La fede (senza opere) di Mr. Saud

Di Stefanini Maurizio
24 Gennaio 2002
In Arabia Saudita si demoliscono le vestigia storiche e artistiche per far posto all’industria alberghiera. Il caso di una fortezza turca abbattuta, di un hotel a cinque stelle (e di una pratica “lanzichenecca”) di Maurizio Stefanini

I Taleban non sono più al potere in Afghanistan, ma la polemica sulle distruzioni di monumenti da parte di integralisti islamici riprende. E stavolta non c’è neanche la scusa dell’iconoclastia… Nel Regno dell’Arabia Saudita, il cui Sovrano si fregia del titolo di “Custode dei Luoghi Santi dell’islam”, le autorità hanno demolito una fortezza ottomana che si trovava a ridosso della Grande Moschea della Mecca. E non per ragioni religiose, ma semplicemente per farci un orrendo centro residenziale: undici palazzoni con un migliaio di appartamenti, e in più un hotel a cinque stelle da 1200 posti. Valore: 533 milioni di dollari. Furibondo, naturalmente, il governo di Ankara, per la «demolizione della nostra eredità storica e culturale comune».

Come i Lanzichenecchi

Ma non è la prima volta che quel che resta di questa “eredità” viene smontato pezzo per pezzo. E ciò avvenne, anche se non furono la dinastia saudita e quella ottomana, all’inizio del XX secolo, ad affrontarsi direttamente per il possesso della regione dell’Hegiaz, con le due “Città Sante” di La Mecca e Medina. Anzi, poiché il “padre della patria” Abd al Aziz ibn Abd asr Rahman Al Saud si prese il tutto dopo avervi cacciato la dinastia hascemita, quella che si era alleata con gli “infedeli” inglesi di Lawrence d’Arabia pur di sottrarsi all’autorità del Sultano, la conquista saudita potrebbe addirittura essere considerata dai turchi una giusta “vendetta” sui “traditori”. Senonchè, già un secolo prima La Mecca era stata fuggevolmente conquistata dai wahabiti, la setta rigorista di cui i sauditi hanno fatto la propria ideologia dinastica. E già quella volta si erano comportati da predoni. A differenza dei Taleban con i grandi Buddha, i wahabiti non si trovavano alle prese con “dei falsi”, ma con la culla della loro stessa fede. Ma per giustificare il loro invincibile istinto ladrereccio, come i lanzichenecchi luterani al tempo del Sacco di Roma, sostenevano che ogni ricordo materiale suscettibile di riscuotere il rispetto dei visitatori poteva distogliere i pellegrini dal culto che solo è dovuto a Dio. Dunque, pensavano di compiere un dovere sacro, nel fare tabula rasa di tredici secoli di arredi, offerte e doni destinati dalla pietà popolare al riverito Santuario della Pietra Nera.

Il progresso è cristiano

Senza arrivare a tali estremi, anche l’arrivo dei sauditi alla Mecca nel XX secolo ha rappresentato per il venerabile tessuto artistico della Città Santa uno sventramento quasi peggio di quello fatto a suo tempo da Mussolini, e che gli riservò l’irrisione di Petrolini, con la pesante allusione del suo Nerone che voleva «rifare Roma più bella che pria». Ma non è solo un problema del particolare rigorismo wahhabita. Come osservano anche autorevoli intellettuali musulmani (vedi box), è la cultura islamica in genere che tende a trascurare le memorie storiche. E non tanto per il timore del culto delle immagini, ma per una ragione più sottile.

È il cristianesimo che, con l’incarnazione di Cristo e l’annuncio della sua Seconda Venuta, innesca nell’Occidente quell’idea di una storia in divenire, che poi laicizzata porterà al concetto di progresso. Il tempo dunque conta perché nel futuro c’è una speranza, e nel passato una testimonianza da custodire. Per l’islam, invece, il progresso in linea di principio non esiste. La perfezione è già stata realizzata in terra con la predicazione del profeta Maometto: prima c’è l’ignoranza pagana; dopo ogni variazione non può essere che in peggio. In campo architettonico, la traduzione di questa concezione è che l’unica pietra che deve restare sempre al suo posto è la “Pietra Nera” della Kaaba, su cui poggia il cosmo. Con le altre, si può fare quello che si vuole. Non a caso, l’unico Paese islamico che abbia una vera e propria politica del “monumento storico”, oltre a risentirsi per le distruzioni che subiscono le sue reliquie fuori del territorio nazionale, è la Turchia. A tal punto impregnata d’Occidente che, pur restando musulmana, conta addirittura gli anni dalla nascita di Gesù, invece che dalla fuga di Maometto dalla Mecca.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.