Giovanni, catto-libertino eroe di Lepanto
Al sorgere del sole del 7 ottobre del 1571 le flotte turca e cristiana si avvistarono nelle acque del golfo di Patrasso, al largo del porto di Lepanto. I turchi sapevano dell’avvicinamento della squadra della Lega Santa, ma non si aspettavano che arrivasse così presto. Alì Pascià, capo dell’armata navale della mezzaluna, aveva dato in tutta fretta l’ordine di salpare le ancore nella notte fra il 6 e il 7. All’alba il vento soffiava energicamente nelle vele musulmane, costringendo gli avversari ad arrancare coi remi. Le forze erano equivalenti: 230 navi da guerra turche, 213 cristiane, più i legni ausiliari. La flotta della Lega compensava il leggero svantaggio numerico con la presenza di sei galeazze, armate con due file di cannoni lungo tutte le fiancate, anziché solo con i pochi pezzi di prua degli altri navigli. L’impatto fra i due schieramenti fu frontale, durissimo e confuso. Le due flotte si avvicinarono fino a scontrarsi, e i soldati imbarcati si lanciarono all’arrembaggio, trasformando lo scontro navale in un combattimento di fanteria. Verso mezzogiorno il vento cambiò improvvisamente, e prese a spirare in favore dei cristiani, che interpretarono il fatto come segno del favore divino. Le sorti della battaglia furono a lungo incerte. A un certo punto il settore destro dell’allineamento cristiano cedette. Era comandato da Gian Andrea Doria, nipote di Andrea Doria, l’ammiraglio che per decenni aveva tenuto a freno l’impeto turco nel Mediterraneo occidentale. Ma il nipote aveva preso poco dal grande zio. Anche quel 7 ottobre si tenne al largo dalla mischia, permettendo all’ala sinistra turca di attaccare sul fianco il centro dello schieramento della Lega, già impegnato in un furibondo corpo a corpo con il grosso dell’armata nemica. La drammatica situazione fu risolta dalle bordate delle galeazze, e soprattutto dal coraggio del comandante cristiano, don Giovanni d’Austria, che rilanciò un furente contrattacco. Nello scontro venne ucciso lo stesso Alì Pascià, e la sua testa mozzata fu issata su una picca. A quella vista gli equipaggi turchi, già incalzati, si arresero in massa, e la sconfitta si trasformò in una completa disfatta: soltanto trenta galee turche riuscirono a fuggire (sempre per colpa, sembra, del Doria), tutte le altre affondate o catturate. I cristiani persero solo 10 (o 15, secondo le fonti) navi. La potenza navale turca, che per oltre un secolo (dalla presa di Costantinopoli, 1453) aveva tenuto sotto scacco l’intero Mediterraneo, arrivando a minacciare Roma, era definitivamente fermata.
Da Voltaire a Cardini
A questo punto incominciano le polemiche. La vittoria venne salutata in Occidente come un evento miracoloso. Nessuno dubitava che fosse stata propiziata dall’intervento diretto della Madonna. Pio V proclamò il 7 ottobre festa di Nostra Signora delle Vittorie. Ovunque fu un fiorire di canti popolari, immagini, statue che inneggiavano alla sconfitta dell’infedele. Ma l’episodio non ebbe seguito. Don Giovanni d’Austria che avrebbe voluto continuare la campagna fu costretto a rinunciare per l’inverno incombente, la mancanza di viveri, gli ordini che venivano da Madrid. Perché la precaria alleanza che aveva dato vita alla Lega Santa (Spagna, Venezia, Papato) si stava già sfaldando. Venezia concluse un accordo separato, rinunciando a Cipro in cambio della pace nell’Adriatico. Il sultano Selim II poté affermare che la sconfitta di Lepanto era per lui come la rasatura della propria barba, mentre la rinuncia a Cipro era per il mondo cristiano come la perdita di un braccio. Il vescovo di Dux, ambasciatore a Venezia del re di Francia, scriveva alla fine dell’anno al suo sovrano, alleato del Turco e preoccupato del successo spagnolo, che la battaglia in realtà non aveva cambiato nulla. Due secoli più tardi sarà Voltaire a fare dell’ironia sulla «grande vittoria» che aveva avuto così «piccole conseguenze». Dopo di lui il mito di Lepanto “vittoria inutile” si è consolidato. Recentemente sulle colonne di Avvenire Franco Cardini (“Lepanto, vittoria inutile? La battaglia che nel 1571 avrebbe salvato l’Occidente dai Turchi, in realtà fu una mezza sconfitta per i cattolici”) ha ricordato che il sultano «persa la battaglia, vinse comunque la guerra» e che «fu il comportamento delle potenze cristiane a non brillare né per lealtà, né per coerenza», mentre «l’unico a gioire davvero della “grande vittoria cristiana” e a darsi diplomaticamente da fare affinché gli europei insieme assalissero Istanbul fu l’avversario storico del sultano, lo shah di Persia Tahmasp, musulmano come il suo nemico (ma sciita)».
Fu vera vittoria
Non tutti sono dello stesso parere. Jean Dumont (l’autore del prezioso Il Vangelo nelle Americhe) ha dedicato un libro, L’histoire étouffée (La storia soffocata, ed. Criterion, non tradotto in italiano), a raccontare come è nato il mito della “vittoria inutile”. Tutto incomincia alla corte di Carlo IX, “re cristianissimo” di Francia, alleato di sultani e protestanti, protettore degli ugonotti. Accusato di tradimento dai cattolici, che guardano invece al sovrano spagnolo, ha il problema di evitare che il suo avversario tragga troppo giovamento dal successo. Il lavoro dei diplomatici transalpini, che già aveva ritardato la formazione della Lega, punta a separare gli alleati. Accanto all’opera di intelligence, la propaganda: tutte le comunicazioni dalle rive della Senna minimizzano la portata dello scontro. A Parigi si accodano Londra e Amsterdam: nemiche dell’impero spagnolo, non possono permettere che sfrutti la vittoria. E così la disinformazione anticattolica costruisce il mito di Lepanto “vittoria inutile”. Molti storici sono cascati nel tranello. Ma non il grande, laicissimo, Fernand Braudel che nel suo capolavoro, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II scrive: «Se, anziché badare soltanto a ciò che seguì Lepanto, si pensasse alla situazione precedente, la vittoria apparirebbe come la fine di una miseria, la fine di un reale complesso d’inferiorità della Cristianità. La fine di un’altrettanto reale supremazia turca. La vittoria cristiana sbarrò la strada a un avvenire che si annunciava molto oscuro. Se la flotta di don Giovanni fosse stata distrutta, chissà? Napoli, la Sicilia sarebbero forse state attaccate, gli Algerini avrebbero cercato di riaccendere l’incendio di Granata o di estenderlo a Valenza. Prima di fare dell’ironia su Lepanto, seguendo le orme di Voltaire, è forse ragionevole considerare il significato immediato della vittoria. Esso fu enorme». Se non ebbe altre conseguenze, oltre al fatto che «l’incanto della potenza turca fu infranto» (scusate se è poco!), fu perché inglesi, olandesi e francesi ripresero le loro manovre antispagnole. E Filippo II fu costretto, con il consueto realismo, a negare quegli uomini e quei mezzi che don Giovanni d’Austria reclamava a gran voce per portare l’attacco al cuore della mezzaluna.
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