Nota su Carioti e i suoi maledetti azionisti: Del Noce e Cl

Di Tringali Massimo
20 Dicembre 2001
Un’apologia dell’azionismo dal titolo Maledetti azionisti (Editori Riuniti, 2001) reca un contributo di Antonio Carioti (Nemici del cristianesimo, agenti del capitale) che con la scusa di demolire la critica di Del Noce all’azionismo sferra un violento quanto patetico attacco giornalistico a Cl e al Sabato.

Un’apologia dell’azionismo dal titolo Maledetti azionisti (Editori Riuniti, 2001) reca un contributo di Antonio Carioti (Nemici del cristianesimo, agenti del capitale) che con la scusa di demolire la critica di Del Noce all’azionismo sferra un violento quanto patetico attacco giornalistico a Cl e al Sabato. Carioti nel ricostruire i momenti salienti del rapporto umano ed intellettuale di Del Noce con gli intellettuali del partito d’Azione, o che sono confluiti nel cosiddetto azionismo, mostra scarsa precisione (Ginzburg e Bobbio, contrariamente a quanto sostenuto dal Carioti, frequentavano una diversa sezione del D’Azeglio rispetto a Del Noce, e dunque avevano maestri diversi: Monti i primi, Cosmo il secondo, e tra Monti e Cosmo esiste un abisso) e non dedica il dovuto approfondimento a determinati incontri che certo non sono d’occasione, come sarebbe richiesto ad esempio quando si riferisce ad Aldo Capitini, con cui il filosofo cattolico, uso le parole di Carioti, «aveva intrattenuto una fitta corrispondenza». A questa corrispondenza il Carioti non dedica una virgola. Le sue tesi sono davvero sconclusionate. Carioti paragona l’opera delnociana a quella di Dino Cofrancesco che, se da un lato denuncia alla pari di Del Noce la parentela di azionismo e fascismo, dall’altra ne prende le distanze sostenendo che si tratta non già di due «fratelli nemici», ma di «due fratellastri uniti da un genitore comune, ma irriducibilmente separati dagli altri due», cioè il nazionalismo e l’illuminismo. Anche ad usare le lenti di ingrandimento non si capisce cosa separa Del Noce dal Cofrancesco: per l’intellettuale torinese il fascismo si copriva delle vestigia risorgimentali ed era un movimento nazionalistico, anche se rifiutava la tesi della riduzione del fascismo a mera degenerazione del nazionalismo, mentre l’azionismo era intriso di cultura giacobina e di idee illuministe. Ciò che li accomunava, così come il positivismo, l’idealismo, per non parlare del marxismo, era il presupposto indiscusso dell’immanenza e dunque il rifiuto a priori e senza prove della trascendenza. Il fideismo nei confronti dell’immanenza, e non lo sviluppo economico che mai Del Noce ha osteggiato, ha condotto all’attuale nichilismo, ossia alla crisi della modernità da tutti denunciata. Carioti farebbe bene a leggere almeno la principale opera di Del Noce, Il problema dell’ateismo. Così capirà che l’incontro del filosofo con Cl non è stato occasionale. Che cosa permette di imparare la positività del reale e di sconfiggere la prospettiva nichilista che l’azionismo incarna? Il pensare all’origine della nostra esperienza, ossia fare memoria che apparteniamo a Gesù Cristo. Nichilismo e cinismo si fanno compagnia. Per il cinico ciò che accade è dominato dal caos, per cui tutto cade nel dubbio: ecco la situazione esistenziale dell’intellettuale azionista, che a differenza del marxista o del fascista non si affida ad un’utopia in cui credere. Del Noce aveva intravisto nel movimento di Cl la traduzione nell’esperienza di una sensibilità che permette di sconfiggere il nichilismo, perché il problema esistenziale e della storia dell’umanità è posto a livello ontologico, è una domanda incessante sull’Essere, non è un problema etico o morale. Così il punto di partenza della fede religiosa non è la risposta, ossia il problema di Dio, ma il riconoscimento del bisogno di salvezza per l’uomo e per l’umanità. Del Noce, nella sua polemica con l’azionismo, oltre a parlare di Scalfari, evidenziava come la mentalità positivistica e illuminista dell’azionismo porta ad escludere i preambula fidei, il principio del sentimento religioso. E questa mentalità pervade la pubblicistica corrente di allora, come di oggi. Dimenticare che l’uomo ha bisogno continuamente di essere salvato, che è capace di compiere il male, che la dimensione dell’esistenza è ontologica e non legata al caos, al dio dubbio, o all’utopia è l’inizio della catastrofe. Il Carioti conclude sostenendo che «la visione cattolica tradizionale si trova in insormontabili difficoltà di fronte all’irrompere della modernità». Appare evidente a tutti che ad essere in difficoltà, soprattutto in questo periodo drammatico segnato dalla guerra al terrorismo nichilista, è proprio quella falsa modernità che in Italia ha osteggiato la Chiesa cattolica e in nome di un’ipocrita idea di tolleranza ha contribuito a distruggere la politica e a costruire moschee su moschee.

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