La proposta dell’Arabia Saudita

Di Tempi
07 Marzo 2002
Da Gerusalemme ci scrive un autorevole esponente del mondo ebraico italiano emigrato in Israele. Che non crede al piano di Riyadh e che spiega perché Arafat è ritenuto fuori gioco. E intanto il tunnel del conflitto diventa sempre più buio… di Sergio Minerbi

Qualche settimana fa il principe ereditario Saudita Abdullah bin Abdulaziz el Saud, in un’intervista a Thomas Friedman del New York Times, ha lanciato una proposta di pace: il ritiro d’Israele sulle linee del 1967 in cambio del riconoscimento da parte dei paesi arabi e della normalizzazione delle loro relazioni con Israele. All’inizio le reazioni israeliane furono quasi entusiaste. Il Presidente dello Stato, Moshè Katzav, ex Ministro del Likud, ha detto alla radio:» «Ci sarebbe la normalizzazione tra il mondo arabo ed Israele; questo e` certamente un passo drammatico, importante, che merita considerazione ed un pensiero serio». Ma un’analisi più pacata rende molto più scettici.

Le ragioni dello scetticismo israeliano

La proposta saudita era volutamente schematica, priva di dettagli tecnici e questo la rendeva accettabile a molti. Poi è venuto un discorso di rara violenza verbale contro Israele nella riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, alla fine di febbraio, da parte del rappresentante saudita il quale ha omesso di esporvi la proposta di pace. Intanto i sauditi hanno avuto il tempo di spiegare che i due elementi del loro progetto non potevano essere simultanei: quindi Israele dovrebbe prima ritirarsi da tutti i territori occupati dopo il 1967, e poi sperare nella magnanimita` dei paesi arabi per ottenere ciò che è naturale per qualsiasi stato membro delle Nazioni Unite: il riconoscimento degli altri paesi.

è opportuno ricordare che quando la Gran Bretagna ricevette dalla Lega delle Nazioni, nel 1922, il mandato sulla Palestina essa decise in modo unilaterale di dividere la Palestina ad ovest del Giordano, dalla parte ad est del fiume che doveva servire per l’Emiro Abdallah e si sarebbe chiamata Transgiordania. La Palestina veniva ridotta da 90.000 kmq a 26.000 kmq limitando così notevolmente la parte destinata al focolare nazionale ebraico.

Una seconda partizione fu sancita dalle Nazioni Unite con la Risoluzione 181 del 29 novembre 1947, e la Palestina occidentale fu divisa in uno stato ebraico, uno stato arabo ed un “corpus separatum” per Gerusalemme e dintorni. Gli ebrei accettarono la partizione e crearono il 14 maggio 1948 lo Stato d’Israele, mentre gli arabi rifiutarono il progetto, non costituirono il loro stato che in parte fu occupato dall’Egitto ed in parte dalla Giordania. I palestinesi non erano in grado di darsi un autogoverno poiché erano prigionieri dei loro estremismi.

Doppiezza mediorientale

Ora con lo stratagemma del “diritto al ritorno” dei profughi palestinesi Yasser Arafat vorrebbe svuotare del suo contenuto ebraico lo Stato d’Israele creando così uno stato arabo palestinese accanto a quello che diverrebbe in breve tempo un secondo stato arabo. è importante notare che i sauditi non parlano affatto dei profughi ma si ignora se abbiano rinunciato al diritto al ritorno o se preferiscono tacere ora e risollevare la questione in un secondo tempo. D’altronde il principe Abdullah ha detto in un’intervista che è necessario formare una forza di interposizione fra i due contendenti, un’idea respinta dagli israeliani.

Per saperne di più Ariel Sharon ha cercato di incontrare il Principe Abdullah grazie ai buoni servizi del presidente Hosni Mubarak, ma Abdullah ha rifiutato. Mubarak pensa che il piano saudita non darà frutti e vorrebbe invece far incontrare Sharon con Arafat a Sharm-el -Sheik, con l’appoggio degli Stati Uniti. I sauditi cercano di liberare Arafat dal suo confino a Ramallah ed annunciano che non presenteranno il loro piano al vertice arabo di fine marzo a Beirut, se Israele impedirà ad Arafat di parteciparvi. Il segretario del Governo israeliano, Ghideon Saar, ha detto che il piano saudita pone delle precondizioni inaccettabili, vuole fissare ex ante le frontiere che debbono essere tracciate nel negoziato bilaterale, ed è contrario alle Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza 242 e 338. Tali risoluzioni infatti non prevedevano il ritiro israeliano da “tutti” i territori occupati ma solo “da territori”.

Perché Arafat affossò Barak per Sharon?

Ci si può anche domandare perché i sauditi non abbiano sostenuto nel 2000 l’iniziativa di Clinton che proponeva a Camp David qualcosa di simile ma in modo più articolato e dettagliato. Né si può prevedere quanto valga un eventuale assenso di Arafat che di fronte alle generose proposte di Ehud Barak a Camp David, scatenò l’Intifada nel settembre 2000. A Taba nel gennaio 2001 si arrivò a “un dito” da una soluzione; Barak proponeva uno stato palestinese, col 94% dei territori occupati, la divisione di Gerusalemme ed un diritto al ritorno dei profughi da espletarsi verso lo stato palestinese e non verso Israele. Ma a Davos, al Forum economico, davanti a Shimon Peres allibito che parlava di pace e di cooperazione economica, Arafat tenne un discorso violento accusando Israele di usare bombe all’uranio impoverito ed altre sciocchezze.

L’atteggiamento negativo dei palestinesi fu il fattore più importante per la vittoria di Ariel Sharon che ottenne la poltrona di Primo Ministro col 62% dei voti nelle elezioni del 2001.

Nessun diktat

In modo del tutto irrazionale Yasser Arafat ha preferito ad ogni tappa di rimanere una figura mitica, l’impersonificazione moderna del Saladino, piuttosto che trasformarsi in Capo di Stato. Tutto dimostra che egli rifiuta la normale amministrazione, preferisce costituire quattro o cinque servizi di sicurezza in concorrenza fra di loro, evita la trasparenza nelle questioni economiche. Insomma è il contrario di David Ben Gurion che aveva dei grandi ideali ma seppe al momento opportuno accontentarsi di un minuscolo territorio pur di cominciare a costruire. Egli combatté il separatismo dell’Irgun Zwai Leumì, volle un solo esercito e sacrificò per rafforzare lo stato, molti dei valori che erano stati i pilastri del suo partito, Mapai: la Histadrut (Confederazione del Lavoro), il kibbutz, la forza armata del Palmach. Quale differenza da Yasser Arafat!

Ben Gurion aveva il senso dello Stato, retto sulla legge, al di sopra dei partiti e delle fazioni, con una burocrazia incorruttibile ed una democrazia a tutta prova. Tutto ciò manca ad Arafat e se gli europei non fossero accecati da un millenario odio anti-ebraico, capirebbero che Arafat rappresenta il contrario degli ideali laici e democratici dell’Europa occidentale. Se fossero equanimi non metterebbero sullo stesso piano i palestinesi suicidi che compiono gli attentati e le loro vittime israeliane. Certo anche gli israeliani hanno causato delle vittime civili, ma mai intenzionalmente, mai elevando a valore morale e religioso l’uccisione di donne e bambini innocenti.

La proposta saudita aveva fatto sognare agli israeliani di poter uscire dall’isolamento diplomatico e di inserirsi quale membro di pieno diritto nella comunità mediorientale.

Ma questo sogno è ancora lontano da una realizzazione concreta. I sauditi, se vogliono davvero far avanzare la pace, sia pure per ragioni egoistiche e per preservare il loro regime, debbono capire che queste idee possono progredire solo col dialogo e non col diktat che essi vorrebbero imporre.

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