Milano. 1/9 dicembre. Artiginato in Fiera e Saloon dei sapori. Quando il globale è bello.
Abituati a pensare a grandi rassegne di prodotti industriali, a esposizioni gigantesche di sofisticatissimi generi di consumo, si è persa la cognizione esatta, il significato di quella che era una “fiera”, un mercato tradizionale concentrato nello spazio e nel tempo, dove la storia del commercio si è spesso trasformata in conoscenza e amicizia, addirittura formazione di una lingua comune parlata, di un linguaggio che abbatteva antiche barriere di incomprensione, come spiegava anche Antonio Gramsci in una nota dei Quaderni. Milano aveva un tempo la sua “campionaria”, che era considerata un “fiore all’occhiello” della città, una sorta di esposizione che rappresentava l’anima, il cuore della Milano del riscatto economico dopo la tragedia della guerra. La “campionaria” era un appuntamento fisso dell’aprile milanese e aveva radici antichissime. In fondo, la “campionaria” ereditava tutte le rassegne mercantili che, nei secoli, si erano sviluppate a Milano. Alla fine, con l’esaurirsi della “campionaria”, c’è stata una moltiplicazione di fiere settoriali, dove arrivavano gli esperti di tutto il mondo, dove imperava il nuovo gergo pubblicitario del branding e del marketing, ma dove si perdeva inevitabilmente il significato intimo del “lavoro fatto e quindi esposto” al pubblico dal singolo produttore. Tutto questo è un fatto di grande attualità. Se solamente si pensa all’angoscia della guerra in questi ultimi mesi e, prima ancora, al grande dibattito sulla globalizzazione si vede che anche un fatto, apparentemente distante da questi problemi, può diventare una chiave di lettura decisiva. Il best seller mondiale dei primi sei mesi del 2001 è stato il radical-chic No logo di Naomi Klein, giornalista e scrittrice più famosa che brava. La signora è rimasta un po’ stordita, nella sua ideologia antiglobal, per i fatti tragici dell’11 settembre a New York. Ma nel libro che l’ha resa celebre, si è dilungata oltre ogni limite ragionevole contro il consumismo moderno che, attraverso i marchi, arriverebbe a condizionare ogni settore della vita sociale, comportamenti, cultura, scuola, università comprese. Come in un fatalismo vagamente islamico, Naomi Klein indicava, tra le altre cose, l’alternativa dello shopping povero, la battaglia contro la maglietta Lacoste o Ralph Lauren. Alla fine, una montagna di “loghi comuni” che partorisce un topolino ideologico. Con molta più concretezza e realismo, l’Artigiano in Fiera e il Salone dei sapori, nella loro manifestazione che esalta il lavoro dell’artigiano, del piccolo e medio industriale, rappresentano un consiglio per una globalizzazione positiva, un rapporto mercantile tra Paesi di diversi mondi e culture senza la protezione e l’ombra del grande flusso finanziario che vorrebbe governare il nuovo ordine mondiale. In effetti, il “lavoro fatto da Dio” dall’artigiano o dal piccolo imprenditore porta nella prima decade di dicembre, nei vecchi padiglioni della fiera milanese, più di due milioni di presenze, con oltre 2500 espositori di settanta paesi di tutto il mondo. Non è già questo un sintomo di globalizzazione positiva? Non a caso, l’Artigianato in Fiera sarà inaugurato con la presenza di un leader di un Paese di quel terzo mondo che, qualche volta, vede nell’Occidente un avversario, ma che altre volte, questa sarà una di quelle, vede l’Occidente come un partner per il suo stesso sviluppo.
Gianluigi Da Rold
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