Aiutati che il Ciel t’aiuta
Il buonismo ai tempi della guerra in Oriente, condito con un po’ d’immortale pauperismo, produce carità pelosa. E professionisti del solidarismo (tutta un’altra cosa rispetto alla vera solidarietà). Si dirà che introdurre dei distinguo in tematiche così è di cattivo gusto. Vero: proprio come fa chi invece di tendere una mano a chi soffre senza fare domande, spacca il capello in quattro con politica e politicamente corretta puzza sotto il naso. Propaganda? Giudichi il lettore fatti come quello trasmesso dalla rete televisiva RTL.
Il 24 novembre, in tutta Italia, la Fondazione Banco Alimentare (BA) ha organizzato — assieme alla Federazione Compagnia delle Opere Non Profit, alla Conferenza di san Vicenzo de’ Paoli e agli alpini — la “Giornata Nazionale della Colletta Alimentare”: la possibilità, facendo la spesa al supermercato, di riempire i sacchetti appositamente forniti da alcuni volontari con prodotti di prima necessità e a lunga scadenza onde sopperire concretamente e direttamente alle necessità dei bisognosi. A Milano, nella spesa donata da una massaia figura anche un prodotto della Nestlè, la “famigerata” multinazionale “capitalista” che i no global vedono come fumo negli occhi (anche se concretamente sfama qualcuno): ordunque, la massaia in questione si sente dire da un volontario del BA (uno scout) che «quel prodotto è meglio bruciarlo», il quale poi lo mette in disparte. Il presidente del BA Marco Lucchini è costretto a intervenire, dissociandosi dalle opinioni del tutto personali espresse da uno dei ragazzi impegnati nella Colletta. Se accade così anche nelle fila del BA (ancorché si tratti di un’eccezione del tutto isolata), immaginiamoci cosa succede nella rete dei “professionisti del dolore” che pensano più al make-up da telecamera che alla fame nel mondo e prima di tutto in Italia, magari dietro l’angolo di casa.
Fortunatamente, l’episodio citato è davvero solo una rara, anzi un’unica avis. Il bilancio della Colletta, infatti, parla una lingua diversa. Parlano più che altro i fatti. Tempi ne ha raccolti alcuni dalla voce dei volontari e dagli organizzatori della Giornata.
Gesti, non gesta
A Milano, una giovane mamma di un bimbo in teneressima età, va a fare la spesa addirittura due volte pur di aiutare i bambini delle famiglie in difficoltà.
Nella opulenta Modena — già terra di passioni rosse — un ragazzo che esce dall’“iper” con la sola sportina datagli prima dai volontari, chiede: «Siete voi quelli del Banco? Mia madre non può venire a fare la spesa e ha mandato me a comprare le cose da lasciarvi». Una signora si avvicina con due sacchetti stracolmi, che però recano il logotipo di un supermercato diverso da quello ove operano i volontari: «Pensavo foste anche là e così ho fatto la spesa dall’altra parte. Poi vi ho cercati». Alle nove di sera si stanno imballando le ultime cose, quando ecco un signore con tanto di giacca, cravatta, carrello colmo e sportina: «Siete voi quelli dell’organizzazione?» «Sì», risponde un volontario, allungando la mano verso la borsina isolata. «Questo è per voi», dice il distinto signore “mollando” l’intero carrello stracarico di omogeneizzati per bambini, scatole di tonno e confezioni di olio di oliva.
In Brianza, la raccolta delle derrate viene convogliata presso alcuni gazebo. In un paese, la colletta attira l’attenzione degli abitanti, che decidono di collaborare con i volontari. E quella del bar della piazza, che offre da bere a tutti.
Fior di testimonial
Non solo Walter Magnifico della Scavolini Basket, che pubblicizza l’iniziativa a Pesaro; non solo Paolo Brosio & mamma Anna, ripresi mentre lui carica dei pacchi in viale Padova a Milano. Ma anche dei sostanziali “signor Rossi”. Tipo il testimone di Geova direttore di un supermercato della Lombardia che prima caccia fisicamente i volontari del BA dal proprio esercizio e poi, vistili lavorare poco distante e accogliere i donatori, cambia idea, li invitata a tornare nel supermercato e si lancia in un’opera di convincimento degli acquirenti: «È una cosa buona», dice a tutti.
O Tizio, l’assessore diessino che propone lui al BA di allestire un gazebo di raccolta e imballaggio in una piazza di Savona. O quell’altro Caio ligure, un impiegato che convince i propri colleghi a imitarlo nell’idea di un “pranzo alternativo”: rinunciare all’utilizzo di un ticket-restaurant a testa per costituire, con il denaro ricavato, un fondocassa per l’aqcuisto di generi alimentari poi donati alla Colletta. O Sempronio, l’alpino di Lanciano che ha appena vinto all’Enalotto una bella sommetta e quindi regala due milioni all’iniziativa. O il Carneade di Udine che non ha tempo per fare la spesa e che quindi regala ai volontari mezzo milione di lire perché ci pensino loro. O — senti, senti — addirittura alcuni no global di Torino (nemmeno Amleto riconoscerebbe più la Danimarca), vinti una volta tanto da un gesto che non privilegia la bandiera partitica, il colore politico o i diktat di Casarini e Agnoletto.
Tre urrà per Robin Hood consumista
Ora, secondo l’Istat, il 12,3% delle famiglie italiane vive sotto la soglia di povertà, cioè sono povere più di 2 milioni e 700mila famiglie italiane. Di queste, il 62,7% sta nel Sud, il 22% nell’Italia centrale e il restante 15,3% nel Nord. A livello nazionale, la situazione è stabile, ma sorprende l’incidenza della povertà nel Settentrione: nel 1999, le famiglie povere in quest’area del Paese erano 518mila e nel 2000 sono diventate 600mila. Proprio qui, però, sono state raccolte — in un solo giorno da oltre 100mila volontari e con un coinvolgimento complessivo di circa 4 milioni d’italiani — la maggior parte delle 4.350 tonnellate di cibo della Giornata del BA, ovvero il 20% in più rispetto al 2000.
Il 24 novembre ha peraltro coinciso con il “Buy-Nothing-Day”, nato in ambito no global statunitense e subito indossato dal fronte catto-pacifista-sfascista italiano: la giornata in cui i professionisti della sofferenza e della carità a senso unico hanno deciso di non operare alcun acquisto, e questo allo scopo di fregare il deprecato commercio mondiale dei “Grandi” (8, o quanti siano). Gli italiani, però — la gente normale senza etichette, gl’impiegati privi di bandiere, le massaie con le pignatte nel lavello e i figli al collo, i ragazzetti non ancora imbrattati dalla (post)ideologia —, hanno deciso d’infischiarsene e hanno comperato, comperato, comperato. Per gli altri e per sé. Biechi “capitalisti”! Viva il commercio, dunque; viva i soldi, viva il consumo. Che dove ce n’è per uno — come si diceva nelle vecchie tavole povere di una volta —, ce n’è anche per due.
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