Globalizziamo l’educazione
Piero Gheddo – Roberto Beretta, Davide e Golia: i cattolici e la sfida della globalizazione, 234 pp. San Paolo, lire 26.000
«L’esperienza ha insegnato che i Paesi che si sono esclusi [dal mercato globale] hanno conosciuto stagnazione e regresso, mentre hanno conosciuto sviluppo i Paesi che sono riusciti a entrare nella generale interconnessione delle attività economiche a livello internazionale». Così Giovanni Paolo II nell’enciclica Centesimus Annus. Dieci anni dopo la constatazione è ancora più vera: «altro che abolire il mercato mondiale» sbotta padre Gheddo «bisogna che tutti possano parteciparvi per crescere economicamente!» Cifre e fatti alla mano, il missionario del Pime, da decenni testimone oculare delle realtà del Terzo Mondo, documenta che non è la globalizzazione a produrre miseria, ma la sua assenza: i Paesi che hanno significativamente aumentato il proprio tenore di vita sono, senza eccezione, Paesi che sono entrati nel circuito degli scambi internazionali. E sono in gran parte gli stessi Paesi che si sono dotati di sistemi di governo democratici e hanno avviato una legislazione a tutela dei lavoratori, dei bambini, dell’ambiente. Dove ciò non accade, proprio la circolazione delle persone è un possibile antidoto: in Cina il pericolo maggiore per il regime sono i tecnici delle aziende occidentali, che con la loro sola presenza risvegliano la coscienza politica dei cinesi. Altrove, soprattutto in Africa, la situazione è gravemente peggiorata: «ma questo è difficile da attribuire alla globalizzazione! Si tratta di Paesi in guerra o con dittature personali, militari, di partiti comunisti o socialisti, che non presentano le qualità di base per partecipare al mercato globale: libertà economica, istruzione, stabilità politica». E non è che gli africani si ammazzino perché gli occidentali vendono loro le armi: le peggiori carneficine sono avvenute con coltelli e bastoni. «Non si tratta – conclude – di distribuire il benessere, ma di educare i popoli a produrre il proprio benessere. Ma chi, fra i giovani del mondo ricco, va nel fondo dell’Africa a insegnare ai contadini africani, nella loro lingua, a produrre?» Molto più comodo andare a Genova a spaccar vetrine, e mettersi in pace con quattro slogan la coscienza.
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