L’articolo dell’anno
Roma. I tassisti che si differenziano dai tassinari perché non se ne stanno in fila al posteggio con il naso dentro il Messaggero, ma in assemblea permanente in quel parcheggio di lusso chiamato “Liceo Tasso in Roma”, sono i meravigliosi ragazzi di Regime. Sono i pupilli del Regime, sono figli d’arte del conformismo dei ricchi e fanno un partito (di Regime), il partito del Tasso, ovvero il recinto che produce tutte le chiacchiere e i distintivi a disposizione dei belati più trendy e perciò graditi al Regime. Mettono marchio su tutto e, infatti, davanti a Montecitorio, incaricano delle loro monadi di andare a gridare lo slogan: “Anche le Jene sono con noi, gli stronzi siete solo voi”. A parte il fatto che quello che passa lo stipendio agli stronzi e alle Jene è sempre uno, e cioè Silvio Berlusconi, i meravigliosi tassisti sono così strafichi in chiacchiere e distintivi che in queste seratine di dicembre se ne stanno andando in giro presso gli altri licei della Capitale a fare dopo-scuola con “lezioni di occupazione”. Giusto per fare zapatismo, mica cazzi. L’altrieri una tipa tutta pariolina con la erremoscia tassista se l’è tirata tanto da non potersi trattenere di vanteria in vanteria raccontando come durante un’occupazione abbiano dovuto sgomberare un angolo dove osava restarsene dimenticato un crocifisso, “pure grande”. Ebbene, l’hanno preso – bello grande com’era – e l’hanno bruciato. Pare sia stato il momento più alto dell’occupazione. Non è più tempo di messe riparatrici ovviamente, però una bella citazione sull’Unità di Furio Colombo l’episodio lo merita. Giusto per compensare il ricordo di qualche bandiera incenerita (o quello di qualche libro in altri tempi svampato). Il Tasso dei tassisti dunque, celebrato allevamento delle obbedienze, culla della futura classe dirigente di Roma Centro – i cui professori non sono docenti, bensì “mediatori di conoscenze” (così si fanno chiamare), ma meglio ancora “mezzani di ragli” (così dovrebbero essere definiti) – altro non è che la fureria dei soldati fedelissimi a tutto ciò che passa il convento. Tutto quello che passa il convento delle mode di società li riguarda. Hanno l’ufficio stampa, danno del tu a Serena Dandini, danno del tu a Carlo Freccero tanto che la molto simpatica Elena, figlia di Marco Giusti, già gli fa da consulente musicale. Hanno tutti il posto pronto a Mediaset per quando usciranno maturati, e intanto mettono pure il cartone ai vetri per non fare troppi danni (se ne occupa la graziosa figlia del sindaco). Scioperano facendo la fame e non si può neppure dire che a guardarli, stronzetti come sono, non gli fa male copiare i radicali se poi non mettono a mente il primo fondamentale precetto della rabbia sociale, e cioè che il sazio non potrà mai capire il digiuno. C’è più sovversione in una camerata di militari in ferma prolungata che in un verbale d’assemblea, pure se il verbale è redatto da Gaia Leiss. C’è più irruenza antiborghese in curva sud che in tutte le pastrocchie ideologiche dei “vari figli di” raccolti in quest’oasi social e chic. Tanta rivoluzione ancora da spendere in Moschea infine, se c’è ancora un immigrato tunisino di seconda generazione – giovanissimo – che, sbalordito, non riesce a capacitarsi di come si possa bruciare un crocifisso senza pagare dazio, non tanto con il castigo di Dio, ma con un calcio in culo sì, perché le vere rivoluzioni transitano nel sentimento popolare, non nell’industria egemonica del libero pensiero. Questi figli della ’Ntrocchia di Regime, che in altri tempi sarebbero stati a libro paga presso i tecnici della propaganda, in questi tempi sono a libro paga presso i tecnici dell’indottrinamento laico e sono solo la trasfigurazione dei paninari in salsa pulciosa: portano guanti senza le dita, il cappellino andino, la sciarpa arcobaleno, i pantaloni arlecchino, lo zainetto giornalismo che si parla addosso ma non annoia (il caso Fallaci) di un tifoso avverso, molto tifoso e molto avverso Eastpak, i jeans Melville a vita bassa in atteggiamento negroide, l’ombelico scoperto, la maglietta a manica lunga con sopra maglietta a manica corta da esibire anche coi freddi, t-shirt pedagogiche. Hanno scarpe Adidas o Nike da cui strappano regolarmente le etichette, oppure Doctor Martens, fanno la gioia di Publitalia e non c’è nessuno che porti un paio di scarpe di costo inferiore alle centomila. La retorica della giovinezza che oggi si celebra nel fascio colorato di lane bioculturali – fasciacolli policromi intorno a strafichi colletti – è la copertina del comandamento irresistibile. Bisogna guardarli nel collo. Hanno il pomo timido i maschi, la vena diafana le femmine. Prevaricano in virtù del gregge e non c’è pecorella di Regime che non si adegui, tutte arruolate nell’ovile dell’orribile fanatismo abbiente come sono. Siccome sono coglioni i giovani di destra che perdono tempo a fare i liberali e non gli squadristi, almeno immaginari, siccome dunque sono coglioni col botto, c’è tutto un destino cinico e baro che vuole in questo breve fuoco di pubblicità – prossimo ad esaurirsi con le vacanze di Natale – il trionfo dello stramaledetto fighettismo romano. E non c’è niente di più triste nel vedere l’onorato simbolo della falce e martello finire com’è finito, nelle mani dei figli di papà, vedere perfino la radiosa runa del lupo tra le lenzuola di chissà quale centro sociale, perché l’impasto di nebbie culturali non conosce pace in questi corridoi. Parlano con lo sguardo fisso tipico di chi va all’esame senza sapere una beata mazza, annusano solo la coda del branco, compunti al Fatto di Biagi, spillano montagne di carta e si parlano lasciandosi scivolare nella cerimoniosa contemplazione di se stessi. Hanno una storia antica, una storia che però non è mai riuscita nel più elementare dei compiti rivoluzionari, quello di rime scolare almeno un poco le carte. Lucrezia Reichlin ricordava che al Tasso “c’erano i figli dei portieri, i figli dei politici e i figli dei giornalisti. Eravamo tutti di sinistra e volevamo cambiare il mondo, così vent’anni dopo i figli di portieri sono diventati portieri, i figli dei politici politici, e i figli dei giornalisti giornalisti”. A modino, questi ragazzi che hanno candidato le loro facce alle figurine dell’album caro ai benpensanti, l’album del Regime, non sono solo leaderucci venuti bene grazie alle mamme, sono lo specchio del Potere, lo sfogatoio attraverso cui il convento che decide tutto ciò che passa, prende per il culo se stesso.
Pietrangelo Buttafuoco, Il Foglio, 13.12.2001
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