I ragazzi del kibbuz vorrebbero “prendere parte” al mondo come quelli del Meeting

Di Calò Livné Angelica
02 Agosto 2001
Insegno da vent’anni, qui, nella scuola del Kibbuz nella quale studiano ragazzi dai villaggi e dai Kibbuzim dell’Alta Galilea.

Insegno da vent’anni, qui, nella scuola del Kibbuz nella quale studiano ragazzi dai villaggi e dai Kibbuzim dell’Alta Galilea. Qualche anno fa ho iniziato ad insegnare in altre scuole. È stato come conoscere un’altra Israele, un’Israele dove c’era gente a cui l’assassinio di Izchak Rabin non aveva cambiato nulla nella vita, ragazzi che il Sabato sera entrano in discoteca e riescono a farsi un ballo solo dopo aver tracannato perlomeno 8 birre e che, al mattino, non ricordano il viso della ragazza che hanno baciato, ci sono ragazzi religiosi e giovani donne che trascorrono la loro vita in casa aspettando che il marito si trasformi in un principe o perlomeno in uno dei personaggi della telenovela del cuore… nonostante le diversità, con tutti si è istaurato un rapporto straordinario, alcuni, durante gli incontri conclusivi affermano di essersi sentiti più leggeri durante i laboratori svoltisi nel corso dell’anno, alcuni asseriscono di aver imparato a conoscere e ad amare più se stessi e gli altri, altri semplicemente ringraziano i loro compagni per la pazienza, l’empatia e la creatività con cui hanno ascoltato ed elaborato ciò che avevano confidato. Per questo ho sentito l’esigenza di insegnare in un villaggio arabo. Sono andata ad incontrare Abed, il direttore della scuola di Yibellin, un piccolo villaggio vicino a Haifa e nel corso di una lunga chiacchierata gli ho esposto le mie idee sull’educazione e sull’insegnamento. Nelle mie lezioni di teatro ognuno riesce a scegliere e ad interpretare il suo ruolo più bello, il più adatto, il più dignitoso. Ognuno riesce a dialogare con se stesso e con gli altri, ad ascoltare, a risolvere conflitti, esprimendosi con rispetto e coraggio. Ogni allievo, bambino ragazzo o anziano, riesce a rafforzarsi attraverso la narrazione della storia della sua vita. Scopre delle risorse dentro di sè che non conosceva prima d’ora ed impara ad amarsi di più e ad amare di più anche gli altri, ad accettarli così come sono, senza riserve. Carl Rogers scrive in uno dei suoi testi: «Essere empatici con una persona significa vivere per un breve momento dentro alla sua vita, significa muoversi in essa delicatamente, senza giudicare… significa lasciare da parte per un attimo le nostre idee e i nostri valori per entrare nel mondo dell’altro senza pregiudizi… è un’esperienza complessa, impegnativa, forte e nello stesso tempo delicatissima». Credo che l’unica soluzione che permetterà di mantenere integra questa Terra è insegnare ed imparare l’empatia. Vivere in Israele oggi è come scrivere giorno per giorno la Storia. Non si puo’ fare a meno di prendere posizione, di assumersi delle responsabilità. È tutto cosi effimero, cosi tremendamente fragile.

È necessario fare di tutto perché ci si possa guardare negli occhi, per fare in modo che Gal, Muhammed, Amos, Layla, Mustafa e Noah, nati tutti nella stessa notte nel raggio di pochi Km, illuminati dallo stesso raggio di luna, possano collaborare in futuro a un progetto per la ricerca del cancro, per sconfiggere il problema dell’acqua, per progettare ferrovie, per creare nuovi posti di lavoro. In questo momento il ruolo dei genitori, degli insegnanti, degli artisti, di chi sa di poter influenzare positivamente è sacro, necessario e fondamentale. E tutto diviene lezione: i nostri discorsi a tavola durante la cena, le nostre scelte di vita, il modo in cui spendiamo il nostro tempo. Vorrei augurare alle decine di migliaia di giovani che si riuniscono al Meeting di rimanere tali, di rimanere giovani il più possibile, di continuare ad organizzare manifestazioni così e di trasformare questi momenti inestimabili in parte di loro. Di rendersi conto di quanto siano inestimabili.

Di comprendere a fondo il significato di poter partecipare liberamente a una di queste conventions “con personalità politiche, culturali e religiose da tutto il mondo” dove si esprime con semplicità e sicurezza la propria voglia “di prendere parte”, di contribuire e collaborare. Per un giovane israeliano questa è ancora un’utopia. Spero soltanto che D-o continui a darci la forza e la benedizione per continuare.

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