Nel nome di Agar
Molti la conoscono perché è un personaggio televisivo. Nel senso buono, però. Cioè non farfallone. È lei che ha avuto il coraggio, superando scogli facilmente intuibili, di mostrare in Occidente i volti sfigurati di certe bellissime donne musulmane (belle comunque, soprattutto dentro), violati dalla follia di fidanzati, mariti, padri e parenti maggiori peraltro capaci di chiamare a testimone della propria intemperanza Dio, chiamato all’araba Allah. Per la legge islamica, infatti, il marito detiene ogni diritto sulla moglie. E da lì, quindi, chador, burqa, etc., etc.
Tehmina Durrani è musulmana. Nata 45 anni fa a Lahore, in Pakistan, e madre di cinque figli, ha subìto in prima persona le violenze di un marito ricco, potente e violento — Ghulam Mustafa Dhar, la “tigre del Punjab”, alleato dell’ex presidente pakistano Zulfikar Ali Bhutto — di cui è riuscita a dimostrare la palese infedeltà solo a prezzo di enormi sofferenze, dovute anche ad alcuni apparentemente insormontabili ostacoli frapposti fra uomini e donne dalla giurisprudenza islamica. Così racconta nell’autobiografia Schiava di mio marito (Mondadori, Milano 1995), il libro che l’ha resa famosa e a cui sono seguiti Empietà nel 2000 (Neri Pozza, Vicenza) e L’impero del bene nel 2001 (Mondadori).
In Italia viene spesso. E così, in occasione del suo viaggio più recente, Tempi le ha voluto rivolgere qualche domanda. Per esempio, una valutazione generale, ma non generica, della condizione in cui versano le donne nella società musulmana del Pakistan.
«Credo — risponde Tehmina Durrani — che oramai non si possa più confinare la questione al solo Pakistan. È necessario cominciare a parlare delle donne nell’islam, delle donne islamiche in generale. Le donne rappresentano, infatti, metà del mondo musulmano e sono il blocco che oggi guarda al futuro. Sia nella situazione attuale, sia lungo tutta la storia dell’islam, le donne brillano per la loro assenza. Metà del mondo musulmano in sonno… Ma che però va, deve essere attivata. Soprattutto perché costituisce il blocco progressista, quella parte dell’islam che vuole uscire dall’immobilismo, che vuole educare autenticamente — e non solo indottrinare — i propri figli. Le donne debbono insomma scrollarsi di dosso la cappa di oppressione che le costringe, trasformandosi da vittime a leader. La donna deve cominciare a partecipare alle decisioni importanti della società musulmana in modo paritario rispetto agli uomini».
Eppure sembrerebbe un po’ difficile farlo all’interno dell’islam, vista la sua particolare teologia…
«Abbiamo già trovato un simbolo islamico che ci aiuta, con un’immagine pregnante, a rappresentare questo impegno. Del resto, le donne islamiche si faranno ispirare sempre e solo da un emblema appartenente alla loro cultura; la concezione di “diritti delle donne” sviluppata in Occidente dalle rivendicazioni femminili fino a ora non ha — ma credo non lo possa fare in assoluto — fatto presa sulle donne musulmane. L’emblema utile a promuovere questa concezione nuova è la figura di Agar, la serva dell’infeconda Sara che diede un figlio ad Abramo, suo marito, per assicurargli discendenza. Ma Agar diede in realtà origine alla linea d’Ismaele, ovvero i popoli arabi e poi islamici. Agar dà quindi alla donna musulmana quella leadership che fino a oggi le è stata sottratta attraverso un vero e proprio atto di sabotaggio dell’intera nostra storia.
Promuovere la memoria di Agar e diffonderne la consapevolezza significa riportare l’islam, e in esso la donna, alle sue vere fonti: Agar, sepolta nei pressi della Kaaba, il santuario nella moschea della Mecca dove è conservata la sacra Pietra Nera, parla della nostra vicinanza con Dio. Ma la gente non lo sa e le donne l’hanno scordato.
Sarebbe davvero un bel salto….
«Che — aggiunge la “pasionaria” pakistana — contribuirebbe all’armonia del mondo intero e alla costruzione della pace universale, raggiungibile solo attraverso una piena integrazione della comunità musulmana. Riparlare, infatti, di questa tradizione, significa riscoprire il ruolo che Dio ha autenticamente dato alla donna all’interno dell’islam, la cui visione è stata nei secoli distorta».
Una questione, però, tutt’altro che pacifica.
«Noi non stiamo sfidando gli uomini musulmani; stiamo solo cercando d’incanalare anche loro lungo la medesima prospettiva. Comportandosi altrimenti, gli uomini non seguono davvero l’islam».
Cioè?
«Quella odierna è un’interpretazione teologica particolare della fede in Allah, che privilegia gli uomini discriminando pesantemente le donne. Ma non deriva dal Corano. Occorre invece un’interpretazione che da un lato resti fedele all’intento coranico originale e che dall’altro si accordi con l’epoca presente. Solo quando questo accadrà, il mondo musulmano si muoverà. E solo quando i musulmani si muoveranno, il mondo sarà sicuro».
Non vorrei fare l’“avvocato del diavolo”, ma non le sembra una visione utopistica?
«Tutto avverrà per gradi e credo che la cosa potrebbe iniziare presto se il mondo intero, non solo quello musulmano, cominciasse a concepire l’islam non come appannaggio esclusivo degli uomini. Sono peraltro gli stessi musulmani a dover smettere di tacere quanto alla vera essenza della propria fede. A mio avviso siamo all’inizio di un’autentica “rinascenza islamica”, che peraltro s’iscrive — per come la vedo io — in un progetto divino: il secolo XXI come il momento in cui finalmente si raggiungerà l’eguaglianza vera fra uomini e donne».
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