Quel treno per Yuma. Anzi per Mosca

Di Respinti Marco
28 Febbraio 2002
Da sinistra a destra, l’“antagonismo” dilaga. Lenin li chiamava “utili idioti” e aggiungeva: i borghesi ci venderanno la corda con cui li impiccheremo. Da allora i (post)bolscevichi non hanno mai smesso: d’impiccare e di acquistare corde. E Solzenicyn aveva previsto tutto. Rileggendo “Lenin a Zurigo” di Marco Respinti

Ogni dì un vestito nuovo, o una maschera. Nei pari la bolsa retorica no global (e George Bush), nei dispari il giustizialismo giacobino (e Silvio Berlusconi). Spuntata, la Sinistra s’impantana. Sabato 23 febbraio era dispari: quindi “Palavobis dei manettari”.

Prologo in FIAT

Su l’Unità del 24 Furio Colombo rinfaccia al premier italiano la «guerra civile dei giudici contro la politica» perché «nel mondo» guerra civile «vuol dire Pinochet e “desaparecidos”», e «richiede e giustifica misure pesanti di salute pubblica» (frecciatina a Claudio Scajola?…). Intanto «è stata approvata la legge più pericolosa che abbia mai attraversato la vita di uan repubblica democratica, quella sulle rogatorie internazionali». Abuso (documentabile) del superlativo assoluto e iperbole: è «la legge-golpe». Poi chiusura in musica: «I girotondi intorno ai palazzi di giustizia sono ridicoli? Anche i governatori razzisti di Alabama e Luisiana lo pensavano di due sconosciuti ventenni di nome Bob Dylan e Joan Baez che comparivano con la chitarra accanto al pastore battista Martin Luther King per dire la avventata bestemmia secondi cui “i neri sono uguali ai bianchi e devono avere gli stessi diritti”». Non c’entra, ma il richiamo è forte. Furio Colombo ha infatti un passato hippy (ce n’è traccia anche in un disco italiano in cui fa il “Pippo Baudo” della Baez) e uno yuppie di manager Fiat U.S.A. Andava in ufficio con la coda di cavallo o ai “Macondo” con quella di paglia? Certo che leggerlo oggi scrivere di «capo delle imprese riunite del pubblico e del privato, di Mediaset e della Rai, del governo e di Confindustria, dei suoi affari e dei suoi processi», e di «primo ministro-proprietario-imputato», ha del grottesco (se il grottesco non fosse stato reso arte da Flannery O’Connor, contemporanea ma ben migliore di Dylan e della Baez, e meno ipocrita e meno ricca…). Che pensava Furio Colombo di Gianni Agnelli cantando We Shall Overcome? Che si è detto lavorando per il “supercapitalista”? E cosa al “Popolo di Seattle” del suo ex datore di lavoro, globalizzatore e mica tanto “editore puro” de La stampa? Oppure aveva davvero ragione Pasolini (di cui l’Unità, sempre domenica, celebrava l’ottantesimo compleanno) a dire che i proletari fanno i poliziotti e non i “rivoluzionari” con l’auto di papà e il borsellino gonfio?

S’ode a destra (?) uno squillo di tromba

«Tanto la risposta è pronta: l’altro ieri, il mondo era in pericolo a causa della follia nazista; ieri, per colpa della tirannide comunista; oggi, per via del fanatismo islamico. C’è sempre un nemico esterno, c’è sempre un colpevole cui addossare la responsabilità delle cose che non vanno: e se il mondo è dominato dall’ingiustizia, se il pianeta muore assassinato dall’inquinamento, se i bambini africani e latino-americani muoiono di fame, la colpa sarà certo di qualcuno: non già comunque nostra, noi siamo tutti così civili e democratici. Quando ragiona così un individuo, rifiutando ogni responsbailità e addossandole agli altri, lo si definisce un paranoico; quando lo fa una civiltà intera, la si definisce “superiore”. Poi dice che uno si butta a sinistra, diceva il principe De Curtis. Già: peccato che la sinistra non ci sia più». No, non è Vladimir Il’ic Ul’janov detto Nikolaj Lenin mentre a Zurigo fa il fund-raiser per i bolscevichi. È Franco Cardini, medioevista dell’Università di Firenze, che su La gazzetta del Mezzogiorno del 13 febbraio ce l’ha con gli “amerikani”. Rientrato in patria con il treno piombato del Kaiser – cioè i soldi di chi massacrava i suoi compatrioti -, il leader rosso scappò in Finlandia perché accusato di tradimento dai russi che crepavano nel fango. Tornato ancora, si alleò ai “borghesi” della “Rivoluzione di febbraio” di Aleksandr Fëdorovic Kerenskij per scongiurare la reazione zarista di settembre di Lavr Georgevic Kornilov. Giambattista Vico non diceva affatto che la storia si ripete, ma che l’uomo presenta comportamenti analoghi. Scrivendo uno dei suoi testi più acuti, Lenin a Zurigo del 1975 (trad. it. Mondadori, Milano 1976 e ss.), Aleksandr Isaevic Solzenicyn non poteva prevedere di affrescare, oltre al passato, anche l’alba del Terzo Millennio. Però lo ha fatto. Siamo a una seconda “Rivoluzione di febbraio” che prelude a un nuovo Ottobre Rosso, verde o multicolore?

Ieri, anzi oggi

Di tutte le vette che Solzenicyn ha raggiunto, la maggiore è l’unione di arte e verità. Lenin a Zurigo è un ritratto spietato dei preparativi della grande catastrofe mondiale. Come e perché, fra le tante e riottose fazioni del rivoluzionarismo marxistico russo, emerse quella bolscevica, egemonizzata e tiranneggiata dalla lucida follia leninista, che uno dopo l’altro spazzò i “sognatori” poco scientifici estranei alla sua setta ideologica, sfruttando tutti gli “utili idioti” presenti su piazza: dai moderati kerenskijani ai tedeschi, passando per il “grande Parvus”, turbocapitalista ante litteram e marxista. Solzenicyn racconta tutto, e sciorina i documenti su cui si basa la sua fiction. E, ad abundantiam, aggiunge: «I lettori che avessero a stupirsi delle espressioni di V.I. Lenin, del suo modo di ragionare o di agire, potranno rileggersi quelle sue opere che sono state qui utilizzate», e via elencando una precisa e verificabile bibliografia di testi da cui ha tratto, pari pari, e sotto forma di riflessioni e di dialoghi, il libro. Nel quale fra l’altro scrive: «Ed è sviluppando e spiegando queste parole d’ordine [che Lenin] chiariva anche a se stesso molte cose, elaborava subito per il partito gli anelli mancanti e ne completava i piani organizzativi: così, in risposta allo splendido manifesto del comitato centrale bolscevico (è Kamenev senz’altro, una testa, quella!), proclamato il 13 marzo a Piter e pubblicato dieci giorni dopo, per caso e incompleto, da un giornale di Zurigo, proporre e spiegare lor come organizzarli (ora la pensava diversamente che non nel 1905): l’armamento generale delle masse popolari! una milizia popolare composta di tutta quanta la popolazione dai 15 ai 65 anni (gli adolescenti vanno coinvolti nella vita politica!) dei due sessi (per strappare le donne dall’abbruttimento dei fornelli!). E fare di questa milizia l’organo fondamentale della direzione dello stato! Solo l’armamento di tutti può garantire l’ordine assoluto, la tempestiva ripartizione del pane e in breve tempo la pace e il socialismo!».

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