Mi salvò Pio XII

Di Tempi
07 Marzo 2002
Ho letto le pagine 12 e 13 del n. 8 di Tempi, da me acquistato assieme al giornale, mio quotidiano.

Ho letto le pagine 12 e 13 del n. 8 di Tempi, da me acquistato assieme al giornale, mio quotidiano. La Chiesa e papa Pio XII non hanno bisogno del mio aiuto, sono così importanti e così sotto gli occhi di tutti e poi la verità viene sempre a galla. La mia testimonianza non ha nulla da spartire con gli ebrei, ma se tanto mi dà tanto… Ero una bambina e assieme a mio fratello, mia sorella di cinque o sei mesi e mia madre, ero rinchiusa in un campo di concentramento in Somalia nei pressi di Mogadiscio. L’anno era il 1943. Mio padre era internato in un altro campo di concentramento ed è rientrato anni dopo. Eravamo prigionieri degli inglesi che non hanno niente in meno, o da spartire con i tedeschi. La guerra è guerra forse anche tra preti e frati. Mi ricordo la fame ed i vassoi pieni e profumati che passavano a portata di naso ed andavano a riempire le inglesi pance mentre i bambini italiani (e non solo loro) morivano di fame e dissenteria. Mi ricordo una spina di non so quale cespuglio, legata ad uno spago sottile e con tantissimi nodi, che noi più grandicelli, passavamo attraverso maccheroni o simili, pasta che mia madre, combattiva e grintosa, aveva ottenuto di poter raccogliere dalla fossa (specie di letamaio) dove i signori inglesi, gettavano gli avanzi di tutti i tipi. Mia madre raccoglieva questo schifo di avanzi, li puliva alla meglio e li metteva a seccare. Noi grandicelli con la spina e lo spago li passavamo tutti per togliere camole e bestioline varie e poi venivano ributtati nell’acqua bollente, spesso senza sale, e potevamo così riempire le nostre italiche pance. Non mi ricordo quanto tempo trascorsi in campo di concentramento, però tanto da dimenticare la faccia di mio padre e non riconoscerlo quando riuscì ad ottenere un permesso per salutarci prima della nostra partenza per l’Italia. I saluti ce li scambiammo attraverso una bella e alta rete. È a questo punto che interviene Papa Pacelli di cui porto, fra gli altri, il nome Pia. Riuscì ad accordarsi con i signori inglesi, per far rientrare in Italia donne, bambini e qualche ammalato grave. Lo Stato del Vaticano noleggiò ed inviò tre piroscafi per caricare mamme e bimbi e anche purtroppo finti uomini ammalati che presero la palla al balzo per rientrare, spero non a scapito di qualche donna con bambini. Il viaggio fra mille peripezie durò tre mesi o poco più, perché dovemmo girare attorno all’Africa, passando così dal caldo al freddo ed ancora al caldo, trascorrendo giorni e giorni nel mare in burrasca con onde altissime, che ad ogni onda sembravano sprofondare il piroscafo all’inferno, e soffrendo anche la fame perché i “furbi” ufficiali del piroscafo trattenevano e nascondevano il cibo da vendere alla “borsa nera” in Italia. Anche in questa occasione, intervenne mia madre, che con le “buone maniere” convinse il capitano a vigilare ed a farci mangiare. Alla fine, dopo tre mesi abbondanti arrivammo a Taranto. La mia vita, come quella di molti altri, la devo a Papa Pio XII, e chissà quante altre vite, soprattutto ebree, devono il loro essere allo stesso Papa.

Lettera firmata

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