Chàvez, “Il Bene sono io”
Sono trascorsi 10 anni esatti, il 4 febbraio, da quando l’allora tenente colonnello dei paracadutisti Hugo Chávez tentò un colpo di Stato contro l’allora presidente del Venezuela, il socialdemocratico Carlos Andrés Pérez. Da allora il golpista mancato ha fatto in tempo a finire in galera; a essere amnistiato dal presidente Rafael Caldera in nome della “riconciliazione nazionale”; a presentarsi alle elezioni, sulla base di un programma ultrapopulista; e a venire eletto presidente, sull’onda della protesta per il crollo dello Stato. Da presidente, Chávez ha imposto una nuova Costituzione, la cui nota dominante è un’ammirazione quasi maniacale per il “padre della patria” Simon Bolívar. Il nome stesso del Paese è stato modificato da Repubblica del Venezuela in Repubblica Bolivariana del Venezuela. L’“ideario di Bolívar” è inserito per Costituzione tra le materie obbligatorie nell’insegnamento scolastico. Bolívar, assieme a Dio, è evocato nel preambolo. E si ispira al pensiero giacobino dello stesso Bolívar l’idea di mettere accanto ai classici poteri esecutivo, legislativo e giudiziario anche un “potere cittadino” e uno “elettorale”. Il primo, che piacerebbe al pool di Milano, è gestito da un Consiglio Morale Repubblicano con poteri censori e di controllo sulla moralità pubblica. Quanto al “potere elettorale”, la sua traduzione più notevole è la possibilità per ogni eletto di essere destituito per referendum una volta trascorsa la metà del suo mandato, se si raccolgono le firme di almeno il 20 per cento del suo elettorato. Altra bizzarria: l’elezione di un vice-presidente con funzioni di primo ministro.
Un cerchiobottista al potere
Queste sono stramberie innocue. Più inquietante è che non si parli di “libertà di stampa” ma di semplice “diritto all’informazione opportuna, verace e imparziale”. “Senza censura”, ma equiparato al “diritto di replica e rettifica”. Ma più in generale, il colonnello è maestro nel dare un colpo al cerchio e uno alla botte. La sua idea sull’economia è “tutto il mercato possibile, tutto lo Stato necessario”, che è un chiaro modo di dire per non dire. Nella costituzione, dichiarata «invocando la protezione di Dio», si dice da una parte che «il padre e la madre hanno diritto a che i loro figli o figlie ricevano l’educazione religiosa corrispondente alle loro convinzioni», si «protegge il matrimonio tra un uomo e una donna», si «garantisce assistenza e protezione integrale alla maternità in generale dal momento del concepimento». Ma dall’altro si mette l’educazione privata sotto la stretta sorveglianza dello Stato, si equiparano le famiglie di fatto alle altre, si dà rango costituzionale al “diritto di contraccezione”. Anche in campo internazionale, Chávez ha trafficato a tutto spiano con Saddam Hussein, Gheddafi e gli ayatollah per farsi attribuire la presidenza dell’Opec e far salire i prezzi del greggio, e ha pure dichiarato la propria vicinanza a Fidel Castro, ospitandolo per i festeggiamenti del suo ultimo compleanno, e rifornendolo di petrolio gratis. Contemporaneamente ha manifestato amicizia per il liberista e filo-americano ex-presidente argentino Menem; ha trescato con l’ex-consigliori di Fujimori, il famigerato Montesinos, di estrema destra e agente della Cia; ha disciplinatamente mantenuto gli impegni del Paese come primo fornitore di petrolio agli Stati Uniti; e quando Washington ha minacciato la rottura delle relazioni diplomatiche per certe sue critiche ai bombardamenti in Afghanistan ha capito che era il caso di tenere la bocca chiusa, e si è adeguato.
Ha fatto proclamare al Congresso due feste nazionali in un colpo solo. La data del 23 gennaio è quella in cui cadde nel 1958 la dittatura di Marco Pérez Jiménez; quella del 4 febbraio è l’anniversario di quel golpe con cui tentò di dare la prima spallata a quel regime della “quarta repubblica” che nel 1958 era nato, e che con la nuova Costituzione ha ora seppellito. “Movimento per la Quinta Repubblica” è d’altronde il nome del suo partito personale. Ma se di ideologia Chávez si mantiene sul vago, nei suoi rapporti con chi gli è contro ogni ambiguità cessa. Il 9 gennaio ha mandato 300 suoi seguaci a dare l’assalto al quotidiano di opposizione El Nacional, impedendo ai dipendenti di recarsi al lavoro. Il 23 gennaio ha avvertito i “controrivoluzionari” di tenere «gli stivali pronti». Inoltre, almeno tre parroci della capitale hanno ricevuto minacce anonime di morte per telefono, mentre sulle pareti delle loro chiese sono apparse scritte che li accusavano di essere “farisei e ipocriti”, per le critiche dell’episcopato all’autoritarismo del presidente. Chávez, va detto, ha sempre avuto un linguaggio un po’ disinvolto. Durante la campagna in cui fu eletto disse che avrebbe «fritto in olio le teste dei nemici del popolo come cipolle», ha definito i suoi avversari «galline», ha esortato i suoi seguaci ad andare a disperdere a bastonate gli scioperi dei sindacati contro di lui, ha consigliato il cardinale Castillo Lara di farsi fare «un esorcismo perché gli si è messo il diavolo sotto la sottana». Però, si trattava di intemperanze verbali alla Bossi, che uscivano dalla bocca solo per dar fiato. Sfruttando la sua popolarità, è stato a colpi di referendum che ha imposto la nuova Costituzione, che ha sciolto un Congresso a lui ostile facendone eleggere un altro dove i suoi seguaci hanno il 70% dei seggi, che ha imposto una dirigenza a lui favorevole alla testa dei sindacati.
Popolarità in calo. A casa gli squadristi
Da un po’, però, la sua popolarità è in caduta libera. La crisi economica, una volta passata la favorevole congiuntura dei prezzi del greggio, ha ripreso ad infierire, e la gente si è stancata di tutta la sua retorica. Il 23 gennaio, quando i suoi sostenitori e i suoi oppositori si sono confrontati in piazza, questi ultimi erano almeno il triplo. Quando è andato a New York si è trovato con 200 venezuelani che gli sbattevano le casseruole in faccia in segno di protesta. Messa ormai la mordacchia a Congresso e sindacati, è intorno a esercito, Chiesa e giornali che l’opposizione si può aggregare. E alcuni militari in congedo per il 4 febbraio hanno organizzato una polemica Messa in suffragio dei caduti «in difesa della democrazia». Già dall’anno scorso, il sempre più inquieto colonnello aveva iniziato a mandare avvertimenti. Uno era stato la nomina di un civile a lui vicino al ministero della Difesa, che finora nella storia venezuelana era stato sempre retto da un militare. Un secondo è stato il non pagamento degli stipendi del 1999 e 2000 a 50.000 insegnanti e altri dipendenti delle scuole cattoliche. Con il conseguente rischio che nel 2002 debbano chiudere 150 istituti, con oltre 200.000 alunni. Ma gli avvertimenti non bastano più. Così ora Chávez inizia a mandare direttamente gli squadristi.
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