Chi ha incastrato Schneider-Bayer?

Di Rodolfo Casadei
31 Agosto 2002
Messa in ginocchio dall’affare Lipobay, la Bayer farmaceutica è rassegnata a perdere la sua lungamente difesa indipendenza. Dopo anni di attesa le altre multinazionali possono puntare all’acquisizione di una redditizia concorrente, che farebbe decollare i loro profitti. Una svolta po’ troppo provvidenziale per essere puramente casuale. E infatti nella cronologia dei recenti avvenimenti spuntano strane coincidenze. Di Rodolfo Casadei

Ben 583 farmaci ritirati dal commercio fra il 1972 e il 1994 per motivi di sicurezza soltanto in Italia. Almeno 983 decessi nel mondo nel giro di due anni collegati al Viagra, la pillola contro l’impotenza. 700 mila ricoveri e 76 mila decessi all’anno negli Usa legati all’assunzione di farmaci (sesta causa di morte). Il 5 per cento di tutti i ricoveri ospedalieri in Italia collegati, secondo la Società italiana di farmacologia, a effetti di medicinali assunti. L’epidemiologo Gianni Tognoni dell’Istituto Mario Negri che dichiara: «I calcioantagonisti per ipertensione e infarto hanno causato verosimilmente molti più morti che la cerivastatina (il principio attivo del Lipobay – ndr), ma se n’è parlato meno». Decine di azioni legali per gravi effetti avversi contro la Bayer per il suo anti-emofiliaco Kogenate, contro la Warner-Lambert (nel frattempo assorbita dalla Pfizer) per il suo antidiabetico Rezulin, che avrebbe causato 60 infarti fra i 750 mila pazienti che lo hanno assunto, contro la American Home Products per il suo Redux, prodotto dietetico che avrebbe causato 123 decessi fra i quasi 6 milioni di americani che lo hanno utilizzato, contro la GlaxoSmithKline e la Takeda Pharmaceuticals America per altri due farmaci antidiabetici, Avandia e Actos, per note illustrative “inadeguate, fuorvianti e potenzialmente pericolose” e, ovviamente, contro la Pfizer per infarti collegabili al Viagra. Eppure nessuna di queste notizie e nessuna di queste vicende ha sollevato il clamore mediatico, prodotto il clima di panico tipo “mucca pazza”, causato il furore giudiziario, innescato i crolli di Borsa che hanno contrassegnato il ritiro dal mercato mondiale da parte della Bayer del Lipobay, la statina anticolesterolo che avrebbe provocato 54 morti (il numero è sicuramente destinato a salire) fra 7 milioni di utilizzatori nel mondo. E molti dei medicinali oggetto di contenzioso non sono mai stati, al contrario del prodotto della Bayer, ritirati dal commercio. Il contrasto è troppo vistoso per non destare il sospetto che all’origine dello psicodramma attuale ci sia qualcosa di differente da un’emergenza sanitaria. Per esempio una bella guerra industriale per l’acquisizione del ramo farmaceutico della Bayer, la più concupita delle aziende nell’aggressivo mondo delle multinazionali dei medicinali. Fiction alla Le Carré? Guardiamo i fatti, cominciando da quelli un po’ strani.

Scandalo Lipobay? Anche le altre statine hanno ucciso

Il primo decesso documentatamente legato al Lipobay risale niente meno che al 1997, l’anno di introduzione del medicinale sul mercato. Ad esso ne seguirono altri, puntualmente segnalati alla Food and Drugs Administration (Fda) americano, con l’unico effetto dell’introduzione della controindicazione circa la contemporanea assunzione di Gemfibrozil (un altro medicinale per la riduzione dei lipidi nel sangue) nel foglietto illustrativo. Poi le cose sono improvvisamente cambiate nel giugno scorso: all’ennesimo rapporto sugli effetti avversi gravi segnalati trasmesso dalla Bayer alle autorità sanitarie, quella britannica (la Mca che aveva autorizzato per prima l’uso del farmaco nell’Unione europea) conveniva con la multinazionale tedesca di inserire ulteriori precisazioni a livello di prescrizione, la Fda, invece, per la prima volta richiedeva un approfondimento dei dati raccolti, che poteva preludere al ritiro dell’autorizzazione alla vendita del Baycol. L’8 agosto, mentre si moltiplicavano le notizie di avvocati americani e tedeschi pronti ad intentare cause miliardarie per decessi riferibili al Lipobay (fra loro Ed Fagan e Michael Witti, patrocinatori della causa contro le aziende tedesche che al tempo del nazismo avevano utilizzato manodopera forzata nelle loro produzioni) la Bayer ritirava spontaneamente il farmaco dal mercato.

Lo stesso giorno la Fda diffondeva un pro-memoria di domande e risposte sul Baycol destinato ai consumatori. Alla domanda «Ci sono altre statine che presentano problemi di sicurezza analoghi al Baycol (nome Usa del Lipobay – ndr)?» la risposta suona così: «Tutti i medicinali a base di statine hanno causato rabdomiolisi (collasso muscolare dagli esiti fatali – ndr), sebbene i casi siano rari. Nel caso del Baycol abbiamo avuto più segnalazioni che riguardo alle altre statine». Le “altre statine” avrebbero fino ad oggi causato altri 50 decessi nel mondo, ma chi le produce non sembra per questo intenzionato a ritirarle dal mercato, e l’Fda non ha fino ad oggi imposto restrizioni.

Un complotto americano? Per Udo Ulfkotte, penna di punta della Frankfurter Allgemeine Zeitung (Faz), i dubbi sarebbero pochi: «L’americana Pfizer produce il più venduto anticolesterolo del mondo, quel Lipitor che l’anno scorso ha registrato vendite per 5 miliardi di dollari… E’ probabile che il Lipitor occuperà il vuoto lasciato nel mercato dalla dipartita del Lipobay. La perdita di immagine della Bayer conviene alla Pfizer anche per altre ragioni. Nel giro di qualche mese la Bayer lancerà un prodotto contro l’impotenza, il Vardenafil. Studi preliminari avrebbe dimostrato che esso presenta molti meno effetti collaterali del Viagra, prodotto dalla Pfizer e detentore di un monopolio mondiale… Non si può fare a meno di notare che scienziati americani hanno cercato in passato di screditare prodotti della Bayer ben testati, come nel caso dell’Adalat accusato dal professor Curt Furberg di aumentare il pericolo di infarto. Ma la ricerca di Furberg era finanziata dalla Pfizer!… Può essere una coincidenza che studi scientifici infondati, rapporti falsi e l’imminente lancio di un farmaco molto promettente si siano mischiati a uno storico pregiudizio contro la Bayer proprio in questo momento. Ma in ogni caso non c’è dubbio che a guadagnarci saranno i concorrenti della Bayer».

Bayer, conglomerato sul punto di disgregarsi

La Pfizer ha reagito con una dura lettera di precisazioni alla Faz, senza poter però smentire che a guadagnarci dal ritiro dal mercato del Lipobay sono tre imprese americane che producono e commercializzano altre statine: la Pfizer, la Merck e la Bristol-Myers Squibb. Ma quel che la Pfizer forse avrebbe voluto dire, e non ha potuto dire, è che le fila di un eventuale complotto andrebbero cercate fra le compagnie interessate all’acquisto della Bayer, che sono altre. Perché il punto è proprio questo: dopo il tracollo di Borsa, il crollo dei profitti previsti per il 2001, il danno d’immagine e quelli prevedibili per le imminenti cause giudiziarie, la Bayer è diventata scalabile. Alla conferenza stampa del 13 agosto Manfred Schneider, presidente del Consiglio di amministrazione della multinazionale tedesca da nove anni, ha pronunciato la dichiarazione che non avrebbe mai voluto pronunciare in vita sua: «Siamo pronti a qualunque forma di cooperazione. In passato subordinavamo questa possibilità al mantenimento della leadership da parte nostra, ma a ciò dovremo rinunciare». Non è ancora la disponibilità a una megafusione di quelle a cui ci ha abituato l’industria farmaceutica (vedi l’unione di Glaxo e SmithKline l’anno scorso e l’assorbimento della Warner-Lambert da parte della Pfizer due anni fa), ma è già una vera rivoluzione per la Bayer, da sempre votata ad una politica industriale conservatrice centrata sulla “strategia dei quattro pilastri”. Da molti anni, infatti, quello farmaceutico è solo uno dei quattro settori operativi della compagnia di Leverkusen: gli altri tre sono l’agricoltura, i polimeri e la chimica. La diversificazione è stata scelta come forma di assicurazione contro le oscillazioni sia dei mercati dei beni che di quelli finanziari, e come difesa nei confronti di Opa ostili. «Nel lungo periodo -ama ripetere Schneider- siamo convinti che gli investitori otterranno maggiori benefici se la nostra struttura resta unitaria». Non tutti però sono d’accordo: nell’aprile scorso la finanziaria newyorkese Tweedy Browne, uno dei grandi investitori di Bayer, ha portato in assemblea dei soci la proposta di scomporre il conglomerato in tre compagnie (farmaceutica, chimica e agrochimica) facendo balenare la prospettiva di un grosso successo sul mercato azionario. Schneider l’ha scampata per un pelo, ma non ha potuto evitare le critiche: il settore farmaceutico resta il più importante della Bayer in termini sia di vendite (10 miliardi di euro sui 31 totali del gruppo) che di profitti (più della metà dei 3 miliardi di euro di utile operativo previsti per il 2001 prima del collasso del Lipobay), tanto che i profitti del settore chimico vengono investiti nella ricerca farmaceutica, da dove si ritiene che debbano arrivare i prodotti suscettibili di portare i maggiori guadagni. E tuttavia è troppo piccolo per competere coi giganti di oggi: la Bayer, un tempo numero uno delle multinazionali farmaceutiche, oggi è scesa al 15° posto. La necessità di aumentare la taglia del suo settore farmaceutico è riconosciuta dai suoi manager, ma la politica di mantenere a tutti i costi il controllo di eventuali joint venture ha scoraggiato i partner che si erano fatti avanti.

Chi vuole papparsi il succulento boccone, e perché

Le cose sono improvvisamente cambiate col cataclisma Lipobay. Al di là degli slogan aziendali sui “quattro pilastri”, era lui l’asso di briscola su cui la Bayer contava per evitare di dover mettere in vendita il suo settore farmaceutico e modificare il suo assetto di ibrido chimico-farmaceutico. Meno costoso dei prodotti concorrenti e in particolare del Lipitor della Pfizer (17,35 sterline alla confezione sul mercato britannico contro le 30 sterline del Lipitor), doveva realizzare 1 miliardo di dollari di vendite quest’anno e 3 l’anno prossimo. Il suo ritiro dal mercato causerà una diminuzione di profitti pari a 800 milioni di euro nel secondo semestre di quest’anno. Di conseguenza la politica industriale della Bayer va gambe all’aria, e torna in pista il lungo corteo di potenziali acquirenti o partner di maggioranza. Si fanno i nomi delle svizzere Novartis e Roche, della francese Sanofi Synthelabo, delle americane Merck, Bristol-Meyers Squibb e GlaxoSmithKline. La lista delle buone ragioni per puntare all’affare è altrettanto lunga: adesso che le sue quotazioni azionarie sono scese del 23 per cento nel giro di due settimane, la Bayer è davvero la sposa ideale. Non è un boccone troppo grosso da inghiottire; sta mettendo a punto ben 42 nuovi prodotti, di cui 18 sono già nella fase dei test clinici e comprendono importanti farmaci anticancro e il più accreditato concorrente del Viagra; dispone di attrezzature avanzatissime e personale molto qualificato ma non molto numeroso grazie alle ristrutturazioni già in corso. Una vera panacea per le più grosse multinazionali del farmaco, afflitte da tempo da seri inconvenienti: il ritorno della Fda a procedure più lente per l’approvazione delle nuove medicine (appena 9 nei primi sei mesi di quest’anno, mentre nel 1996 erano state ben 53) dopo le recenti controversie sugli effetti dannosi di talune; la scadenza dei diritti di brevetto su molti prodotti nei prossimi due-tre anni; la necessità di ridurre i costi attraverso riduzioni di personale per mantenere i tassi di profitto in doppia cifra, condizione perché le quotazioni azionarie restino alte. Nessuna sorpresa che il Financial Times abbia avuto la faccia tosta di scrivere: «E’ improbabile che i rischi legali scoraggino i potenziali acquirenti. Anche scontando dal valore un paio di miliardi di euro per costi legali legati al Lipobay, l’acquisto del settore farmaceutico della Bayer metterebbe a disposizione degli azionisti una valore molto superiore a quello che avrebbero mantenendo la Bayer nella sua attuale struttura di conglomerato». Ah, che bella disgrazia questo Lipobay.

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