Il grande John
Aveva davvero ragione Friedrich Nietzche: se il segno della risurrezione non si vede scintillare sul volto dei cristiani, allora è una fola.
Possibile, dunque, che non si possa uscire dalla Scilla del laicismo più stucchevole (e tale soprattutto perché, di norma, semplicemente brutto e insulso) e la Cariddi del buonismo didascalico nel senso più deteriore del termine — e di solito mal didascalico — dei catto-pietisti? È un dato di fatto che, soprattutto nel Novecento, il cattolicesimo abbia perso sapore: soprattutto lo hanno perso la cultura cattolica e il modo cattolico di vedere le cose, anche se forte e aggressiva è la Weltanshauung clericale. Che però è tutt’altra cosa.
Possibile, insomma, che in libreria si debba scegliere solo tra Eugenio Scalfari, Norberto Bobbio, Gianni Vattimo ed Emanuele Severino da un lato, o Edmondo De Amicis e Susanna Tamaro dall’altro? Nietzsche scapperebbe, e con lui i veri cattolici e i veri laici.
In aiuto viene però un grande del secolo XX; un grandissimo, anche se la cultura paludata l’ha sempre relegato in un cantone come una “cosetta” per ragazzi. L’occasione per ricordarci di lui ce la sta (ri)dando ovviamente l’uscita del primo dei tre film realizzati dal regista Peter Jackson attorno alla sua opera più nota, Il Signore degli Anelli.
Apologia dell’homo faber. Vero
Tolkien scrisse cose cattoliche senza saperlo, o senza accorgersene, o senza volerlo. Nel senso che, cattolico sul serio e tutto di un pezzo, la sua più grande preoccupazione è stata per tutta la vita quella di studiare, di scrivere e di fare entrambe le cose nel modo migliore possibile. Anzitutto, però, ha avuto la preoccupazione di creare e di sviluppare in sé la capacità creativa, il tutto cominciando da una parola o (com’è fattualmente successo) dalla foglia di un albero di cui voleva descrivere l’esistenza, raccontare il contesto, sondare la bellezza.
Era un filologo — e fra i più rinomati del proprio tempo, oltre che uno scienziato che davvero ha fatto, nel suo campo, scuola — e il suo primo amore, la sua scintilla prima è stata un verbum. Dalla parola, dall’invenzione delle parole, ha creato poi una lingua intera, anzi un complesso sistema linguistico. Quindi ha creato, con l’immaginazione, persone che quelle lingue parlassero, e dunque luoghi che quelle persone abitassero, e ancora tempi che quei luoghi narrassero. Un mondo intero, insomma: colossale, grandioso, preciso e internamente coerentissimo.
Un’allegoria? Al solo sentire questa parola Tolkien avrebbe imprecato in lingua elfica o in gotico antico. L’allegoria, infatti, proprio non l’amava: troppo “telefonata” e finta (e moralistica, avrebbe certamente detto, sottolinenando di questa espressione la valenza esattamante contraria rispetto a “morale”); un voler dire per forza delle cose, magari cristianucce. La sua è invece una grande metafora solo alla condizione d’inderla come l’intendeva lui: la creazione, quasi naturale ex corde hominis, di mondi, cioè di modi che raccontino la verità. La verità vera, la verità reale anche se narrata immaginativamente.
Per Tolkien, il bandolo della matassa è tutto qui: l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, la cui grandiosa divinità si esprime anzitutto e soprattutto nella potenza (libera e stra-ordinaria) di essere il Creatore. L’uomo creato a Sua immagine somiglia dunque in primis al Creatore, e quindi, in sedicesimo, è creatore pure lui, “creatore secondario” o «sub-creatore» dice testualmente Tolkien. Tutta la vita, allora, è creare a immagine e somiglinza di Dio, là dove all’uomo è dato vivere, abitare, muoversi, lavorare, agire. Questo è l’“unico”, supremo diritto dell’essere umano, la “sola” sua grande nobiltà: imitare, essere immagine di Dio nell’opera che si compie, qualunque essa sia. Creare è proprio dell’uomo, anzi esalta e dice tutta la grandezza dell’uomo, la sua scintilla divina. Creare bene, coerentemente, credibilmente, metaforicamente, è la libertà della potenza umana, il modo per tornare, imitandolo, al Creatore primario; il modo per ringraziarlo, celebrarlo, adorarlo, non con le lebbra (riptendo vanamente il Suo nome), ma facendo, agendo, intervenendo.
Imago Dei
Tolkien vive, respira da cattolico, e così la sua scrittura è naturaliter christiana, anzi chatolica. Per lui è naturale il farlo: non conosce altro, non può altro. Ecco allora il suo corpus: un capolavoro ch’è certo cristiano, così com’è certo naturale (cioè per tutti coloro che non siano maliziosamente, malevolmente volti contro la natura dell’umano), e che quindi è cattolico.
Tolkien, insomma, è un grande uomo di lettere (se solo se ne volessero leggere gli scritti teoretici, l’epistolario, i risvolti profondi della sua narrativa in gran parte non tradotta…): tale perché pienamente uomo e strutturalmente cattolico.
Ma il bello è che un Tolkien così affascina, piace, attrae e parla a tutti: non solo ai cattolici, anzi. Pure ai (neo)pagani, alla Destra e alla Sinistra, ai verdi e ai protestanti fondamentalisti, ai libertarian statunitesi e pure all’italico il Manifesto. No, non è un uomo per tutte le stagioni (anche perché Il padrone del mondo di Robert Hugh Benson e Il racconto dell’Anticristo di Vladimir Solv’ëv mettono sin troppo bene in guardia da chi viene osannato da tutto il “mondo”). Gli è invece che Tolkien arriva a tutti pur essendo radicalmente, innamovibilmente, autenticamente se stesso. Milioni di persone si consumano su dei libri e altri milioni stanno affollando le sale cinematografiche per un tizio che dice il contrario — ma bene e in modo bello e in positivo — di quello che i “maestri del dubbio” e i moralisti vanno invece da tempo insegnando. Allora forse significa davvero che, nonostante il Novecento, non tutto è proprio perduto…
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!