Conviene, all’Ulivo, gettare olio sul fuoco?
C’è una sedia libera alla tavolata del processo Sme (processo che, dopo la gazzarra borrelliana, è improbabile non venga trasferito altrove per “legittima suspicione”, ovvero per documentato sospetto che la Corte milanese abbia un atteggiamento, diciamo così, lievemente pregiudiziale nei confronti del Cavaliere: è questo che voleva il Procuratore Maximo? Parrebbe proprio di sì), quello per cui è imputato Silvio Berlusconi. È il posto riservato alla logica. Bastano poche, brevi considerazioni: Berlusconi avrebbe corrotto un giudice che gli diede torto; gli avrebbe trasferito il denaro due anni dopo la sentenza sfavorevole; avrebbe fatto guadagnare 2.000 miliardi allo Stato e nessuno alla Fininvest. Un mago dell’autolesionismo. Dov’è la logica? Non c’è. Eppure il presidente del Consiglio è alla sbarra al Tribunale di Milano, rinviato a giudizio da un gip, Sandro Rossato, che ritiene gli indizi d’accusa «frammentari e contraddittori», ma apre ugualmente il processo perché «solo il dibattimento è la sede per una valutazione comparativa dei differenti e opposti risultati cui portano gli elementi probatori a disposizione». Ponzio Pilato non avrebbe saputo fare di meglio.
Com’è che Professore e patron
di Repubblica-Espresso s’amavano tanto?
Per capire come stanno realmente le cose, bisogna tornare fino al 1985. Romano Prodi era da tre anni alla guida dell’Iri, il caravanserraglio dell’industria di Stato che a quel tempo possedeva di tutto ma rischiava il crac. Come Franco Reviglio all’Eni, l’altro Professore prestato alle partecipazioni statali in quei primi anni ‘80, doveva raddrizzare una baracca che i politici avevano fatto di tutto per sfasciare. La parolina magica era: privatizzazioni. Cioè vendere quello che si poteva. Ovviamente, sul mercato sarebbero finiti solo i bocconi migliori. Il 30 aprile di quel 1985, dunque, Prodi in una conferenza stampa annunciò, a sorpresa, di aver raggiunto un accordo per la cessione della Sme a Carlo De Benedetti, l’editore di Repubblica che a quel tempo possedeva anche la Buitoni. La Sme era la finanziaria che controllava le aziende alimentari di Stato, tra cui marchi prestigiosi come i panettoni Motta e Alemagna, i biscotti Pavesi, le conserve Cirio e De Rica, l’olio Bertolli, i supermercati Gs, gli Autogrill. Era la prima privatizzazione importante dell’Iri e l’annuncio provocò grande sconcerto. Che divenne indignazione (per non dire di peggio) quando si conobbero i termini dell’accordo.
Com’è che a De Benedetti lo Stato
gli ha fatto sempre uno sconticino?
A cominciare dal prezzo. De Benedetti avrebbe versato 393 miliardi a rate, pari a 333 miliardi netti, per un gruppo che aveva 2.800 miliardi di ricavi e soprattutto 630 miliardi di liquidità. Prodi si difese allora (e lo ha ripetuto lo scorso dicembre ai giudici che processano Berlusconi) sostenendo che la cifra era stata calcolata in base a una stima affidata al rettore della Bocconi. Vero. Ma la perizia era stata effettuata in vista di una fusione tra la Sme e la controllata Sidalm (quella di Motta e Alemagna), non di una vendita. È evidente che quella valutazione esclude tutta una serie di elementi non contabili (per esempio il portafoglio clienti, il know-how, l’avviamento aziendale, eccetera) che hanno rilievo primario in caso di cessione. Ne è risultata una somma che non rispecchiava affatto il valore reale del gruppo. Tant’è vero che nove anni dopo, quando la Sme fu venduta a pezzi, nelle casse dell’Iri finirono complessivamente 2.400 miliardi. Il sestuplo.
Com’è che a De Benedetti lo Stato gli diede sempre una mano?
Ma col tempo sono saltate fuori anche altre clausole. L’Istituto guidato da Prodi, per esempio, si impegnava a concedere un finanziamento di 30 miliardi rimborsabile in tre anni al tasso del 5 per cento. Alzi la mano chi ha comprato casa in quegli anni e ha avuto dalla banca un trattamento del genere. Sempre l’Iri avrebbe fatto di tutto perché Agip e la Società Autostrade continuassero la collaborazione con Autogrill. Ma come, si privatizza in nome della concorrenza e del mercato, e poi si mantengono le corsie preferenziali con il settore pubblico? Non è tutto. I documenti ufficiali parlano di una valutazione complessiva per il gruppo Sme di 497 miliardi. Però 104 miliardi (ecco perché la vera cifra dell’accordo è di 393) vengono garantiti da Mediobanca e Imi, che si impegnano ad acquistare il 13% delle azioni Sme senza le dilazioni concesse all’Ingegnere. E siccome allora Mediobanca era controllata dall’Iri, sia pure attraverso le tre Banche d’interesse nazionale (Bancoroma, Credit e Comit), alla fine lo Stato con una mano vendeva tutte le azioni e con l’altra se ne ricomprava una parte.
Com’è che a Bettino poi lo mandarono in esilio a Hammamet?
Scoppiò il pandemonio, com’era inevitabile. Craxi s’infuriò, e con lui buona parte del mondo politico. Prodi aveva colto tutti alla sprovvista, compresi quegli imprenditori del settore alimentare che nei mesi precedenti avevano sondato il presidente dell’Iri per capire che intenzioni avesse. E compreso lo stesso consiglio di amministrazione dell’Istituto, che sarà convocato per dare il via libera ufficiale soltanto sette giorni dopo la conferenza stampa in cui fu data la notizia. In poche settimane arrivarono in via Veneto altre cinque controfferte, tutte più vantaggiose. Una di queste era della cordata Iar (Barilla-Ferrero-Fininvest-Confcooperative), quella che coinvolgeva Berlusconi. Il governo impose all’Iri di valutare anche queste e l’affare con De Benedetti saltò. Tutta la faccenda finì in tribunale.
Com’è che ci guadagnò lo Stato, l’Ingegnere no, peccato?
Ed eccoci al punto. L’Ingegnere promosse due cause: chiese da un lato il sequestro delle azioni Sme e dall’altro una salatissima penale all’Iri. Dal primo contenzioso ebbe torto dal presidente del Tribunale di Roma e, in appello, dal Tar del Lazio; dal secondo ebbe ancora torto in primo grado (la famosa sentenza Verde), dalla Corte d’appello e dalla Cassazione. Un 5-0 secco che dovrebbe lasciare pochi dubbi sulla sostanza della controversia. Invece no. Berlusconi è accusato di aver corrotto, tramite Cesare Previti, il giudice Filippo Verde. Ma Verde bocciò il ricorso della cordata Iar, ritenendo che non avesse titolo per inserirsi nella lite tra De Benedetti e l’Iri. Perché dunque corrompere il magistrato? Qual è il movente del delitto: forse quello di farsi dare torto? Senza contare che, come detto, quel verdetto fu confermato da altre due corti. Corrotte anche queste? E poi, chi ha tratto veramente beneficio dallo stop all’operazione Sme? Non De Benedetti, d’accordo; ma nemmeno Berlusconi, che non ha portato a casa né un Pavesino né un panettone. L’unico che ci guadagna, o perlomeno non ci perde, è lo Stato: evita di cedere a prezzi di saldo un ricco patrimonio industriale, di lì a pochi anni incassa sei volte tanto e risparmia perfino il risarcimento preteso dall’Ingegnere. Solo per inciso annotiamo che nessuno dei rappresentanti Fininvest nel cda Iar votò la decisione di intraprendere la via giudiziaria.
Domanda: cui Prod(est)?
Se c’è una logica, essa impone altre domande. Perché De Benedetti non ha mai citato in giudizio personalmente Prodi? Perché le inchieste romane sullo stesso presidente Iri si sono arenate mentre quelle su Berlusconi sono al punto che sappiamo? Perché ci si concentra sul Cavaliere tralasciando gli altri membri della cordata? Perché gli viene attribuito un reato (corruzione in atti giudiziari) che in quegli anni non esisteva? Perché l’inchiesta del Pool è rimasta a Milano e non è stata trasferita a Perugia, sede competente quando si tratta di accuse rivolte a magistrati di Roma? Un orsacchiotto di peluche a chi indovina.
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