Le donne vanno e vengono, sul porto di Buenos Aires

Di Stefanini Maurizio
10 Gennaio 2002
Dopo la bancarotta Argentina, il Fmi studia un provvedimento che permetterebbe ai Paesi in difficoltà di dichiararsi in “fallimento” e di smettere di pagare il debito. Ma anche i Paesi creditori potrebbero chiedere il fallimento di quelli debitori. Wall Street è contraria, i no-global han perso la parola. Le responsabilità da cui global e antiglobal tendono a scappare di Maurizio Stefanini

«Cancella il debito/stop!». Be’, altro che i rap di Jovanotti a Sanremo… Complice il finale botto dell’Argentina nel cercare a tutti i costi di mantenere l’irrealistico cambio uno a uno tra peso e dollaro, il Fondo Monetario Inter-nazionale ha ufficialmente messo allo studio un sistema per permettere ai Paesi debitori di dichiararsi in bancarotta, e cercare così un sistema di protezione legale nei confronti dei propri creditori. Così come i privati, che dal XIX secolo non finiscono più in galera per debiti, salvo in caso di bancarotta fraudolenta. E per di più, chiedendo la relativa procedura, possono ottenere che i debiti siano coperti solo dal patrimonio dell’impresa oppure, se esposti anche nei beni familiari, che venga lasciato loro il minimo con cui sopravvivere. Le certezze sarebbero però non solo per i debitori ma anche per i creditori. Che oggi, da quando non è più considerato legittimo rivalersi con la forza (vedi box), si trovano letteralmente senza possibilità di agire, oltre a essere comunemente investiti dalle accuse di “usurai” e “strozzini”.

Il consiglio direttivo dell’Fmi ha dato il suo consenso preliminare al piano presentato a novembre da Anne Krueger, numero due dell’organizzazione, fin da quando è apparso chiaro che l’Argentina, sull’orlo del baratro, stava per fare il “decisivo passo avanti” della barzelletta. E probabilmente la proposta formale, basata sulle esperienze del diritto fallimentare anglo-sassone, sarà pronta per il vertice del Fondo a primavera. In questo modo, i Paesi in difficoltà potrebbero chiedere al Fondo il diritto di dichiararsi in bancarotta e, se la richiesta è accettata, potrebbero legittimamente smettere di pagare il debito, in attesa di negoziare coi creditori nuovi termini, e anche imporre controlli al cambio di divise straniere. Ma anche i creditori potrebbero chiedere la bancarotta, obbligando formalmente i governanti dalle finanze troppo allegre a fare fronte alle proprie responsabilità. «Troppi Paesi con problemi di debito irrisolvibili li mandano avanti per troppo tempo, imponendo pesanti costi economici inutili sia a se stessi che alla comunità internazionale, cui tocca poi raccogliere i cocci», ha spiegato la Krueger. Finora, la classica pressione era quella dell’Fmi, che imponeva in modo informale politiche deflazioniste prima di rilasciare prestiti. Ma l’unico risultato non erano spesso che gli improperi dei no global e dei politicanti locali in vena di demagogia. Da manuale è stato appunto il caso dell’Argentina, dove se il cosiddetto “pensiero unico” imposto dall’Fmi ha impedito che i prestiti internazionali venissero utilizzati direttamente per finanziare i consumi come in passato, non ha però distolto il governo di Buenos Aires dal bruciare prestiti e proventi delle privatizzazioni per mantenere un cambio artificialmente alto. Che ha illuso gli argentini col conto in banca di una ricchezza virtuale, mentre ammazzava la produzione e l’export, che di ogni ricchezza reale è la vera misura.

Probabilmente, però, non se ne caverà un ragno dal buco. A parte il tempo che ci vorrà perchè i parlamenti di tutti i 183 Paesi membri dell’Fmi approvino la riforma, la stessa Wall Street è contraria, avvertendo che di fronte a tali vincoli gli investitori scapperebbero via a rotta di collo dai Paesi emergenti. Ma chissà se proprio l’abbondanza di capitali che così si riverserebbero sul mondo sviluppato non potrebbe favorire un boom da denaro a buon mercato, con una ricaduta sul Terzo Mondo tale da innescare a sua volta un processo di crescita più sano…

Resta comunque per il momento muto il pensiero no global: così sollecito a proposito dei debiti che già esistono, e così assente di proposte su come i Paesi con economie a rischio potrebbero reperire nuovi capitali. Senza accettare quei tassi di interesse appunto “da rischio” su cui poi si innescano tante polemiche.

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