Siamo (solo) nel 1936
Di Winston Churchill è stato detto che «ha imbrigliato la lingua inglese e l’ha spedita in guerra». Nella “guerra al terrorismo” degli Stati Uniti non si può dire che la lingua abbia subito la stessa sorte e la ragione va al di là dei famosi lapsus lessicali del Presidente Bush. La confusione delle parole rivela, in effetti, una confusione più profonda di linea politica.
Chi c’è dietro l’11 settembre
Churchill era sì un oratore eccezionalmente dotato ma, cosa più importante, aveva degli obiettivi di guerra ben chiari. Una delle frasi retoriche più utilizzate dal Presidente Bush suona pressappoco così: «la tragedia dell’11 settembre apre tuttavia nuove opportunità per l’America…». Ma quel che è accaduto l’11 settembre non è stato una tragedia. Una tragedia è un terremoto, un evento sul quale l’uomo non ha alcuna capacità di controllo. Né quella nozione shakespeariana di “tragedia” come incrinatura fatale della personalità che conduce il protagonista ad una morte della quale egli stesso è cagione si addice a quanto è avvenuto a New York – i 4mila del World Trade Center non sono morti per una tara della loro personalità. Piuttosto l’11 settembre abbiamo assistito ad uno sterminio di massa, un attacco ingiustificato contro degli innocenti. Le “nuove opportunità” che il Presidente Bush elenca proseguendo il suo discorso erano, ai più, già abbastanza evidenti il 10 di settembre. Se al Presidente servono 4mila vittime civili per capire le conseguenze disastrose della sua politica estera in stile “cow-boy” e isolazionista, allora il prezzo è troppo alto da pagare. Per tanti osservatori non è mai stato un mistero che l’islam radicale si alimentava di anti-americanismo omicida. Non è mai stato un mistero che le scuole coraniche, finanziate dall’Arabia Saudita, diffondevano una lettura radicale dell’islam in tutto il mondo musulmano. Non è mai stato un mistero neppure che i paesi del mondo arabo, con le loro società ingiuste e piene di contraddizioni, stavano alimentando una messe di terroristi in pectore. Eppure, fino all’11 settembre, nessuno alla Casa Bianca sembrava darsene cura.
Da Kabul a Gaza
Le dichiarazioni dell’Amministrazione, prima e dopo l’espulsione dei talebani da Kabul, mettono poi in luce un altro equivoco. Dopo l’entrata a Kabul dell’Alleanza del Nord, il Segretario di Stato Colin Powell quasi si è rammaricato. Il suo piano di costruire un governo post-talebano multietnico era sconvolto. In realtà, ciò che è accaduto a Kabul il mese passato è stata una liberazione. Le immagini delle donne che si toglievano di dosso il burqa e degli uomini che tagliavano la barba imposta dal caduto regime hanno infine messo a tacere perfino il sempre così diplomatico Generale Powell. Ma, ancora una volta, che dal tentativo di liberare il mondo dai talebani avrebbero tratto beneficio innanzitutto gli afghani era chiaro a molti già prima dell’11 settembre. Qualunque siano le sue conseguenze diplomatiche, la liberazione di Kabul ha mostrato al mondo che questo non è un conflitto tra l’islam e l’Occidente, ma tra libertà e tirannia. Il punto chiave è ora se l’amministrazione Bush intenda assistere ad analoghi festeggiamenti per una riguadagnata libertà anche a Bagdad, oppure no. Nell’Amministrazione c’è chi continua a considerare questa “guerra” come un’azione di polizia finalizzata a trovare ed eliminare Osama bin Laden. In verità, ogni occidentale dovrebbe pregare tutte le sere che bin Laden non venga catturato. Una volta che egli fosse preso o ucciso, la partita sarebbe chiusa per gli americani: eliminato il cattivo, tutti potrebbero tornare a casa. Ma se bin Laden dovesse essere catturato, i suoi finanziatori e i suoi uomini addestrati si unirebbero agli Hezbollah, o alla Jihad Islamica oppure ad Hamas, poiché molti sono i volti del terrorismo arabo. Nel migliore dei mondi possibili, Osama bin Laden riuscirebbe a riparare in Iraq, poi in Siria, infine a Gaza. Allora questi regimi sarebbero costretti a compiere una scelta. Nel 1948 un’imbarcazione carica di munizioni e armi, superò con successo i posti di blocco inglesi e giunse nel porto di Tel Aviv. Si trattava di un carico portato in Israele dall’Irgun, un gruppo di terroristi sionisti. Il Primo ministro David Ben-Gurion si trovò dinanzi ad un dilemma. Di armi e munizioni Israele aveva un disperato bisogno, tuttavia accettare quelle armi avrebbe significato legittimare il terrorismo sionista. Ben-Gurion ordinò infine alle Forze di Difesa Israeliane di affondare quell’imbarcazione. Ad eseguire il suo ordine fu un giovane ufficiale: si chiamava Yitzhak Rabin. Il mondo intero aspetta che Yasser Arafat e Bashir Assad compiano una scelta simile. Saddam Hussein è un terrorista fatto e finito – non c’è alcuna ragione perché, dopo l’Afghanistan, l’America non scateni la sua collera contro questo regime malvagio.
Terza guerra mondiale. Atto I
Quali che siano i desideri delle “colombe” del Dipartimento di Stato, la guerra al terrorismo continuerà a lungo anche dopo l’Afghanistan. Gli attacchi kamikaze dell’11 settembre non hanno giustificazioni. Per molti fondamentalisti islamici la distruzione dell’“eroe” bin Laden e del suo alleato talebano sarà una provocazione cui reagiranno progettando altri attentati. Abbiamo a che fare con un esercito di fanatici. Non importano le buone intenzioni del Dipartimento di Stato, gli islamisti radicali non cambieranno i loro argomenti. Ad un certo punto, si farà evidente a Washington che questa è la III guerra mondiale e che la liberazione dell’Afghanistan non è la stessa cosa della liberazione della Francia (per lo stesso motivo, durante la II guerra mondiale, gli Alleati non si sono fermati ai confini della Germania. La de-nazificazione e il Piano Marshall sono stati passi indispensabili per la vittoria, se con vittoria vogliamo intendere la garanzia di una pace futura). Oggi, il nostro nemico odia l’Occidente senza motivo – lo sterminio di massa di New York è stato progettato mentre Ehud Barak stava offrendo metà Gerusalemme ai palestinesi e bin Laden non ha mai ricordato la questione palestinese prima dell’11 settembre. I fondamentalisti islamici ci odiano per quello che siamo – società liberali, democratiche, libere. Odiano le nostre librerie e i nostri giornali. Odiano la nostra cultura che fa mostrare alle donne il proprio volto mentre camminano per strada. Odiano la modernità. È per questo che stiamo combattendo la III guerra mondiale. E nonostante i recenti successi in Afghanistan, nonostante le esortazioni del Presidente ai consumatori americani perché compiano il “maggior atto patriottico” e spendano un po’ di più, nonostante la speranza del Generale Powell che vorrebbe lasciarsi alle spalle il più in fretta possibile tutto quello che è successo dall’11 settembre, oggi siamo soltanto nel 1936.
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