Morillon, soldato d’Europa

Di Arrigoni Gianluca
07 Marzo 2002
Philippe Morillon, generale francese e oggi europarlamentere del Ppe, era comandante delle forze Onu in Bosnia negli anni in cui Milosevic terrorizzava i Balcani. Lo abbiamo intervistato sul processo dell’Aja e sulle crisi internazionali che si profilano all’orizzonte a cura di Gianluca Arrigoni

Generale, lei fa parte della storia delle tragedie post-jugoslave. Qual è la sua opinione sulla responsabilità di Milosevic nella “guerra dei Balcani”?

Considero Milosevic come responsabile di quanto è accaduto nei Balcani. è responsabile come altri apparatchik che, per costruirsi un potere personale, hanno approfittato del cambiamento successivo alla morte di Tito per risvegliare i vecchi démoni, creare le condizioni per la pulizia etnica, trascinare i loro popoli in un dramma sanguinoso. Ma Milosevic non è il solo responsabile. Il croato Franjo Tudjman e Alija Izetbegovic, il leader della comunità musulmana bosniaca, hanno delle responsabilità in quello che è avvenuto.

Però sul dramma di Srebrenica sono stati pubblicati, dall’Onu e dal Parlamento francese, due rapporti nei quali non appare la responsabilità di Milosevic. Lei considera che, aldilà della responsabilità morale e politica, Milosevic possa essere considerato come direttamente responsabile dei crimini commessi nell’ex Jugoslavia ?

Il processo a Milosevic è necessario, così come fu necessario il processo di Norimberga contro i dirigenti del partito nazionalsocialista. Quel processo non ebbe come obiettivo di “vendicare i morti”, ma la condanna dei dirigenti nazisti. Ciò permise al popolo tedesco di non essere più considerato responsabile dei crimini del regime. è necessario giudicare Milosevic per non far portare al popolo serbo la responsabilità di quello che è successo.

Come giudica la guerra contro i talebani in Afghanistan?

Considero quell’intervento militare giustificato. E anzi penso che si sarebbe potuto intervenire prima – quando Massud ci aveva messo in guardia – perché bisognava far cadere un regime barbaro e liberare il popolo afghano. Per questo dico, come soldato e come cristiano, che pur essendo la guerra sempre “sporca”, può essere considerata come un male minore nella misura in cui l’uso della forza, a volte, è il solo mezzo contro la barbarie.

Qual è la sua opinione circa il ventilato intervento militare americano contro l’Irak di Saddam Hussein e il contrapposto auspicio di alcuni governi europei – tra cui quello francese – che non solo sono contrari a questa opzione, ma sono favorevoli alla fine delle sanzioni Onu contro il regime di Bagdad?

è necessario distinguere tra la sofferenza del popolo irakeno, che non ha responsabilità, e le sanzioni dirette contro i responsabili del regime. è evidente che le sanzioni contro l’Irak dopo la guerra del Golfo non hanno ottenuto l’effetto sperato. Si pensava che il popolo irakeno si sarebbe ribellato contro Saddam Hussein provocando la caduta del regime. Questo non è avvenuto perché la dittatura si è dimostrata sufficientemente forte per resistere ai tentativi di destabilizzazione. Per quanto riguarda il possibile intervento americano in Irak, è prematuro affermare che gli americani abbiano già preso la decisione di intervenire militarmente; i pareri all’interno dell’amministrazione americana sono per il momento contrastanti e l’intervento militare non è che una delle opzioni possibili.

Nel conflitto jugoslavo, e non è il solo esempio possibile, l’impotenza militare europea è stata un freno alla politica estera dell’Unione. Lei crede che se l’Europa riuscisse a dotarsi di un comune strumento militare efficace questo problema sarebbe risolto o piuttosto che la difficoltà di una politica estera comune deriva dagli interessi divergenti dei paesi che compongono l’Unione Europea ?

Sicuramente un comune strumento militare permetterebbe all’Europa di recitare il ruolo che ci si attende da lei e che è funzione della sua potenza economica.

Per quanto riguarda gli interessi divergenti dei paesi dell’Unione, se all’inizio della crisi nei Balcani l’Europa era effettivamente in piena cacofonia, quando in Kossovo i limiti dell’intollerabile sono stati superati i paesi dell’Unione hanno risposto con una sola voce ed è questa volontà politica, questa unanimità che ha permesso l’intervento europeo.

Certo, l’Europa non ha potuto agire da sola, ma non c’è ragione di pensare che un domani gli stessi dirigenti politici americani – coscienti che l’Europa ha la capacità economica per assumere le proprie responsabilità continuino ad accettare di spendere i soldi dei loro concittadini e di rischiare la vita dei propri uomini per permettere all’Europa di risolvere i propri problemi.

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