I massaggiatori di Porto Tetro

Di Tempi
07 Febbraio 2002
Certe volte i giornali dovrebbero essere scritti interamente dai lettori.

Certe volte i giornali dovrebbero essere scritti interamente dai lettori. Noi non possiamo, nonostante la mole veramente cospicua di missive che ci sollecitano qui e nel nostro tempi.it, perché la carta ci manca e perciò un po’ di invidia ce l’abbiamo di giornali come La Discussione, che, beati loro, qualche miliardo di contributi statali all’anno gli basta e (probabilmente pure gli avanza) per coprire interamente le richieste di chi (chi?) li legge. Ma ecco, tra le altre, una missiva, dell’insegnante Gianni Mereghetti da Abbiategrasso, che ci consente di dire qualche parolina sul neo-antifascismo militante divenuto di casa tra la strampalata intellighentsia che, come un tempo Lenin da Zurigo per Mosca, pensa di aver preso un treno da Parigi per Porto Alegre, e invece corre a rotta di collo da Roma verso la Porto Tetro profetizzata (non dai berlusconiani, ma sull’Espresso) da Gianpaolo Pansa. Di seguito la nostra risposta. «Caro direttore, l’intervista rilasciata da Domenico Starnone a Repubblica mi ha sconvolto. Mi sono detto “No, Starnone non può aver parlato in quel modo, tanto livore ideologico non è farina del suo sacco!” e ho ancora il dubbio che l’intervistatrice non abbia capito il suo pensiero. Sì, perché tra tutto il male che certi personaggi hanno vomitato contro la riforma Moratti, quello che viene attribuito a Starnone è certo il peggiore: sosterrebbe che questa riforma ci riporta alla scuola del fascismo! Ma si rende conto di quello che ha affermato? (…)». I gemiti di Domenico Starnone (per altro fotocopia di quelli di Fo e Moretti) non fanno più testo. Per anni, dalle colonne del Corriere della Sera, egli è stato il Biagi delle magistrali della scuola italiana. Oggi, accusando di “fascismo” la riforma Moratti, il pedagogo della sinistra di classe pare si sia fatto travolgere dall’ansia del maestrino attempato che ripete una lezione priva di ironia, o se volete, un compitino senza fantasia, sbagliato e copiato, scritto da una compagnia cantante di colonnelli intellettuali dell’ancièn regime che, poco democraticamente, visto che il governo è stato liberamente eletto dagli italiani, si ritengono ancora gli unici legittimi depositari della volontà politica generale e delle magnifiche sorti e progressive della scuola italiana. Volendo essere generosi, si potrebbe pensare che il moltiplicarsi di testimonianze così un po’ fuori di testa, abbia radici negli ultimi cascami di una generazione di ex giovanotti che, pur essendo ormai prossimi a un buen retiro tra Parigi e i tropici, continuano a coltivare l’intima illusione di rappresentare, per volontà divina e superiorità morale iscritta nel loro dna di eredi del partito comunista italiano, il fior fiore della élite nazionale. Una minestrina che è dalla fine degli anni ’70 che ci vediamo riscaldare quotidianamente da La Repubblica, organo dei Prof, Giudici e Sindacalisti Migliori, e che trova ancora qualche assaggio in siparietti alla ecce bombo come quello recitato dal prof Pardi da Firenze, davanti all’affollata platea di pensionati che hanno fatto da cornice all’amaro sfogo del cinematografaro simbolo dei reduci di tutto il mondo. Al momento in cui scriviamo non sappiamo se, oltre ai Tassisti romani (non i taxisti, ma quei famosi liceali di buona famiglia che hanno avuto, oltre alla filippina in casa, anche qualche giorno di guevariana gloria sui giornali) ci siano ancora in giro tanti studenti disposti a farsi irretire dalle stupidaggini di certi eterni adolescenti che fanno i massaggiatori in cattedra invece che in palestra. Piace però ricordare che perfino Michele Serra (il quale come Starnone è un altro di quei famosi primi della classe che ce la cantano e ce la suonano da più di un ventennio), prima di andarsi a coricare sull’amaca dell’Ingegner Carlo De Benedetti, fu molto più sincero del povero D.S., allorché, ai tempi dell’Ulivo mondiale, nella sua quotidiana rubrica su l’Unità, una volta scrisse che il monopolio statale dell’istruzione «è una delle poche cose buone che ci ha lasciato il fascismo». Vedete come sarebbe facile spiegare ai Domenico (e ai Nanni) che non la Letizia, ma gli intellettuali un po’ cupi della loro classe e generazione, non hanno mai perso il vizietto di intonare: «La scuola, a chi? A noi!»

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