La mia Africa (dice Tony Blair)
Il Primo Ministro della regina Elisabetta II si mostrò molto orgoglioso nel ricordare alla venticinquenne sovrana di averne servito l’antenata (e sua costante fonte d’ispirazione) regina Vittoria, l’antenato Edoardo VII, il nonno Giorgio V e il padre Giorgio VI. Benché per metà americano, figlio di una donna che aveva vissuto durante quel primo Impero britannico e nelle cui vene scorreva addirittura sangue d’indiani americani irochesi, Winston Churchill era imperialista per natura e, in verità, per entusiasmo. Suo padre Lord Randolph Churchill aveva portato la Birmania sotto lo scettro della Regina Imperatrice e il suo sodale, fondatore della “democrazia tory”, Joseph Chamberlain fu lo stimolo politico principale per The Scramble for Africa (“la mischia per l’Africa”), il cui ultimo capitolo descrive l’occupazione mussoliniana dell’ultimo Stato africano indipendente: l’Etiopia. Churchill avrebbe affascinato la giovane Regina con i suoi racconti di come prese parte all’ultima carica di cavalleria lanciata dall’Esercito britannico a Omdurman e alla sconfitta del “folle Mahdi” a Khartoum, in Sudan. Dopo questa sproporzionata rappresaglia scatenata in risposta all’uccisione del generale Gordon, durante la quale, come nell’Afghanistan di oggi, un musulmano fanatico e un esercito medioevale vennero distrutti da una potenza di fuoco moderna e dalla superiorità strategica, il Sudan divenne, sotto l’elitario Servizio politico sudanese (Sps), uno Stato di diritto modello, ma ovviamente non una democrazia. Anche l’India, e fino al 1997 Hong Kong, hanno dimostrato come sia benissimo possibile avere per esempio libertà di stampa e aule di giustizia assieme a un’infima misura di governo rappresentativo. Compito dell’Sps è stato quello di preparare il Sudan all’autogoverno per l’anno Duemila. Questo succedeva però cinquant’anni fa e oggi il Sudan è uno dei luoghi più arbitrari del mondo. L’Africa postcoloniale è divenuta ciò che Tony Blair ha definito «una cicatrice sulla coscienza del mondo».
Churchill, l’(intelligente) imperialista
Anthony Eden è stato il secondo Primo Ministro della regina Elisabetta e la politica estera era ciò che si supponeva essere la sua specialità, benché egli abbia mancato di avvedutezza se non proprio di coraggio. Forse sbagliò quando, frustrando ogni tentativo di riconciliazione dopo la conquista dell’Etiopia, spinse Mussolini nelle braccia di Hitler, ma ebbe ragione a dimettersi dal ministero degli Esteri in opposizione alla politica di appeasement perseguita da Chamberlain nei confronti di Hitler. Eden considerava il colonnello egiziano Nasser alla stregua di un novello Hitler e la nazionalizzazione del Canale anglofrancese di Suez, dunque anche l’oleodotto, come una seconda occupazione della regione del Reno.
La Guerra di Suez del 1956 dimostrò come la Gran Bretagna e la Francia non fossero più potenze mondiali di primo piano e pure che gli Stati Uniti nutrivano l’ambizione di sostituirsi a Londra e a Parigi nello scenario mediorientale. A chi gli chiese se, al posto di Eden, avrebbe scatenato la Guerra di Suez, Churchill rispose: «Non avrei mai osato incominciare, ma se l’avessi fatto non avrei mai osato fermarmi». Churchill, ancorché imperialista, sapeva che l’appoggio dato dagli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale avrebbe significato il trasferimento della capitale e del capitale di quelli che egli definiva popoli anglofoni da Londra a Washington.
Il problema fu che, avendo ottenuto un impero a prezzo di bancarotta, i nordamericani ancora non sapevano come amministrane e conservarne uno. In qualità di ministro per le Colonie, nel 1922 Churchill si vantò di governare l’impero musulmano più grande del mondo. Harold Macmillan, il terzo Primo Ministro di Elisabetta, compì un giro strategico dell’Africa britannica — che egli paragonò a un ippopotamo semi-immerso nell’acqua — nel 1960. In quei gironi ci volevano sei settimane per fare in aereo il giro delle colonie e Macmillan tornò dal Sudafrica a bordo di una nave da crociera che impiegò dieci giorni.
«I venti del cambiamento stanno soffiando sull’Africa», concluse accelerando quel processo di disimpegno dall’Africa e di decolonizzazione che condusse all’indipendenza Nigeria, Ghana, Sierra Leone, Uganda, Somalia, Kenya, Tanzania, Zambia, Rhodesia alias Zimbabwe, e così via.
Introducendo l’apartheid, il Sudafrica si mosse invece nella direzione opposta e così fu espulso dal Commonwealth nel 1961. Questo portò il Segretario di Stato americano Dean Ruska concludere che «la Gran Bretagna ha perso un impero, ma non si è ancora trovato un ruolo».
Londra e Parigi regine d’Africa (in assenza di Washington)
Tony Blair, l’attuale Primo Ministro della regina Elisabetta e il primo a essere nato lei regnante, sta oggi tornando nuovamente a impegnarsi in Africa, nello scenario di un mondo postcoloniale. Benché fra Gran Bretagna e Francia esistano ancora delle inevitabili tensioni, questa linea politica viene condotta di comune accordo con l’altra ex potenza coloniale, appunto la Francia. Di fatto, l’Africa è l’unica area del mondo in cui le potenze maggiori sono Londra e Parigi, e in cui gli Stati Uniti, forse perché l’Africa è troppo povera e “priva di terroristi”, brillano per la loro assenza. L’Africa è il luogo in cui la globalizzazione non sta elevando i livelli di vita allo stesso modo in cui lo sta distintamente facendo altrove. Per Blair, la miseria africana che si affaccia sulle rive meridionali dell’Europa è sia una minaccia, sia un’opportunità. E per un cristiano come Blair che ha scelto la politica invece del sacerdozio nella Chiesa anglicana è anche un dovere morale. In questo, il Primo Ministro britannico non è solo. Un numero sempre maggiore di suoi elettori contribuisce economicamente, nell’ordine delle centinaia di milioni di sterline, alle agenzie di soccorso delle Organizzazioni non governative che in Africa si prodigano per uno sviluppo sostenibile, per alleviare gli effetti delle carestie e per combattere l’Aids. E oltre che finanziatori, questi elettori sono anche membri di partiti politici. In questo modo, la coscienza e il calcolo elettoralistico non confliggono. I precedenti Primi Ministri laburisti hanno dovuto occuparsi di problemi quali — è il caso di Harold Wilson — la Dichiarazione unilaterale d’indipendenza della Rhodesia bianca o — è il caso di James Callaghan — della pulizia etnica attuata dal presidente Idi Amin costata la vita a 60mila ugandesi di origine asiatica. Blair non ha alcuno scheletro nell’armadio postcoloniale né è colpevole di aver mandato truppe britanniche incaricate di ristabilire l’ordine e di addestrare gli eserciti nella guerra civile alimentata dai diamanti dell’ex colonia britannica della Sierra Leone, che, sia detto per inciso, fu fondata nel 1787 come patria degli schiavi liberati. Rispondendo ai critici conservatori che gli ricordano di starsene a casa a occuparsi dei servizi pubblici, Blair afferma: «La comunità internazionale ha una lezione da imparare: ed essa è l’impossibilità d’ignorare questi conflitti, giacché prima o poi possono finire sulla propria soglia di casa», esattamente come l’80% della droga presente sulle strade britanniche, che viene dall’Afghanistan. Il giro di ri-impegno “quattro Paesi in quattro giorni” (compreso il Senegal, ex colonia francese con cui Londra mantiene stretti legami) compiuto da Blair è stato del resto più veloce del giro di disimpegno compiuto da Macmillan. Durante la guerra delle Falklands, la Gran Bretagna si servì di Dakar e durante la Guerra del Golfo anche i senegalesi inviarono truppe. In verità, proprio nello stesso momento il presidente Chirac ospitava all’Eliseo tredici leader africani, con la baronessa Valerie Amos, ministro per l’Africa di Blair, ella stessa di ascendenza africana, che faceva la spola fra i due incontri.
Nuovi corsi e sviluppo sostenibile
Le visite di Blair nel Ghana, in Nigeria, in Senegal e in Sierra Leone sono state tutte compiute come ricompensa a fronte dei notevoli successi ottenuti da quei paesi dopo essere caduti in stagioni di dittatura, di corruzione e di guerra civile. L’approccio neolaburista di Blair afferma che ai benefici si accompagnano le responsabilità esattamente come avviene per le politiche sociali che egli ha introdotto in patria. Il Primo Ministro britannico vuole un partenariato fra mondo sviluppato e Stati africani che “dia una mano, non la levi”. Da un lato, questo significa il condono del debito, che tutti i quattro Paesi visitati da Blair hanno ottenuto, e che alla riunione dei G-8 di Ottawa viene coordinato dal Cancelliere dello Scacchiere Gordon Brown, ma pure che, siccome «non vi può essere guadagno senza sofferenza», l’Unione Europea smetterà di pescare in acque africane così come finirà pure la politica agraria comunitaria perseguita da Bruxelles che rende impossibile ai Paesi africani vendere nella Ue per divenire in questo modo autosufficienti. Dall’altro lato, i paesi africani debbono cambiare. Lo strumento di questo mutamento è il Nepad – Nuovo partenariato per lo sviluppo africano -, ovvero una strategia di dimensioni continentali atta a raggiungere quello sviluppo sostenibile per l’Africa che può essere ottenuto solamente se si riconosce che i conflitti interni comportano conseguenze per l’intera regione e che sono responsabilità comune. Dall’anno Duemila, i Paesi i cui governi hanno ottenuto il potere in modo anticostituzionale vengono esclusi dai summit dell’Organizzazione per l’unità africana. Ora, con il ritorno della democrazia in giganti regionali quali la Nigeria e il Sudafrica, in Africa si assiste a più maggiori capacità di governo e a equilibrio. In verità, il documento del Nepad che stabilisce gli standard del buon governo, delle libere elezioni, della libertà di stampa e dell’amministrazione responsabile dei fondi pubblici è stato sviluppato e sostenuto da Mbeki, Obasanjo, Wade, Bouteflika e Mubarak, ovvero i Capi di Stato di Sudafrica, Nigeria, Senegal, Egitto e Algeria. Per Blair, l’interesse e il sacrificio personali comportano vantaggi reciproci. Nel villaggio globale, l’Africa è il nostro vicino proprio come una volta lo era l’operaio nelle città industriali. Keynes ci ha insegnato che il produttore è anche il consumatore. Il colera, come l’Aids oggi, non rispetta le gerarchie. Secondo Blair, l’Africa non riesce a godere dei benefici della globalizzazione perché non ne ha ancora accettato le responsabilità. Nel 1994, il Foreign Office dichiarò che la Gran Bretagna non doveva intervenire nel genocidio ruandese giacché non era in gioco il suo interesse nazionale. Blair crede invece che lo sia, e così la pensa anche la maggioranza degli elettori.
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