La pace possibile secondo Elio Toaff. Conversazione con un’allieva
Ho telefonato al Rabbino Elio Toaff, io lo chiamo ancora amorevolmente Moré, Maestro, dai tempi in cui studiavo al Collegio Rabbinico di Roma. «La disturbo Moré?», «Tu non mi disturbi mai!» È stato Capo Rabbino di Roma per cinquant’anni, ha invitato il Papa Giovanni Paolo II alla sinagoga mentre tutt’intorno era un tripudio di emozione e di gioia, ha educato allo studio della Torà intere generazioni di ebrei, ha avvicinato la Comunità Ebraica aprendone le porte e facendone conoscere la storia a gente di tutta Italia e dal mondo. Gli ho chiesto cosa avesse detto in certe sue dichiarazioni riportate dalla stampa internazionale (e per un attimo, prima che mi rispondesse, ho pensato con timore: «Siamo ancora uniti noi ebrei religiosi e noi ebrei laici? Noi ebrei della diaspora e noi ebrei d’Israele? Noi ebrei commercianti e noi ebrei intellettuali?»). «Ho detto che secondo me tutto il conflitto si può risolvere purché ci si possa sedere intorno a un tavolo, parlando, senza armi, senza terrore. Che si faccia trattare ai responsabili, a coloro che sanno come risolvere le questioni, invece di dare spazio a coloro che sanno usare solo la lingua della forza e della morte». Ho tirato un sospiro di sollievo. «Certo, cosa pensavi? Solo in questo modo si può arrivare alla pace. Non si può trattare con chi usa il terrorismo come mezzo di intimidazione. Ci si deve sedere a un tavolo con chi vuole veramente dialogare, spiegare e ascoltare». Alla televisione Al Jazeera hanno presentato il manifesto dei nostri ufficiali israeliani che si rifiutano di servire l’esercito nei territori per motivi umanitari, manipolandone il valore inestimabile, asserendo che la fine d’Israele sta per arrivare perché l’esercito israeliano ha paura dei palestinesi e i soldati non vogliono più combattere. «Siamo soli, non è una cosa nuova. E loro hanno molti sostenitori. Che parlino, che dicano ciò che vogliono, noi oggi abbiamo Erez Israel, la Terra d’Israele. Nessuno ci potrà spostare da qui».
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