Londra tifa mercato unico, non Ue
Il primo impero britannico non configurava un mercato unico e per questo le colonie nordamericane ruppero con la madrepatria nel modo in cui era stato previsto da Adam Smith. Con l’indipendenza, gli Stati Uniti sono divenuti un mercato unico, ma solo con la guerra civile scoppiata per decidere se l’Unione dovesse essere una federazione o una confederazione fu coniato, completo della sua simbologia massonica, la prima moneta unica statunitense ovvero il dollaro, detto anche “Federal Green Back”.
Non fu, come molti invece ritengono, il presidente Lincoln, che proveniva da uno Stato schiavista, l’Illinois, ad abolire la schiavitù negli Stati Uniti. La questione centrale della guerra civile non fu infatti quella della schiavitù, ma il diritto dei singoli Stati dell’Unione a disfarsi oppure, se così essi volevano, a conservare l’istituto di un governo federale a Washington. Proprio per questo Giuseppe Garibaldi, nella cui Legione italiana del 1848 erano arruolati soldati neri, rifiutò l’offerta fattagli da Lincoln di comandare un Esercito del Nord.
L’antica disputa fra Londra e Parigi
In modo non dissimile da quanto accade nella moderna Unione Europea, gli Stati del Sud consideravano l’Unione essere una confederazione di “Stati nazioni” stretti fra loro da legami piuttosto deboli e vaghi invece che una federazione incentrata su un governo e un una moneta uniche come invece intendeva il Nord o come comunque successe alla fine della Guerra civile e quale esito di essa. Il nuovo dollaro federale divenne la valuta comunemente usata per gli scambi commerciali fra i vari Stati al posto di quella in cui venivano accumulate le riserve economiche del mondo di allora — la sterlina — e che circolava nel Canada britannico, nonché quella con cui tutto il Paese acquistava i prodotti delle colture di cotone e di tabacco degli Stati del Sud.
In verità, la maggiore esperienza di commercio internazionale che Adam Smith aveva era la sua natia Glasgow, la quale, per effetto dei benefici prodotti dall’Unione fra Scozia e Inghilterra che nel 1707 formarono la Gran Bretagna, era diventata la capitale britannica dell’industria del tabacco riuscendo a imporsi sui mercati dell’Inghilterra e del suo impero. Detto per inciso, la Scozia continua ancora oggi a stampare le proprie banconote così come fanno Jersey, Guersney e l’Isola di Man. Adam Smith attaccò il sistema mercantilista sviluppato dal primo ministro di Luigi XIV Jean-Baptiste Colbert, le cui ombre ancora si allungano ancora oggi su Bruxelles e su Parigi. Si trattava essenzialmente di una prospettiva commerciale di tipo aristocratico: antagonistica piuttosto che competitiva. I generi di base venivano prodotti in patria — per esempio il cibo dalla Home Farm di Stato — ma i beni di lusso, come per esempio gli arazzi, avevano dunque bisogno di essere spinti e sovvenzionati anche in patria e protetti con barriere doganali in grado di fermare l’esborso di oro e di argento, giacché si riteneva che la ricchezza fosse limitata e che quindi, come in guerra, vi potessero essere solo vincitori e vinti. La ricchezza delle nazioni di Smith, pubblicato in quel 1775 critico per le Colinie nordamericane, fu scritto con l’intento di confutare l’Inquiry into the Principles of Political Economy il cui autore era un altro scozzese, quel Sir James Stuart che era stato Segretario particolare di Bonnie Prince Charlie e che aveva caldeggiato l’introduzione di tariffe punitive, di sovvenzioni alle esportazioni e di monopoli commerciali sorretti dal governo che Smith vedeva all’opera nell’impero americano della Gran Bretagna e che egli mostra, appunto nel suo La ricchezza delle nazioni, ridurre di fatto la ricchezza e che peraltro costerà alla Gran Bretagna proprio il suo impero. «Non vi sono colonie che hanno progredito più rapidamente di quelle inglesi in America Settentrionale», ma «
Dalla perdita della dominio che ritiene di esercitare sulle proprie colonie, la Gran Bretagna subisce solo perdite».
Le vacanze di Gordon Brown
Il Cancelliere dello Scacchiere Gordon Brown è un altro brillante ex allievo dell’Università di Glasgow e trascorre le proprie ferie, accompagnato da una vera e propria biblioteca di libri di economia, non in Toscana, ma a Cape Cod, nella Nuova Inghilterra. Per Gordon Brown, per gli ufficiali del Tesoro che da lui dipendono e per la maggior parte delle esercizi commerciali britannici, la questione fondamentale non è quella di una moneta unica per l’Unione Europea, ma un mercato unico completamente liberalizzato. Per quasi un secolo, gli Stati Uniti hanno operato senza moneta unica né governo centrale e ciononostante godevano di un mercato unico. La Gran Bretagna ha perso il proprio primo impero perché ha compiuto il medesimo errore che nel XVII secolo aveva causato quelle rivoluzioni inglesi scoppiate con un secolo di anticipo rispetto a quella francese: aveva imposto tasse senza il consenso del popolo espresso in sede parlamentare. Diversamente dalla maggior parte dei suoi vicini continentali, la Gran Bretagna è diventata la più grande nazione commerciale del mondo — in termini percentuali esporta ancora più del Giappone — perché ha creduto nella libertà di scambio. Questo è il retroterra delle proposte avanzate da Londra al summit di Barcellona. Il Tesoro e la Banca d’Inghilterra non sono ancora sicuri di come possa funzionare una Banca Centrale ritenuta inaffidabile, né sanno se l’omologazione delle politiche monetarie e fiscali possa funzionare per la Gran Bretagna, e di conseguenze per il resto dell’Unione, ma sono certi che l’unica via perché in futuro si possa ampliare l’Unione Europea sia attraverso maggiore liberalizzazione e maggiore deregulation. È necessario un “terreno di gioco senza pendenze”. Ci si ricorda oggi dell’Unione Monetaria Latina degli anni 1866-1878 con cui vennero unificate le dieci divise di Belgio, Francia, Italia, Svizzera, Grecia, Bulgaria, Romania, Serbia, Spagna e Polonia?
Libera circolazione di prodotti, denaro e cervelloni
Ed è il prossimo arrivo d’estesi paesi agricoli quali la Polonia, la Bulgaria e la Romania a rendere essenziale una riforma della Politica Agricola Comune che già assorbe il 60% del budget dell’Unione. Non serve più il suo scopo di rallentare la deruralizzazione, offrendo un mercato ai prodotti tedeschi. Oggi, a parte il fatto che non è più sostenibile, impedisce al terzo mondo di esportare verso i nostri paesi realizzando così gli introiti per pagare le nostre esportazioni. Su scala globale, è ciò che Brown dice a livello nazionale ed europeo: prosperità economica e giustizia sociale sono connesse mentre le opportunità di lavoro rappresentano la migliore garanzia contro l’esclusione sociale. Il Libro Bianco dell’Ue esige una riforma del mercato del lavoro. Se il livello di produttività dell’Ue tenesse testa a quello degli Usa, in Europa ci sarebbero 5 milioni di posti di lavoro in più. In un mondo dove l’evoluzione tecnologica è continua ciò significa avere accesso ad un’Istruzione Permanente. La regolamentazione Ue dev’essere «più leggera e meglio orientata». Attualmente costa alle imprese europee un extra superfluo di 30 miliardi di sterline. È necessario liberalizzare i mercati del capitale di rischio entro il 2003 e i mercati finanziari entro il 2005. La stessa cosa andrebbe fatta per il mercato energetico e per quello delle telecomunicazioni, specialmente da parte della Francia. In effetti gli aiuti di stato all’industria dovrebbero essere meno diffusi e meglio indirizzati. Oggi in Gran Bretagna non è così improbabile trovare un dentista italiano convenzionato col sistema sanitario nazionale, oppure un dottore francese o danese, un’infermiera spagnola o un preside tedesco. In tutta l’Unione, se essa significa qualcosa, dev’esserci il reciproco riconoscimento delle qualifiche professionali, così come la ricerca e lo sviluppo dovrebbero procedere su basi europee. Se le merci e i capitali possono circolare attraverso l’Unione, dovrebbe essere così anche per le “teste d’uovo” (i cervelli e le competenze). Su questa base dovrebbe esserci «un riesame e una migliore messa a fuoco dei rapporti commerciali e d’investimento tra Ue e Usa». Certo quel che è accaduto a Barcellona ha una rilevanza globale poiché non soltanto i paesi dell’Est si uniscono all’Ue ma la Cina aderisce al Wto. «Ogni paese deve recitare per intero la sua parte nel ripristinare la crescita economica mondiale», ha detto Gordon Brown nel presentare il Libro Bianco. «Tutti noi possiamo fare di più. L’America mantenendo aperti i suoi mercati. Il Giappone con una radicale riforma del sistema bancario. L’Europa attraverso la riforma del capitale, del lavoro e del mercato che noi auspichiamo. Sono punti vitali per affrontare le sfide della competizione globale, dell’allargamento dell’Ue e di una disoccupazione a quota 8%».
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