Prendi l’arte e mettila da parte (anche a La Mecca)

Di Stefanini Maurizio
24 Gennaio 2002
Sulla politica saudita in particolare e islamica in generale ha scritto parole di fuoco Slimane Zeghidour

Sulla politica saudita in particolare e islamica in generale ha scritto parole di fuoco Slimane Zeghidour, un brillante giornalista franco-algerino (La Vita Quotidiana alla Mecca da Maometto ai giorni nostri). Sono riflessioni storiche e notazioni da reportage, intorno alla personale esperienza del pellegrinaggio che aveva fatto da buon musulmano, ancorchè occidentalizzato. Riportiamo alcune sue osservazioni del 1989. «È sintomatico che il complesso dei Paesi arabi e musulmani continuino, con alcuni buoni motivi, a incalzare Israele dall’Onu all’Unesco, da New York a Ginevra passando per Parigi, di attentare all’integrità dell’antica casa di Gerusalemme annessa, senza mai pensare alle sorti delle due pupille della Casa dell’islam: La Mecca e Medina». «Le maggior parte dei paesi musulmani hanno deturpato senza pietà il loro patrimonio monumentale. Ad Algeri, a Damasco e fino alla moschea di Parigi, con analoga incuria, i capolavori dell’architettura musulmana subiscono degrado, per l’incuria imperante: si va dallo spesso strato di vernice e olio passata su una splendida porta scolpita in legno della moschea di Algeri al gesso verniciato a smalto che riveste le pareti interne in pietra scheggiata della moschea degli Ommiadi a Damasco, passando per il frammento di mosaico caduto da un muro della moschea di Parigi il cui buco viene riempito in cemento, per non parlare dell’accavallarsi dei fili elettrici o dello spreco di neon. Dappertutto c’è la stessa orgogliosa negligenza e anche una sfiducia verso il passato. Non c’è che da aprire una delle guide turistiche pubblicate regolarmente dai ministeri arabi o musulmani dell’Informazione. L’iconografia è congegnata nello stesso identico modo tranne rare eccezioni. Mentre questi Stati hanno l’immenso privilegio di disporre di vestigia archeologiche tra le più preziose del mondo, si sforzano invece di proporre il volto moderno delle loro nazioni prodigando, con tanto di foto a dimostrazione, trattori, immobili di cemento e autostrade, fabbriche tessili e sfilate di ragazze in divisa militare, quasi a lavarsi le mani di millenari mulini e di vetrerie tradizionali, delle case antiche e delle moschee, del secolare artigianato tessile o degli adolescenti in costume popolare. Anche a noi è capitato di essere presi in disparte da Arabi che ci coglievano mentre fotografavamo mulini o vecchie case e ci dicevano rabbiosi: “Che cosa fai? Prendi del nostro Paese le immagini più arcaiche per farci fare una brutta figura!”, e indicavano poi al nostro gusto artistico facciate di supermercati o svincoli stradali nuovi fiammanti».

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