere soltanto per la lapide della strage di Bologna? Perché non si sollevano mai queste domande alle quali mai si ha il coraggio di rispondere?

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