Forza Occidente, ritrova la bussola
Maledetta globalizzazione? Su Nigrizia – la rivista dei missionari Comboniani – i toni sono veramente apocalittici: «È questo il sistema entro cui viviamo, un sistema che ammazza e uccide. Ammazza per fame (40 milioni di persone all’anno), uccide con le armi e uccide l’ambiente. È un sistema di morte, è un sistema di violenza inaudita e ben camuffata. Il padre di tale sistema è il diavolo». Piero Gheddo, missionario del Pime, ha un approccio più realistico: «Io penso che sia giusto vivere questo fenomeno in termini più positivi, confidando nello Spirito Santo che guida la storia dell’uomo e dei popoli. Naturalmente siamo tenuti a fare tutto il possibile per correggere le impostazioni moralmente sbagliate, difendere ed aiutare i più poveri, in modo che tutti possano avere almeno il necessario. Il 27 aprile 2001 alla Pontificia Accademia delle Scienze, il Papa lo ha detto senza mezzi termini: “La globalizzazione – a priori – non è né buona né cattiva. È semplicemente uno strumento. Sarà quel che le persone ne faranno”. E ha aggiunto: “Nessun sistema è fine a sé stesso, ed è necessario insistere sul fatto che la globalizzazione come ogni altro sistema deve essere al servizio della persona umana, della solidarietà, del bene comune”. Certo, c’è il rischio che la globalizzazione possa diventare una sorta di ideologia. Una religione secolarizzata basata sull’esaltazione del progresso, della scienza, del razionalismo. Un sistema in cui il mercato sembra essere l’unica chiave per risolvere i problemi dell’umanità. Ma proprio su questo punto, Giovanni Paolo II ci ricorda che anche il mercato è un mezzo (non un fine) per la promozione della persona. E quindi anche la globalizzazione richiede un codice etico comune. Il mercato globale è una sfida in cui impegnarci. Non è un demonio da combattere ma una possibilità che va orientata verso il bene comune di tutti gli uomini». La globalizzazione economica quindi è come un treno. È il treno dello sviluppo che ha cominciato a correre dopo la seconda guerra mondiale, ma soprattutto dopo il crollo del comunismo. «Il popoli che riescono a salire su questo treno – continua Gheddo – progrediscono più in fretta di quanto progredissero prima. Sono quelli che non riescono a salire che invece rimangono indietro. È questo il grosso problema: come aiutare questi popoli? Dare una risposta a questa domanda è difficile e la storia di questi ultimi quarant’anni è lì a dimostrarlo. Le vie tentate sono varie».
Soldi, macchine, rivoluzione
«Si è cominciato negli anni ’60 con le campagne contro la fame. Si diceva: sono poveri perché non hanno i soldi, mancano di tecnologie. E allora mandiamogli soldi e macchine. Ma i paesi aiutati non progredivano. Mancava la cultura per affrontare i problemi, non c’era attenzione al sistema scolastico, non c’erano infrastrutture e poi c’erano corruzione, guerre, guerriglie, colpi di Stato… Negli anni ’70 è prevalsa una lettura maoista, comunista, rivoluzionaria. Perché sono poveri? – ci si chiedeva. Perché sono sfruttati – era la risposta. E allora via! L’unica soluzione era che il Terzo Mondo si ribellasse contro il colonialismo, le multinazionali che seguisse la strada tracciata da Ho Chi Minh, Che Guevara, Mao Tse-tung… “Camminare con le proprie gambe” era lo slogan di Mao. In poche parole: l’autarchia. C’erano allora, in tutto il mondo, circa 31 Paesi a regime comunista. Ma all’inizio degli anni ’80 non uno di questi Paesi aveva sconfitto la povertà. Anzi, non erano in grado di produrre abbastanza per nutrire i propri popoli. Questi miti rivoluzionari si sono rivelati per quello che erano: sistemi oppressivi e generatori di miseria. Dagli anni ’80 in avanti, si è cominciato a capire che lo sviluppo dei popoli più poveri può venire solo dall’evoluzione della mentalità e dalla cultura. Dall’educazione a produrre di più e da governi stabili che sostengano l’economia e in particolare l’agricoltura, le popolazioni rurali. È prevalsa un’altra lettura: culturale, educativa. Le radici di questo nuovo approccio si trovano per intero nell’intervento tenuto da Giovanni Paolo II all’Unesco il 4 giugno 1980 e poi riproposto nell’enciclica Redemptoris Missio. “Lo sviluppo di un popolo – scrive Giovanni Paolo II – non deriva primariamente né dal denaro, né dagli aiuti materiali, né dalle strutture tecniche, bensì dalla formazione delle coscienze, dalla maturazione delle mentalità e dei costumi. È l’uomo il protagonista dello sviluppo, non il denaro o la tecnica”. Il motore dell’uomo è la cultura. Per cui anche lo sviluppo economico e sociale viene da una cultura. Poi però ci si rende subito conto che questo approccio il più delle volte non viene affatto messo in pratica. Nel l979 la Fao organizzò un’assemblea sulla produttività agricola dei Paesi poveri, perché si era resa conto che soprattutto i Paesi a sud del Sahara diminuivano annualmente la produzione agricola in rapporto all’aumento della popolazione. 1300 delegati, tre settimane di assemblea. Si parlava di tutto: delle dighe, della composizione chimica dei terreni, del commercio internazionale… Ma del contadino africano neanche una parola. Arrivato in commissione, li ho provocati: “Ma uno di voi è mai stato una settimana in un villaggio africano? Il contadino africano, ha la malaria per l’80 per cento dei giorni all’anno, è analfabeta, non conosce altro che la zappa. Se volete che i contadini producano di più, bisogna andare là ad educarli, a sostenerli, a condividere la loro vita quotidiana”. Tornano le parole del Papa: “È l’uomo il protagonista dello sviluppo, non il denaro o la tecnica”. Beninteso il denaro e la tecnica sono necessari, figuriamoci. Ma da soli non bastano. Per spiegare il problema della povertà non si può ricorrere esclusivamente ad argomenti economici e tecnici, bisogna parlare anche di questioni storiche e culturali. Bisogna capire che i popoli vivono in epoche storiche diverse. Questo vuol dire che è sbagliato pensare che tutti gli altri popoli siano – più o meno – come noi occidentali. Alcuni di questi popoli vivono in un’altra epoca: noi viviamo nel 2000 dopo Cristo e i musulmani, per esempio, vivono 1400 anni dopo Maometto. Non è discriminazione, non è razzismo, è un dato di fatto. Si pensi per esempio alla produttività agricola africana: nel 1960 era super abbondante, l’Africa esportava cibo. Oggi, invece, l’Africa importa il 30 per cento del cibo che consuma. Il perché è semplice: una produzione agricola molto bassa in un’epoca in cui la popolazione era molto bassa, bastava. Nel 1960 tutta l’Africa aveva circa 280 milioni di abitanti. Nel 2000 ha superato gli 800 milioni, è aumentata di due volte e mezzo. Ma la produzione agricola – più o meno – è rimasta la stessa. Io vengo dalla provincia di Vercelli, da un paesino dove si coltiva il riso. E quando ero ragazzo negli anni ’30 si producevano 30 quintali di riso all’ettaro, poi si è saliti a 75 quintali all’ettaro. In Africa in Paesi come il Mozambico, la Tanzania, la Costa d’Avorio, la Guinea Bissau, il Ciad si producevano 4 quintali di riso all’ettaro. È un altro segno. Non è vero che non hanno voglia di lavorare. Manca l’istruzione, l’educazione, la condivisione dei loro problemi».
Le bugie dei no-global
«Eppure nonostante questi dati di fatto, continuano a circolare informazioni sballate. Durante il G8 a Genova si diceva: “il 20 per cento della popolazione mondiale si accaparra e consuma l’80% delle ricchezze”. E ancora: “All’80 per cento della popolazione mondiale rimane solo il 20%!”. Ma è qui l’errore. È la parola “accaparra” che è sbagliata. Semmai è vero che il 20 per cento della popolazione mondiale produce l’80 per cento delle ricchezze. Bisogna dirlo forte e chiaro: quello che non è secondo la verità non aiuta i poveri, li strumentalizza. Può essere consolatorio per le élites dei popoli poveri far circolare queste tesi sballate, ma certo non è loro di aiuto. Si continua a dire che loro sono poveri perché noi siamo ricchi, beh, è una bugia. Anzi io direi che proprio con la globalizzazione – con la diffusione dell’istruzione, della democrazia, del rispetto della dignità umana – molti popoli sono potuti salire sul treno dello sviluppo. È stato così per i paria in India. Quasi quarant’anni fa, nel 1964, erano una casta tenuta ai margini della società, vivevano in zone paludose, non avevano quasi diritti, erano trattati come servi della gleba. Poi col passare degli anni, col diffondersi dell’istruzione, con le libere elezioni, con una evoluzione culturale che ha toccato l’intera società indiana, tutto questo è cambiato. Non sono chiacchiere, lo dicono i fatti: se l’India ha dato una speranza ai paria, lo stesso è accaduto per i tribali del Bangladesh che si sono affrancati da una situazione di miseria. La causa della decadenza di certi popoli non è il mercato mondiale, bensì il non avere al proprio interno le condizioni per lottare sul terreno del mercato mondiale. Non è che ci vorrebbe meno globalizzazione per questi popoli, ma più globalizzazione. Non la globalizzazione selvaggia, ma una globalizzazione concepita come diffusione di una cultura che salvi la dignità dell’uomo, che porti loro democrazia, istruzione, politiche sanitarie, infrastrutture di comunicazione, cura per l’agricoltura… Sono gli elementi tipici della cultura occidentale. Una cultura che per affermarsi ha tratto il proprio alimento dal cristianesimo. Perché è bene dirlo: noi viviamo nel 2000 dopo Cristo e le idee bibliche, evangeliche sono maturate lentamente nella nostra civiltà, recuperando anche il meglio di quelle greche e romane e dando vita al mondo moderno. È la parola di Dio che dà all’uomo il giusto concetto di Dio, il giusto rapporto tra uomo e Dio, tra uomo e uomo, tra uomo e donna, tra uomo e natura. Non è che l’Occidente sia tutto positivo, anzi c’è molto di negativo. Oggi sembra che l’Occidente non sia più in grado di declinare la propria identità e cerchi quasi di recidere i suoi legami con la cultura cristiana. A questa cultura cristiana ha sostituito una cultura laicista, secolarizzata che si fonda solo sulla tecnica, sul denaro, sull’ateismo pratico. Si parla tanto di valori, ma se i valori non si fondano in Cristo sono solo uno sforzo volontaristico destinato a fallire. Se non recuperiamo la nostra fede e identità cristiana cosa porteremo agli altri popoli? Vorrei che tutti i laicisti di casa nostra capissero che se perdiamo il cristianesimo come fede, come vita, come fondamento della nostra cultura non abbiamo più nulla. Se si tolgono i crocefissi dalle scuole, se si mandano via le suore dagli ospedali, se si mortifica il senso religioso, cosa ci resta? Cosa siamo?».
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