La pace è donna. E lotta insieme a Gesù
«Signore, perché?» Di fronte a quanto è accaduto l’11 settembre scorso ogni cristiano è stato in qualche modo chiamato a rivolgere a Dio questa domanda. È una domanda che va al di là delle analisi politiche e delle indagini sociologiche; è una domanda che inquieta. Se Dio è Dio e se Cristo è realmente il Signore del cosmo e della storia, nulla di quanto accade Gli è estraneo, Egli l’ha permesso, come un giorno ha permesso la morte del Figlio suo. A qualcuna di noi veniva alla mente la vicenda di Giona che, cinque secoli prima della venuta di Cristo, attraversava Ninive, «la grande città», chiamando il popolo a convertirsi per non perire. Richiamava quel popolo a guardare la vita secondo il significato, la dignità, il mistero che gli sono propri. I cittadini di Ninive suscitano ammirazione e simpatia: essi non si sdegnarono con quello strano e forzato profeta che attraversava le strade della loro città predicandone la distruzione, ma seppero accogliere la sfida che lanciava. Evidentemente quegli uomini non avevano dimenticato di essere peccatori, di avere una responsabilità nel male che dilagava e neppure di avere una libertà capace di determinarsi al bene, nel riconoscimento della verità: «vestirono il sacco, si cosparsero il capo di cenere, bandirono un digiuno» sperando che Dio si impietosisse e cambiasse idea riguardo al male che aveva deciso di fare loro.
Difesa della libertà
Oggi Giona non è più tra noi, eppure Dio non smette di farci dono dei suoi profeti. Come non riconoscere nel Papa, che invita con la stessa urgenza i cristiani alla nuova evangelizzazione, a riscoprire le radici cristiane della loro cultura, a porre gesti come la preghiera del rosario e il digiuno, che sollecita i capi delle nazioni al dialogo ed alla riconciliazione nella giustizia, i capi religiosi a chiedere insieme la pace, il segno della benevolenza di Dio che chiama alla conversione? Infatti tutto questo non è all’insegna di un sincretismo religioso senza volto, ma il richiamo al fatto che la preghiera, il dialogo, la riconciliazione sono doni che vengono dall’alto, domande che devono impegnare ogni uomo di buona volontà. La sfida che l’islam pone all’Occidente è insieme religiosa e culturale. Al di là di un semplicismo – quello dei terroristi – che lega Dio alla violenza, noi possiamo cogliere in quanto sta accadendo il richiamo a riscoprire la nostra identità religiosa e culturale. Che lo si voglia o no, i valori di libertà che la nostra società rivendica e vuole difendere, e che spesso purtroppo piega alla sua pretesa autonomistica, li ha presi alla scuola del Vangelo. Solo una cultura cosciente della propria identità cristiana può essere un valido interlocutore. L’appello e l’esempio personale di Giovanni Paolo II alla nuova evangelizzazione sono stati voce e testimonianza non solo pastorale, ma profetica.
Cosa dice a noi l’11 settembre
Alla Trappa, dove secondo la Regola di S. Benedetto si fa voto di «conversione dei costumi» quel tragico 11 settembre è giunto come un invito a rivedere più in profondità che cosa abita il nostro cuore, a cogliere la nostra responsabilità nel male del mondo, a sentire il nostro profondo coinvolgimento con questo Occidente ricco e infelice, presuntuoso e fragile, ma segnato per sempre dalla coscienza che ogni uomo è attraversato da un Sguardo di amore e di compassione infinite. Nella nostra quotidianità semplice e scarna, segnata dall’Eucarestia, dalla preghiera liturgica e silenziosa, dal lavoro, dal silenzio e dalla vita comune, tutto è chiamato a divenire mendicanza e offerta. In questi giorni in diversi modi siamo state sollecitate a dare un giudizio sul momento storico. Per noi è sempre più chiaro che un discernimento sulla realtà nasce solo nel vivere in verità quello che siamo. E per questo non c’è nulla da inventare, basta entrare nei gesti che da sempre la Chiesa indica ai suoi figli: la più intensa preghiera personale, il digiuno, la carità vissuta. Nella fedeltà a viverli il cuore si apre al dialogo con il Dio vivo e la nostra vita raccoglie la provocazione che Egli ci offre.
La pace? Non viene da noi
Cos’è la pace? Con quale coscienza ogni giorno, appena alzate andiamo davanti al Crocifisso e ci segniamo pronunciando il nome della Santissima Trinità? Cosa significa pregare sapendo di non avere un cuore puro? Cosa significa offrire, sapendo che centinaia di migliaia di bambini muoiono sotto gli occhi della loro madre? Come offrire la stessa preoccupazione per quei monasteri, per le nostre sorelle stabilite in terra musulmana o sotto la minaccia del terrorismo islamico? E la parola del Signore ci viene incontro: «Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, io vi dico, ma la divisione». Cioè un giudizio. Queste parole di Gesù dicono che non può esserci pace senza verità. Davanti alla sua persona bisogna pronunciarsi. Ed anche: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace, non come la dà il mondo io la do a voi». La pace non viene da noi, non la possediamo, è un’iniziativa gratuita del Padre; la verità è una persona, è Gesù. Noi portiamo nella nostra carne, per il nostro Battesimo, Gesù, il perdono di Dio fatto carne. Questa Presenza affermata, rende immensamente lieta ogni ora e fa sì che nulla possa arrestare la speranza e la testimonianza. Se vogliamo la pace dobbiamo annunciare Cristo, dobbiamo riscoprire che la prima carità della quale tutti abbiamo bisogno è l’annuncio di Cristo.
Dio è in agguato. La pace? LasciarGli spazio
In una fotografia pubblicata su un giornale c’era una folla di schiene piegate, col volto fino a terra, in preghiera, e un bambino, unico in quella folla, con il capo eretto, in piedi, con due immensi occhi neri, spalancati, bellissimi: ci è sembrata un’immagine adeguata del mistero dell’incarnazione. Gesù è l’infinita sorpresa fatta al cuore dell’uomo, colui che lo solleva dai suoi assoggettamenti. Nessun sentimento religioso, per quanto bello, puro e sincero; nessuno sforzo o tentativo umano di raggiungere l’infinito, quindi la verità e Dio, e tutto ciò che da qui ne consegue per regolare i rapporti tra gli uomini, può produrre una goccia della gioia e della novità di essere sorpresi da un Dio che decide di lasciarsi incontrare, che si piega fino alla nostra miseria e l’assume, la perdona, la rende partecipe della sua capacità di perdono. «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Di questo mondo, non di un altro, utopico, dove tutti, diventati buoni, vivremo in pace. Nella preghiera per la salvezza di tutti, che è ciò che il Padre vuole, si rivela il significato dell’essere cristiani e la specificità della nostra vocazione, che trova qui il suo centro e il suo supremo valore. Vivere la preghiera e l’offerta è il compito che la Chiesa ci affida. Con Maria, è offrire il Signore nella povertà della nostra carne e sperare per tutti. Sperare perché non da noi nasceranno la giustizia e la pace, ma dal fare spazio al Signore e al suo progetto sul mondo. Non possiamo essere cristiani portando avanti l’impegno per una pace anonima. Per un cristiano difendere la possibilità della testimonianza e quindi della propria identità è una cosa vitale che costruisce la libertà vera e la pace per tutti. Essere disposti a lottare fino a dare la vita per testimoniare Gesù vuol dire essere veramente pacifici.
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