Gli affari sono affari (anche per Osama)

Di Vento Andrea
22 Novembre 2001
Una è la guerra sul terreno di Kabul. Un’altra, forse più difficile, sul terreno finanziario. Dove si scopre un islam che si muove agile fra le restrizioni coraniche. E che sotto il precetto dell’elemosina nasconde sovvenzionamenti che portano a Bin Laden (passando per la Madonnina) di Andrea Vento

All’indomani dello shock petrolifero nacque nel 1974 la prima banca islamica, la saudita Islamic Development Bank (Idb), divenuta ora un importante gruppo particolarmente attivo anche nel campo della cooperazione industriale ed allo sviluppo. L’anno dopo fu la volta negli Emirati Arabi Uniti della Dubai Islamic Bank, ora 58ma nel ranking delle banche arabe con 110 milioni di dollari di capitale. In realtà le prime micro-istituzioni finanziarie islamiche nacquero negli anni Sessanta in Egitto, in clandestinità poiché avversate dal regime nasseriano e considerate contigue al movimento della Fratellanza Musulmana. Per converso, alcuni Paesi (Pakistan, Sudan e Iran) sono giunti negli anni successivi ad islamizzare l’intero settore bancario. Le istituzioni finanziarie islamiche “pesano” nel 2001 circa 230 miliardi di dollari ed esiste persino un indice Dow Jones del mercato islamico, che quota circa 600 titoli le cui attività non violano la legge coranica, ovvero sono considerate “lecite”, halal. Le banche islamiche sono in realtà di medie dimensioni, poiché fra le prime 100 banche arabe sono solo nove quelle puramente islamiche che peraltro non figurano ai primi posti. Secondo un recente studio del Financial Times, gli operatori finanziari islamici, nonostante le numerose restrizioni coraniche, risultano estremamente dinamici. Fra i principali Paesi di origine degli operatori e delle istituzioni figurano Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Pakistan e Malesia. L’economista Mohamed Ariff ha censito nel suo studio Islamic Banking 67 istituzioni finanziarie, di cui circa 30 banche islamiche, presenti in 30 Paesi. Fra i Paesi occidentali spiccano Gran Bretagna, Svizzera, Lichtenstein e Bahamas. La ricerca di Ariff non tiene conto delle istituzioni finanziarie iraniane e pachistane, dove tutte le banche sono islamiche. Esiste infine un’Associazione Internazionale delle Banche Islamiche (Iaib). Le attività finanziarie ed economiche islamiche vedono coinvolta una parte della famiglia reale saudita, in particolare il principe Mohammed al Faysal al-Saud che ha creato negli anni Ottanta il gruppo strettamente islamico Dar al Maal al Islami (Dmi), con sedi alle Bahamas e a Ginevra e che controlla numerose banche islamiche. Mohammed al Faysal è fratello dell’ex capo dei servizi segreti sauditi Turki al Faysal, già buon conoscitore delle attività di Osama Bin Laden.

La finanza “associativa”

Come spiega il professore Ibrahim Warde dell’Università di Berkeley, la finanza islamica non manca di registrare numerosi paradossi. Innanzitutto quello di convivere con una religione che vieta espressamente il profitto sul denaro in prestito. Se il commercio è alla base della cultura islamica, essendo lo stesso Maometto un mercante, il Corano stabilisce nella Sura II, versetti 275, 276 e 278: che chi si nutre di usura è toccato da Satana; che Allah permette il commercio e proibisce l’usura; che Allah vanifica l’usura e fa decuplicare l’elemosina. I versetti si riferiscono alla riba, letteralmente lo stesso “aggio” che è al centro delle invettive di Sant’Agostino. Ed è qui che cominciano i problemi, poiché non tutti gli ulema vietano l’interesse, ed alcuni di essi sono propensi ad accettarlo moderatamente, purché esso non sia fisso e predeterminato. Ovvero per l’islam è auspicabile che prestatore e debitore partecipino assieme ai rischi ed ai benefici, con una sostanziale avversione verso il rischio e l’incertezza, il gharar. Questo tipo di finanza “associativa” si articola in tre strumenti: l’accomandita (mudaraba), l’associazione (musharaka) e l’intermediazione bancaria nell’iniziativa imprenditoriale (murabaha). Quindi chi deposita i propri risparmi nelle banche islamiche è piuttosto paragonabile ai nostri investitori in fondi, poiché le istituzioni islamiche remunerano in base ai propri successi negli impieghi. Secondo Warde, le banche islamiche non sarebbero state particolarmente efficaci nelle proprie attività negli ultimi anni, ripiegando quindi sui principali fondi d’investimento americani, purché gli impieghi di questi ultimi fossero in settori halal. Ma l’investimento negli Usa ha comportato nuovi paradossi teologici e continui richiami a non investire in fondi speculativi o che trattino titoli di aziende troppo indebitate o ancora che producano armi, alcolici e gestiscano case di gioco. Fra le altre attività lecite che le banche islamiche praticano figura invece il leasing o ijara.

Tanta elemosina (e qualche sussidio al kamikaze)

Una seconda dimensione della finanza islamica, di questi tempi assai interessante, è quella associata alla gestione della elemosina obbligatoria, ovvero dello zakat (uno dei cinque pilastri dell’islam assieme a professione di fede, preghiera, digiuno e pellegrinaggio), destinandola, attraverso appositi fondi, alla lotta alla povertà, grazie ad organizzazioni del solidarismo particolarmente attente a vedove, orfani ed altre forme di esclusione. Da questi fondi dipende quindi un vero e proprio “terzo settore” islamico. Ma secondo alcuni intelligence occidentali, la zakat raccolta nelle moschee europee sarebbe servita recentemente anche a scopi meno pii, come il jihad. Del resto anche alcune banche islamiche del Golfo non mancano di sottolineare nei propri statuti che le risorse vengono destinate alla lotta per la liberazione dei luoghi sacri in Palestina. In particolare, lo zakat e l’attività delle organizzazioni di solidarismo e fratellanza islamica finì per la prima volta nel mirino dell’intelligence americana e francese in occasione del G8 straordinario sul Terrorismo tenutosi a Parigi nel luglio 1996 all’indomani dell’attentato a Dahran. In realtà fin dai tempi del conflitto in Afghanistan contro i sovietici, questi canali di finanziamento erano stati ampiamente utilizzati per sussidiare i mujaheddin. Lo zakat e le rimesse degli emigrati in Europa hanno permesso di armare nuove milizie anche in Bosnia, Algeria, Cecenia e Kosovo. Le città tedesche e quelle italiane, in testa Milano, hanno rappresentato ad esempio le principali fonti di sostentamento dell’Uçk in tempi recenti, attraverso istituzioni finanziarie basate in Svizzera.

I “dané” di Osama

Dopo gli attentati dell’11 settembre, il dipartimento del Tesoro Usa si è messo al lavoro per analizzare ogni movimento finanziario sospetto anche delle più piccole dimensioni, giungendo a far congelare circa 100 milioni di dollari in Francia, Germania, Svizzera e Gran Bretagna. Secondo gli addetti ai lavori, prima del 1997 Osama Bin Laden, forte di alcune complicità saudite, aveva avuto margini di manovra per operare significativi movimenti finanziari attraverso banche di medie e grandi dimensioni, non solo islamiche ma persino statunitensi. Noto è il caso della banca sudanese al-Shamal Islamic Bank, sulla quale lo sceicco si appoggiava, che fece operazioni con numerose banche inglesi, americane, tedesche e francesi. Con la caccia scatenata dall’intelligence community americana, ed il congelamento di alcuni fondi, il principe del terrore ha dovuto modificare la propria strategia finanziaria, tornando a fare ricorso principalmente alle micro-istituzioni che veicolano parte dello zakat. E sembra che un ruolo particolarmente importante in questo “aggiornamento” della strategia finanziaria lo abbia avuto il suo braccio destro egiziano Ayman al-Zawahiri. Dalle principali città europee la rete di simpatizzanti, per lo più egiziani, di al-Jihad, l’organizzazione di Zawahiri, non ha fatto mancare la propria solidarietà. Anche per questo il dipartimento del Tesoro Usa ha fatto sapere che una delle principali cellule logistiche e di finanziamento in Europa risiedeva a Milano e che i flussi passavano dalla Svizzera. Alcuni di questi flussi hanno riguardato la banca islamica di Lugano al-Taqwa, nonostante le autorità della Confederazione Elvetica avessero escluso ogni contatto fra banche svizzere e al-Qaeda. Ma che gli svizzeri, ogni tanto, non la contino giusta è una vecchia storia.

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