Europa, l’opzione B&B

Di Newbury Richard
17 Gennaio 2002
“Con l’allontanamento di Ruggiero l’Italia ha chiarito la sua posizione, come pure ha votato obtorto collo in favore della nuova valuta imperiale: la quinta per la Germania negli ultimi 84 anni. Ora finalmente la Grand Opera Italia dovrebbe attingere ad un’altra tradizione che le appartiene: quella della sottigliezza”. Così (documenta) il nostro grande corrispondente da Londra. Ecco perché Berlusconi, in un’intervista al Times, ha proposto a Blair e Aznar “passione e lotta per un’Europa” non sottomessa alla burocrazia di un Superstato a guida ex-neo-post-comunista di Richard Newbury

Se una “lingua” è un dialetto che dispone di un esercito e di una flotta navale, allora un “Impero” è un Paese con una valuta pregiata. Prima dell’emissione della banconota Federale – con quei fregi massonici che vanno senz’altro a vantaggio della sua credibilità – da parte degli Stati del Nord durante la Guerra Civile, i singoli stati dell’Unione mettevano in corso i loro dollari, ciascuno con un diverso tasso di conversione. A quell’epoca, le aziende e le imprese commerciali che operavano in più di uno stato pagavano le proprie fatture in sterline, poiché la Sterlina rappresentava una valuta pregiata mondiale la cui area d’impiego si spingeva fino alla Cina e al Sudamerica, oltre naturalmente all’Impero Britannico – il che significa all’incirca un quarto del globo. Era un Impero che aveva il suo cuore più nella città di Londra che nemmeno nelle burocrazie governative o nella Legislatura seduta in Parlamento. In effetti, sia la Rivoluzione industriale che le Ong (organizzazioni non governative) sulle quali si poggiava, come la Compagnia delle Indie Orientali o la Compagnia della Baia di Hudson, costituivano due rami legati al solido tronco di Londra, anima industriale responsabile del 20% del Pil britannico.

Una Srl chiamata Gran Bretagna.

Lezioni alla Francia

(e un po’ anche all’America)

La Gran Bretagna è oggi ritornata al suo centro industriale rinunciando a quei rami ormai non più al passo coi tempi. Così, dopo essere stato il primo paese a conoscere uno sviluppo industriale, la Gran Bretagna è oggi di nuovo in prima fila nella de-industrializzazione, con un terziario avanzato responsabile del 30% del Pil. Alan Macfarlane, nel suo Origini dell’individualismo inglese, mostra come la rapida capacità di trasformarsi in senso industriale dell’economia britannica si deve a un mercato immobiliare vivace in tutto il Paese fin dal XII secolo. Donne e contadini erano allora proprietari individuali, non collettivi, dei propri beni immobili, perciò ciascuno aveva un capitale pronto per essere convertito in crediti oppure in denaro contante: ed è proprio questa possibilità d’accesso al capitale, non il denaro in senso stretto, a costituire il vero motore del capitalismo, come sottolinea Hernando De Soto ne Il mistero del capitale. Si deve alla Banca d’Inghilterra, creata nel 1694, e analogamente a quella Società per Azioni dove Sir Isaac Newton sedeva nel ruolo di direttore, se la Gran Bretagna ha potuto sconfiggere Luigi XIV e nel XVIII secolo superare la Francia. La Costituzione non scritta istituita dopo la Glorious Revolution del 1688 dal Ministro dell’Interno britannico, il filosofo John Locke, rispecchia proprio una società per azioni.

Con il Re nel ruolo di Presidente non esecutivo del Consiglio d’Amministra-zione, il Primo Ministro in quello d’Amministratore delegato, il Governo come Consiglio d’Amministrazione e i membri del Parlamento con la funzione d’operatori di Borsa per l’azionariato, rappresentato dagli elettori, i quali sono poi aumentati di numero nel corso degli anni fino a coinvolgere le classi medie, la mano d’opera organizzata e le donne, visto che ogni componente era essenziale per l’economia di quella Società pubblica a responsabilità limitata chiamata “Gran Bretagna”. La Rivoluzione americana, nonostante l’ispirazione agli stessi principi filosofici, filtrati però attraverso le interpretazioni francesi, non è riuscita invece a realizzare il passaggio del potere esecutivo dal “Re/Presidente-Presidente del Con-siglio d’Amministrazione” al “Primo ministro-Amministratore delegato”. “L’Etat c’est moi” ha segnato la rovina di Luigi XIV, perché se la Francia costituiva una proprietà privata e un affare di famiglia del Re, allora il Sovrano doveva chiedere prestiti con un interesse aggiuntivo del 20%. Con la creazione del National Debt (una sorta di Bot), vendendo i titoli ai cittadini con un interesse del 3% annuo, il Governo britannico era invece tenuto a pagare soltanto quel 3%. Le truppe di Malborough hanno potuto sconfiggere quelle di Luigi XIV grazie a questo rapporto del 3% contro il 20%. E i britannici sono sopravvissuti alle guerre napoleoniche e a quelle mondiali del XX secolo perché la Banca d’Inghilterra non ha mai dichiarato bancarotta così che la Gran Bretagna è riuscita a finanziare i suoi alleati. Gli americani, non senza qualche convenienza, hanno dimenticato che la loro industria bellica è stata creata dai britannici nel periodo 1938-1941, quando l’esercito degli Stati Uniti non contava più di 170mila uomini. Se bisogna lasciare ai soldati dilettanti le discussioni sulle “tattiche”, mentre i professionisti parlano di “logistica”, allora non è meno essenziale una “quarta forza armata” costituita dalla finanza e dall’economia. Chi vuole conservare a lungo il potere preferisce far conto sulla capacità imprenditoriale e sulla valuta forte, piuttosto che sui guadagni facili provenienti da soluzioni di ripiego, come la mano d’opera a buon mercato dell’Europa dell’Est.

Le ambizioni imperiali

franco-tedesche

La disposizione verso l’Euro rispecchia differenti ambizioni imperiali. Cavour sognava l’espandersi di un Piemonte che scimmiottava le istituzioni politiche francesi e quelle economiche britanniche, nel tentativo di portare l’Italia nell’Europa Nord-occidentale. Un sogno che si è compiuto con l’adesione dell’Italia all’Ue e oggi all’Euro. Francia e Germania sono disposte a sacrificare la propria indipendenza d’azione economica per guadagnarsi una pacifica missione imperiale. La Germania può svolgere un ruolo guida per l’Europa dell’Est dietro il manto dell’Euro, mentre la Francia già si vede a capo di un’Europa capace di sfidare les anglo-saxons oltre l’Atlantico e, se sarà necessario, anche oltre la Manica. I britannici hanno invece voltato le spalle a qualsiasi sogno di “Impero europeo” dopo la circumnavigazione del globo compiuta da Drake, a distanza di una generazione dalla perdita di Calais, l’ultimo baluardo del loro Impero francese, nel 1558. Entrare nella Cee nel 1973 ha significato per la Gran Bretagna capovolgere quattro secoli nei quali il suo slancio imperiale si è rivolto, con buon successo, “oltreoceano”, non “all’estero”, cioè oltre il Canale della Manica. Storicamente i britannici non hanno alcuna ambizione imperiale “sul Continente”. In termini di cultura, leggi e lingua si sentono più a proprio agio in Australia, nel Canada, negli Usa, in Nuova Zelanda, in Sudafrica oppure nei Caraibi. Conrad Black, l’editore canadese del The Daily Telegraph, principale quotidiano conservatore, vorrebbe che la Gran Breatagna abbandasse l’Ue per entrare nel Nafta, idea con la quale ha flirtato lo stesso Iain Duncan Smith, leader del Partito Conservatore. Rupert Murdoch, australiano poi fattosi americano, è recisamente contrario ad una Unione Europea sempre più burocratica che vorrebbe imporre regole al suo impero mediatico globale. La scelta strategica britannica si è compiuta nel 1941 quando, a dispetto delle profferte di pace che gli giungevano dal Vice del Fürher Hess, Churchill, assecondando peraltro l’opinione pubblica, preferì trasferire la capitale del mondo anglofono da Londra a Washington piuttosto che a Berlino, nell’Asse Francia-Italia-Germania.

Oggi valgono gli stessi sentimenti. Pochi hanno voglia di vedere una Germania che oggi già domina la Francia avere il suo terzo colpo di fortuna nella secolare rivalità con la Gran Bretagna. La “nazione di bottegai”, come Napoleone apostrofò gli inglesi, non trova di grande utilità sedersi nel Consiglio di amministrazione della Società pubblica a responsabilità limitata Ue, dove un azionista possiede da solo 1/3 delle quote di voto. Un buon motivo per temporeggiare è poi vedere se la Banca Europea riuscirà ad avviare una politica monetaria che si adatti a tutti i paesi membri mentre la Germania in recessione chiede un tasso d’interesse più basso.

Via Ruggiero, grandi opportunità

per l’Italia

Divide et impera è sempre stata la politica britannica verso il Continente, specialmente nei confronti dell’asse franco-tedesco. Una politica simile a quella italiana dall’unità d’Italia in avanti. Mussolini era solito giustificarsi con gli inglesi dicendo che stava facendo quello che i britannici avevano fatto ai tempi di Drake. In quel contesto era piuttosto ovvio che gli italiani appoggiassero prima la Triplice Alleanza, poi gli Alleati, poi ancora la Germania e il Giappone perché, come asserì un grande ministro degli Esteri e Primo ministro inglese: «i Paesi non hanno amici, hanno soltanto interessi». L’Italia, grazie a mezzi pacifici e ad un miracolo economico che è il risultato della partecipazione alla Cee, si trova oggi in una posizione che sia Cavour che Mussolini troverebbero invidiabile. Il segno della sua forza è che oggi l’Italia è diventata una terra d’immigrazione, non più d’emigrazione e un Paese che assegna aiuti finanziari, piuttosto che riceverli. Questa nuova responsabilità presuppone nuovi “interessi” e una diversa politica estera. Il Patto di Ferro e d’Acciaio che ha anticipato il Trattato di Roma era congegnato per assicurare alla Germania un mercato per i suoi prodotti industriali, mentre la sovvenzione dell’agricoltura francese e italiana consentiva di ridurre la fuga dalle campagne a una velocità socialmente sostenibile. Ne è prova la stufa tedesca della mia baita. Oggi questi rapporti sono cambiati. In una “Europa di Stati-nazione”, per utilizzare un’espressione britannica e insieme italiana, l’Italia dovrebbe “far leva sul suo peso” per dimostrare che far parte dell’Euro non significa un’eccessiva sottomissione alla grande illusion “imperiale” di Francia e Germania. Inoltre non va dimenticato che quanto conta a livello internazionale non è che quel vivente monumento alla Terza Repubblica, il Presidente Chirac, faccia passare una legge per evitare la prigione. Ma piuttosto che la Francia non abbia ancora liberalizzato i suoi mercati. La sirene da nebbia hanno una qualche utilità in Val Padana, un po’ di meno a livello di diplomazia internazionale. Con l’allontanamento di Ruggiero l’Italia ha chiarito la sua posizione, come pure ha votato obtorto collo in favore della nuova valuta imperiale: la quinta per la Germania negli ultimi 84 anni. Ora finalmente la “Grand Opera Italia” dovrebbe attingere ad un’altra tradizione che le appartiene: quella della sottigliezza. Quando morì Talleyrand, uno dei massimi diplomatici, Metternich prese a riflettere: “E con questo, cosa avrà voluto dire?”.

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